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Editoriali e dibattiti - Dibattito redazionale
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

a cura della redazione

L'insofferenza verso la situazione sociale sempre più precaria di milioni di uomini e donne non più solo migranti, cresce di giorno in giorno e si esprime in modi diversi e cangianti: alcuni in forme più stabili e altri estemporanei. Tutti questi movimenti e aggregazioni a livello continentale esprimono una sfiducia pressoché totale nei confronti delle forme della politica e delle rappresentanze storiche e questo è al tempo stesso appassionante per lo scenario nuovo che può aprire e allarmante perché dal fondo di questa deriva ritornano alla superficie anche forze oscure alcune delle quali si richiamano esplicitamente al nazismo. In Italia ALBA è l'aggregazione recente più vistosa e per questo abbiamo deciso di dedicare il dibattito redazionale a una riflessione politica che parte dal manifesto dei promotori, che può essere letto qui.

Tuttavia ALBA non vuole essere per noi né un pretesto strumentale e neppure il solo riferimento del dibattito, ma solo un'occasione di ampia riflessione che si rivolge a diversi interlocutori e interlocutrici e prima di tutti ai lettori e alle lettrici di Overleft sui temi di una nuova soggettività politica, capace di appassionare e incidere.

Adriana: Ho letto il Manifesto del nuovo soggetto e la presentazione di Alba, condivido le analisi della situazione sociale, politica, culturale e economica che hanno spinto i firmatari e le firmatarie.Concordo anche sulla necessità di incrociare la democrazia rappresentativa, depurata degli aspetti di imbarbarimento attuale, con quella partecipativa, da attuare sia nelle forme indicate nel Manifesto, sia in altre che possono emergere nel corso dei lavori.

Noto però che non sempre all’enunciazione di analisi condivisibili per la loro radicalità rispetto all’esistente corrispondono proposte teorico-pratiche altrettanto innovative, a cominciare dal linguaggio usato. Si propone di contrastare l’aspetto patriarcale del sistema, ma la sintassi e il lessico del Manifesto sono tutti centrati sul soggetto maschile, inteso come neutro-universale, e quindi rappresentativo anche delle donne, proprio secondo i codici culturali patriarcali.

Ad esempio, nell’analisi della situazione sociale si indicano le operaie e gli operai, i commessi e le commesse…, ma quando si passa dall’analisi alla proposte torna in campo il cittadino maschio, pseudo universale.
In questo caso, come sempre, l’osservazione sulla lingua usata non è un semplice rilievo formale, ma coglie la spia del pensiero sotteso.
Altro esempio: i riferimenti espliciti al pensiero elaborato dalle donne negli ultimi decenni -si cita addirittura un’espressione chiave del femminismo degli anni Settanta, il partire da sé - appaiono più di dovere e di riconoscimento obbligato, che non veramente sentiti nella loro potenzialità eversiva, potenzialità conseguente all’analisi della polarizzazione maschile/femminile quale matrice di tutte le polarizzazioni che conosciamo e che persistono nelle menti e nei cuori dei soggetti concreti, al di là del sesso biologico e del genere a questo connesso.

Polarizzazione più difficilmente riconoscibile oggi, in clima di euforica esaltazione e valorizzazione strumentale del contributo femminile alla salvezza del mondo, della società, e delle Società, del PIL; l’artificiosità dell’operazione, che è mediatica e volta in genere a ottenere consensi per la parte politica di riferimento del giornale, è immediatamente svelata dall’aumento impressionante di violenze sulle donne nella realtà concreta dei rapporti, sia in termini di subordinazione nella sfera pubblica – minima o nulla rappresentanza nei luoghi del comando e del potere effettivo, progressiva emarginazione dal lavoro, aumento dei carichi del lavoro di cura in ragione del contrarsi dell’welfare – che in termini di comportamenti violenti e lesivi della loro dignità nella sfera del privato affettivo familiare e nelle relazioni d’amore che si concludono con il femminicidio.
Gli effettivi rapporti di potere tra donne e uomini, nel pubblico come nel privato restano invariati, malgrado i travestimenti di costume.

Per questo motivo si parla di neo-patriarcato (come si può leggere nell’articolo di Paola Melchiori, pubblicato in Overleft nel gennaio del 2010), piuttosto che di post-patriarcato, nel senso che se è vero che da noi in Occidente è stata messa in crisi l’egemonia della divisione patriarcale del lavoro e del suo universo simbolico di riferimento, ad opera del conflitto aperto del femminismo nei confronti della gerarchizzazione tra uomo e donna, che naturalizzava ruoli e compiti, rendendoli fissi e immutabili, è anche vero che le polarità sulle quali si fondano i codici patriarcali non sono scomparse, ma si sono trasformate, rendendone più difficile il riconoscimento.

Una causa di questa situazione secondo me deriva dal fatto che le immagini di genere, interiorizzate da donne e uomini nel percorso consueto di socializzazione, non sono indagate, ma sono accettate così come sono; spesso si pensa che la soluzione per contrastarle consista nel riunire i tratti culturalmente caratterizzanti gli uomini e le donne in un’unica persona, come se si trattasse di ricongiungere qualcosa originariamente unito e storicamente diviso (da qui le tentazioni di risolvere le scissioni interne a uomini e donne ricorrendo al mito dell’androgino). Il tentativo di mettere insieme ciò che l’ordine del discorso avrebbe diviso da un lato incorre anch’esso nel rischio di naturalizzazione o tutt’al più di determinismo storico, dall’altro è destinato a fallire, perché tenta di tenere unito artificialmente quello che è stato costruito in contrapposizione, con il risultato di consolidare il sistema di idee e di valori che si vorrebbero combattere.

Così quando nel Manifesto si parla di uscire dalla contrapposizione tra ragione e sentimenti/emozioni si esorta vivamente al governo delle passioni, all’autodisciplina, alla rinuncia al narcisismo, al rispetto dell’altro, ma se non si indaga su questa polarizzazione, se essa non viene collocata nella realtà dei rapporti tra generi, generazioni, popoli, nazioni, se non ci si chiede come si è storicamente determinata questa realtà, se non si analizzano -individualmente e collettivamente- le relazioni tra uomini e donne, tra donne e donne e tra uomini e uomini (con tutto il carico di attese, fantasie, paure e frustrazioni che comportano), se non si prendono in considerazione i rapporti con i meccanismi del potere, calandoli nella realtà della gerarchizzazioni delle funzioni e delle attività di vita e di lavoro, della codificazione sessuale dei compiti e dei ruoli, le esortazioni, per quanto sincere e sentite, resteranno un appello a un esercizio di buona volontà.
Le passioni, ma anche la ragione, infatti non nascono nel deserto, ma si nutrono di visioni del mondo e delle relazioni con persone, animali, oggetti, cose, se se ne parla in astratto, disincarnate dai corpi, ogni progetto di modifica diventa solo un elenco di buone intenzioni.

Quando poi si parla di lavoro non vi si nomina uno degli aspetti più importante del dibattito economico attuale, non solo a livello nazionale ma anche a livello globale, il discorso della ristrutturazione del lavoro di riproduzione, vale a dire della “cura”, in tutte le sue articolazioni di lavoro pagato, lavoro non pagato, lavoro visibile/invisibile, manutenzione di ambienti, animali, oggetti e cura delle persone nell’Occidente, attività di economia informale di sopravvivenza nei paesi impoveriti (in Africa il 70 per cento dell’agricoltura di sussistenza è svolto da donne), ristrutturazione messa a punto negli ultimi trent’anni dagli aggiustamenti strutturali, dapprima nel sud del mondo, poi anche da noi.
Il lavoro di cura è il supporto principale dell’attuale organizzazione del lavoro a livello globale, osserva in proposito Silvia Federici: “il lavoro riproduttivo è la roccia su cui è costruita la società […] è “la roccia” in due sensi. Anzitutto, è il fondamento di ogni società: esso è un aspetto centrale dell’accumulazione capitalistica in quanto riproduce la forza lavoro, senza la quale il capitalismo non potrebbe operare […] ma la cosa più importante è che il principio del comune applicato alla riproduzione vuol dire autonomia nei confronti del mercato, riduzione dei costi della riproduzione, fine dell’isolamento in cui il lavoro riproduttivo si è fin qui dato, tenendo conto che la privatizzazione della produzione è stato uno dei principali fattori di “scomposizione” della politica. La riproduzione è il primo terreno su cui affrontare il problema della riappropriazione dei mezzi di sussistenza, casa, spazi, terreni, strumenti per la produzione della conoscenza” (Il comune della riproduzione: intervista a Silvia Federici, di Anna Curcio e Cristina Morini, vedi uninomade.org/il-comune-della-riproduzione).

Infatti in epoca di post-fordismo, da quando il salario non comanda più il lavoro di un uomo fuori casa e della moglie a casa, da quando cioè l’estrazione di plusvalore si è allargata alla società intera (fabbrica sociale), i temi coinvolti dal discorso del lavoro di cura risultano, più di prima, squisitamente economici, perché fanno saltare il concetto stesso di lavoro elaborato dalle analisi e dalle teorie e pratiche da almeno due secoli, rendono obsoleta la tradizionale divisione tra produzione e riproduzione, demistificano le confusioni tra attitudine materna e amore e dovere di cura e tra dimensione privata e polis (pubblico) nella società.

Risultano insufficienti, allora, le mediazioni finora proposte, quali la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, il part time, il telelavoro, la monetizzazione del lavoro di cura nelle varie forme di voucher o altro, i pensionamenti anticipati, l’incremento dei servizi sociali, intese unicamente come soluzioni riguardanti le donne. Tutte queste soluzioni possono essere palliativi, strumenti di difesa, momenti tattici di passaggio, per venire incontro alle difficoltà più gravi, a patto che sia chiaro che non risolvono la questione fondamentale della gratuità per il capitale, che scarica il lavoro di riproduzione –“fonte primaria di accumulazione capitalistica”- sulle spalle delle donne tradizionalmente, e, ultimamente anche di uomini, specie se anziani, a mano a mano che costringe i governi a ridurre il welfare.

E’ ormai evidente che la precarizzazione dei posti di lavoro ha esteso a buona parte della forza lavoro attiva la richiesta di dotarsi di competenze (relazionali, affettive e comunicative) finora considerate, a torto, ontologicamente proprie del femminile, in tutti i campi della produzione.Un programma politico deve tenerne conto, nessuna/o ha la ricetta pronta, ma è già un passo avanti metterlo a tema in ogni proposta di cambiamento radicale, nominarlo almeno, prospettando l’apertura del conflitto con il capitale su questo piano.
Lo so che si può obiettare che in un documento sintetico non si può abbracciare l’universo mondo, ma io qui non vedo neppure accenni a una prospettiva del genere, l’uso della lingua mi conferma la sordità a queste tematiche; in questo modo non si interloquisce con buona parte di donne e uomini consapevoli e avvertiti/e, soprattutto, non si vincono le resistenze a imbarcarsi in situazioni che non sovvertono l’ordine e le pratiche del discorso dominante.

Franco: Il manifesto è molto ampio e altrettanto lo sono le risposte di Adriana. Scelgo solo due punti su cui concentrarmi qui: lavoro e passioni, mentre credo che sul linguaggio vada fatto un discorso a parte.
Sulle seconde e cioè sulle passioni credo che si debba essere più generosi con il manifesto di Alba perché è una delle prime volte che in documento politico che vede insieme uomini e donne si affronta tale tema in modo così circostanziato e con accenti che a me paiono in generale positivi. Può essere che il dibattito di certi movimenti femminili su questo tema abbia elaborato di più ma la critica esplicita a narcisismo e leaderismo mi sembra assai circostanziata, così come non mi sembra che delle passioni se ne parli solo di quelle negative e solo per dire che occorre controllarle: se ne riconosce il valore anche positivo e le si indica, ma specialmente si dice che se ne deve tenere conto. L'idea che la politica sia il regno della razionalità astratta a asettica oppure di una forma di abnegazione che cancella il soggetto tout court e ovviamente le differenze fra i soggetti, in nome di un'impresa collettiva, è stata il modello psicologico di militante dalla Rivoluzione francese in poi (il partito di Lenin era giacobino), ma infondo negli altri partiti era diverso solo per il grado di intensità; oppure, nel caso dei partiti di ispirazione cristiana, l'apparente diversità si basava sulla netta distinzione fra le sfera religiosa dei valori dove ci si illudeva di offrire al soggetto una nicchia protetta dagli orrori del mondo, in cui rigenerarsi e ripartire.
Mi pare che questa critica ci sia e anche qualche riferimento come quello a Martha Nussbaum, per esempio, siano una garanzia perché indicano un pensiero di riferimento che si muove in modo molto eclettico e fecondo fra istanze provenienti sia dal liberalismo, sia dal marxismo, e non semplicemente delle buone intenzioni. Naturalmente tutto dipenderà poi da come si articolerà questo e quali “buone pratiche” (cito l'articolo di Pomaranzi sul Manifesto) genererà nel concreto e cioè nel passaggio dal virtuale al reale.
Dove invece vedo anche io un punto critico - e qui concordo con Adriana - è sul lavoro, perché tutta la tematica dei beni comuni (in senso lato e quindi comprendendo anche tutta una serie di altre istanze di socializzazione del lavoro e non solo) corre parallela a quella del documento più articolato di Luciano Gallino sul come uscire dalla crisi. La logica che ispira quest'ultimo non è necessariamente in contraddizione con le altre istanze presenti nel manifesto, ma essendo più strutturata e precisa e le altre maggiormente nel vago, finisce per apparire come la proposta di punta e questo genera un pericolo evidente: la caduta nella logica trita e ritrita dei due tempi, che non funziona mai. Non riassumo il documento di Gallino per non appesantire e poi lo si trova facilmente in rete. Vado al suo nocciolo. La filosofia che ispira le sue proposte è quella neokeynesiana: il suo documento raccoglie tutta una serie di elaborazioni recenti e meno recenti che si trovano anche in Lunghini, Napoleoni, Fitoussi e altri. Il punto di partenza sono i cinque punti proposti da Keynes nell'ultimo capitolo della teoria dell'equilibrio generale, ma attualizzate anche da contributi provenienti dal fronte della decrescita. Il pregio del documento è prima di tutto di riferirsi davvero a Keynes e non alle caricature giornalistiche di moda del suo pensiero e poi di essere assai concreto e non fumoso, ma ha un limite di fondo: tali proposte presuppongono una forte capacità di governo della sfera politica su quella economica e quindi l'uso di strumenti cui gli stati hanno abdicato da tempo. Ritengo che la proposta di Gallino sia sensata e vada nel senso di obiettivi tattici ( e anche di più) di cui parla anche Adriana, ma solo se fatta a livello europeo o almeno sia il programma di un gruppo di stati e governi: la vedo di difficile attuazione se pensata stato per stato, visto il gap difficilmente colmabile fra sovranità nazionale e sovranità sovranazionale.
Viale, nell'articolo in cui critica fortemente l'uso del termine benecomunisti, critica anche il documento di Gallino più o meno nello stesso modo, pur non rifiutandolo. Neppure io lo rifiuto in sé, ma bisogna avere ben chiaro in quale ambito una proposta del genere possa avere senso. In ogni caso le proposte di Gallino presuppongono un intervento da parte di un'entità pubblica e politica nazionale o sovranazionale che sia e ripropongono il tema dello stato come volano per la ridistribuzione del reddito non solo nel senso fiscale del termine ma anche come presenza attiva nella sfera economica.

La logica che muove il movimento dei beni comuni, le occupazioni di spazi abbandonati (Teatro Valle, Torre Galfa e movimento Macao), l'economia informale, il fare emergere il lavoro di cura e tutto il sommerso domestico, il consumo solidale ecc. ecc. partono da una logica diversa, orizzontale, reticolare (virtuale e reale), ma specialmente pongono a mio avviso due problemi chiave: quello della socializzazione delle pratiche lavorative e di accudimento e in alcuni casi dello scambio non monetario dei servizi e delle prestazioni. Se vediamo questo arcipelago solo in conflitto con l'altra proposta secondo me sbagliamo, ma è evidente che si richiede lo stesso livello di elaborazione ed è su questo terreno che il documento è carente e non sembra rendersi conto della diversità implicita dei due approcci, che non viene così problematizzata. Occorre invece farlo. Il contributo di Mattei messo ieri in rete da Adriana è eccellente nell'offrire strumenti giuridici e costituzionali al movimento delle occupazioni, occorre fare la stessa cosa rispetto poi alla elaborazione di strategie di socializzazione del lavoro e altro. Faccio due rapidi esempi molto diversi fra loro. Il primo è di imprenditoria dal basso e quindi non ha a che fare con il cosiddetto privato sociale, anche se chi ne fa parte (sono tutti giovani), ha un concetto di imprenditoria rispetto alla quale faremmo bene a sospendere la nostra diffidenza: tutti contrari alle grandi opere, attenti all'impatto ambientale ecc. Si tratta del Laboratorio Hub di Milano in via Paolo Sarpi (se volete saperne di più trovate un bel servizio su Emergency di maggio).

Un gruppo di giovani dalle più svariate competenze affittano uno spazio, lo dotano delle strumentazioni necessarie e più svariate, socializzano le loro competenze e vendono progetti e realizzazioni: non entro nei dettagli ma è stato un successo. Secondo esempio: una banca del tempo di Ghedi nel bresciano. Il progetto ha un titolo: Chiude la scuola apre la banca. I bambini che escono da scuola non sono accolti sono convogliati in uno spazio si organizzano giochi, animazioni c'è mi pare una ludoteca ecc. Si occupano anche di merende e talvolta di pasti, ma sempre con scambio monetario minimo o inesistente, autogestito da genitori e da altri componenti la banca del tempo che offrono il loro tempo in cambio di altri servizi. Cosa unisce due esperienze così diverse? Quello che entrambi hanno chiesto alle istituzioni: non investimento in denaro pubblico, ma accesso a spazi inutilizzati da rendere produttivi, a costi bassi o tendenti a zero, più gli allacciamenti delle utenze. Niente altro. Il laboratorio Hub non ha avuto neppure questo dal comune di Milano (gestione Moratti), la banca del tempo ha avuto lo spazio e in generale è più facile ottenerlo per loro. Va detto subito che l'esperienza di Ghedi è un fiore all'occhiello delle banche del tempo, ma importante e potenzialmente estendibile.

Paolo: Sono molto in sintonia con quanto dice Viale dopo la sua lettura del Manifesto. Anzitutto il termine 'benecomunisti' assegnato ai promotori e partecipanti è indebito per tanti motivi ma soprattutto perché è stato usato da chi più che dubbi ha solo critiche da fare al 'nuovo soggetto politico': distinguiamo dunque tra bene comune e beni comuni come suggerisce Viale. In secondo luogo Viale mi anticipa anche nella critica al negripensiero che si ripropone nei panni del benecomunismo. In terzo luogo Viale mette a regime anche il termine soggetto politico e la presunta sua necessità, leggo, in questo, il suo dubitare intorno alla accelerazione imprevista della sua costituzione. Sul fatto invece che gli aderenti a ALBA siano, secondo Viale, neo albigesi la prendo per una battuta: gli albigesi erano eretici ma rispetto appunto a Roma e ai dogmi del cristianesimo, dunque erano cristiani con qualche distinguo. Noi abbiamo solo distinguo? Un lapsus difficilmente districabile: siamo eretici rispetto al comunismo ma restiamo comunisti? e se è così il termine benecomunisti perché lo disturba?

Il benecomunismo invece, ma in fondo lo dice anche Viale, dovrebbe andare oltre. Oltre appunto.

Franco: Io la parola albigesi l'avevo presa come una battuta e basta, che mi ha fatto un po' ridere ma che penso non debba essere presa troppo sul serio.

Adriana: Sono d'accordo con Paolo, il suo intervento mi dà ragione del perché a pelle la parola albigesi mi abbia dato fastidio, credevo fosse la parola in sé, ma c'era di più; forse ha voluto contrapporsi a S. Tommaso, che voleva gli eretici morti, ma sopra tutto concordo con il richiamo all'uso ponderato di "soggetto" e alla breve analisi che vi si accenna; il termine evoca anche in me un’improvvida accelerazione verso un organismo totalizzante al quale essere "assoggettati/e", non totalitario ma totalizzante nel senso di identificare alcuni tratti prevalenti (ideali, obiettivi, atteggiamenti valoriali e conseguenti comportamenti) e richiedere a tutte e tutti di uniformarvisi.

Paolo: Il mio timore sta nell'accelerazione imprevista ( da me) del costituirsi di ALBA. Mi ero fatto l'idea che soprattutto il discorso sui beni comuni, che mi sembra, come dico altrove in questo numero, il collante decisivo dei movimenti in corso, richiedesse una discussione più aapprofondita. Ma sull'urgenza di mettere a tema in generale la nascita di un soggetto politico nuovo non ho dubbi. Tutte le analisi più interessanti convergono su questa questione.

Nel Novecento la classe operaia e tutte le altre forme organizzate di proletariato vario, contadini compresi, sono stati il soggetto politico antagonista capace in qualche modo di contrastare l'egemonia della borghesia capitalistica. Quest'ultima, organizzata a mascherare il furto e lo sfruttamento, è riuscita ad attirare nell'ordine social-democratico garantito dal salario molti più individui di quanti la malavita fosse in grado di assoldare. Borghesia e stato hanno dunque stretto il patto che ha loro permesso di mantenere le rivendicazioni di classe dentro l'alveo delle democrazie sia pure diversamente declinate. Quando i proletari hanno mostrato di poter intaccare questo dominio quelle hanno armato la mano ai fascismi, i quali per amore del potere politico, per la loro formazione culturale ottocentesca ritenuto superiore a quello economico, sono andati oltre al mandato pretendendo di sottomettere al proprio controllo l'economia della fabbrica e del mercato. Oltre a tutto ciò, oggi sappiamo anche che fabbrica e mercato hanno avuto alla distanza la meglio. Venuta meno, almeno da noi in Occidente, la necessità di armare i fascismi da contrapporre, come male minore, agli antagonisti di classe, venuta meno la forza stessa di questi ultimi, la borghesia neocapitalistica ha spiccato il volo e quel furto che avveniva in maniera intensiva locale ha imparato a organizzarlo in maniera estensiva e globale. La massa salariale locale è diminuita liberando maggiori opportunità per la malavita che paga di meno ma paga. Di modo che oggi ci ritroviamo nella condizione micidiale e disperante di non avere nel nostro orizzonte un soggetto politico capace di essere considerato alternativo e quindi da dover fronteggiare e con cui dover patteggiare né una borghesia diffusa sul territorio locale da costringere a patti. Lo stato con chi si allea visto che da solo non rappresenta che i dipendenti pubblici? la borghesia internazionale sfuggente e delocalizzata è il soggetto politico nuovo in quanto vera e propria aristocrazia del denaro, non del sangue ma con le stesse prerogative di quella, che può patteggiare con le mafie nella spartizione del furto. Se nell'Ottocento la borghesia capitalistica è stata il soggetto politico antagonista dell'aristocrazia del sangue, se la classe operaia è stata il soggetto politico antagonista della borghesia capitalistica nel Novecento, contro la nuova aristocrazia della finanza del terzo millennio, che è sempre più potente e arrogante e cinica e che ci riporta alla fine del Settecento, qual è il soggetto politico antagonista? Poi si dice che la storia non si ripete. Ma che numero di volte è questo in cui assistiamo molto semplicemente al dominio di una classe minoritaria di ricchissimi su una enorme massa di miserabili?

Adriana: Noi guardando la storia vediamo il soggetto antagonista emergere via via, rafforzarsi e confliggere, ma non consideriamo mai quanto tempo ci ha messo a individuarsi, riconoscersi, nominarsi, organizzarsi tatticamente e strategicamente..
A volte secoli ( la borghesia nel processo storico dall'alto Medioevo all'età comunale), ora siamo in mezzo a un processo del genere.
Non ci sono scorciatoie anche se oggi avviene tutto più velocemente a causa della tecnologia.

Franco: La storia si ripete eccome, ho sempre pensato che l'analogia sia una figura retorica assai utile purché la si prenda con il buon senso. L'intervento di Paolo secondo me è assai acuto nel dire sinteticamente (anche se forse con qualche aporia interna), il passaggio da un capitalismo borghese a uno post borghese, definizione che secondo me è implicita anche in quello che scrive quando afferma che siamo ritornati a una situazione di fine '700. Proprio perché condivido tiro le conseguenze: noi non viviamo più in una società patriarcale-borghese-capitalistica, ma in una forma nuova di ancièn regime e questo andrebbe prima di tutto spiegato agli anarchici che hanno pensato bene di gambizzare un dirigente industriale: rispetto a questi quelli che attentavano alle vite dei re erano dei geni della politica.

Tutto ciò mi rinfresca la memoria su un convengo che si tenne nel lontano 1985 al centro Pio Manzù di Rimini e che mi colpì nel titolo fin da allora senza però avere la capacità di penetrare subito il suo senso profondo, che ora invece mi è chiarissimo. Il titolo del convegno era: Come riportare il Principe al governo dell'Europa. Avete capito bene: il Principe! Non era ancora caduto il Muro, ma evidentemente c'era chi aveva dati in mano che gli permettevano di pensare alla chetichella un convegno con tale titolo. L'aristocrazia finanziaria di cui scrive Paolo, la cui analisi andrebbe approfondita nel senso di individuare anche i suoi organi di funzionamento non solo economico (in primis le agenzie dell'Onu, le sue scuole come per esempio il liceo internazionale e i suoi ambiti di potere occulti o coperti) e la sua ideologia (i diritti umani), assomiglia maggiormente all'aristocrazia del sangue che non alla borghesia capitalistica. Questo pone una serie di problemi proprio nella individuazione del soggetto e dei soggetti, perché se ne deve parlare al plurale secondo me e magari uno sforzo generoso di individuazione andrebbe fatto, ma non lo faccio qui perché vorrei dire qualcosa su un passaggio chiave dell'intervento di Adriana, quando scrive che non ci domandiamo mai quanto tempo ci vuole a costruire un soggetto! Ovviamente lo sappiamo razionalmente che è così, ma la frase mi ha fatto capire un sostrato inconscio che ritrovo anche in me e cioè la fatica e la difficoltà di comprendere che non siamo più dentro una continuità storica (è finita nel 1989), ma in una irriducibile discontinuità e che facciamo davvero fatica a capire che bisogna ricominciare daccapo; il che non significa non poter recuperare niente del passato (anzi non recupera niente chi continua a pensarsi dentro una continuità storica che non esiste più), ma che questo può essere fatto solo a partire dalla cesura. La stessa dinamica delle classi e della lotta di classe può essere riletta solo a partire dalla cesura. Credo in tale contesto che tutto ciò che si muove (movimenti e anche ciò che residua della sinistra storica), sia più (in Europa almeno, diverso il caso di America Latina e altro) il sintomo e l'espressione della necessità di metabolizzare la cesura e di cambiare orizzonte che non una risposta coerente all'aristocrazia finanziaria post borghese e che tuttavia ci siano in essi i germi di nuovi soggetti nascenti. Tutto questo, secondo me, è sul punto di produrre un nuovo '48 europeo o forse occidentale (e dai con le analogie!).

Aldo: Trovo il "Manifesto per un soggetto politico nuovo" interessante e condivisibile. Contiene tutta la traiettoria culturale e politica di una generazione ( o parte di essa). Sono citati Cattaneo, Whitman, Stuart Mill, Bobbio, Gandhi e Nussbaum. Mancano tutti i riferimenti di sinistra (ma non vuol dire: sotto sotto si sa che ci sono). Si sente dal vivo l'influenza di Ginsborg e di Revelli sullo scritto. Non si può che essere d'accordo anche sul dominio delle passioni e sulla ostilità verso i narcisi. E' vero che bisogna ricominciare dalla micropolitica, dalla capacità di ascoltare più di quella di parlare. Sono tutte cose che abbiamo imparato dal movimento delle donne. E anche questo fa parte della parabola di una generazione.

Sto leggendo un libretto uscito or ora: "Occupy Wall Street" della Feltrinelli steso da una sessantina di persone in collaborazione tra loro. Mi pare che esprima la stessa sensibilità. Tutto questo fa sembrare chs si sia sulla buona strada. Mi pare però che in  un manifesto per un'altra politica qualche cosa sulla necessità di combattere con ogni mezzo possibile l'egemonia culturale delle destre e dell'apparato neoliberista non ci sarebbe stato male. Un soggetto politico nuovo che non si ponga l'immane compito di risalire la china di un trentennio di vuoto di analisi critica mi pare che possa fare poca strada (il '68 è stato soprattutto questo: una grande, mirabile opera di demistificazione e di critica della società dominante, quella che chiamavamo, in modo non del tutto errato: sistema). Eppure sto anche leggendo di Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di Classe". Gallino ha firmato il Manifesto e nella età cospicua che si ritrova, dopo una vita di silenzioso e riservato professore sta prendendo un piglio ribellista che gli fa onore. Nel leggere questo, come gli altri libri recenti di Gallino, monta dentro una gran rabbia per le ineguaglianze che risorgono, per le menzogne del pensiero di destra, per l'egoismo violento dei ricchi ecc. Ebbene Gandhi e Whitman vanno anche bene ma è anche meglio ricordarsi che anch' essi, nel loro piccolo, si devono pur essere incazzati se poi hanno dovuto porsi il proposito di dominare le loro passioni per meglio metterle al servizio della lotta sociale.

Paolo: Vorrei capire qualcosa di più di quanto dice Franco. Se capisco bene tu sostieni che facciamo fatica a capire che dobbiamo ricominciare daccapo, metabolizzare cioè la cesura e cambiare orizzonte. Ma non ti sembra che i movimenti a cui facciamo riferimento, e noi stessi in quanto li riconosciamo come interlocutori, siano già dentro un orizzonte post '89?

Franco: Sì, Paolo, lo sono di certo, ma il richiamo di Adriana, mi ha fatto pensare alla fatica di ricordarlo e praticarlo con lucidità e attenzione sempre vive. Forse stavo anche un po' parlando a me stesso. Peraltro alcuni fatti di questi giorni e anche l'intervento di Aldo mi hanno spinto ad approfondire ulteriormente la mia riflessione, ma questo lo farò in sede di commenti quando siamo on line col numero.

Laura: Le firme del manifesto programmatico dovrebbero in gran parte essere garanzia di serietà, ma è evidente che ancora molto va discusso. Per quanto apprezzabile ed auspicabile sia l'idea di fondo, nata dalla disperazione della situazione attuale, è come se io mi ritrovassi a parlare di temi la cui importanza e necessità mi sento di condividere, ma che mi sembrano eludere alcuni principi fondativi.

Partirò da quegli articoli critici che in fondo tendono solo a mostrare confusamente una "modernità" di intenti ma che in definitiva mi sembrano dare per scontato che non è più tempo  di ribadire i principi che hanno (avrebbero) sempre dovuto caratterizzare la sinistra, quelli che sono nati dalla Rivoluzione francese, uniti a quelli ribaditi e ampliati dalla (ormai indicibile) Rivoluzione russa  e che personalmente ritengo ancora validi : uguaglianza, solidarietà, centralità del lavoro e della cultura, e via dicendo.
Mancuso è solo il sintomo di un'idea di sinistra che vuole essere qualcosa che ha a che fare con un liberalismo forse meno feroce di quello attuale, nella sua accezione neoliberista, ma che poco c'entra con la sinistra, a mio parere. Non parliamo di sol dell'avvenire ( ormai guai a citare il passato),  ma perché deve essere moderno solo chi  tende a dimenticarlo? Non abbiamo forse sufficiente spirito critico per conoscerne le debolezze, la carenza di diritti civili, ma anche le importanti acquisizioni ? Tutto deve essere gettato alle ortiche? Perché disprezzare la storia che abbiamo, in modi diversi, vissuto?
Giustamente Adriana introduce una riflessione importante sulla tematica di genere, frutto di un'esperienza femminista che ha portato davvero l'attenzione sul tema delle donne, sempre trascurato dalla sinistra.
Il tema dei beni comuni è un modo nuovo di intendere la democrazia e di acquisire consapevolezza su quanto va fatto per il rispetto e l'assunzione di responsabilità nei riguardi dell'ambiente e dei rapporti tra le persone, di cui le donne devono occupare un posto adeguato e riconosciuto all'interno di una  società finalmente non più patriarcale.
Alba, fino a questo momento, mi pare si sia principalmente dedicata a cercare una nuova forma di democrazia attraverso la partecipazione attiva e fattiva di donne e uomini, come proposto dal Forum di Porto Alegre, la cui idea si aggira non solo per l'Europa,  come alternativa temuta da chi la democrazia non la vuole proprio ( vedi l'oligarchia finanziaria che oggi imperversa tentando di distruggere i diritti conquistati dai popoli, a caro prezzo).
Accolgo la nascita di ALBA con grande speranza, ma attendo con ansia di sapere che idea di società essa abbia concretamente intenzione di proporre. Basta chiedere che non vi siano leader, che venga bandito il narcisismo imperversante?