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L’esperimento fallimentare del socialismo sovietico nella ricostruzione di Rita di Leo. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Giovedì 10 Gennaio 2013 17:06

di Paolo Rabissi

Per tre quarti del Novecento l'URSS è stata la nazione del comunismo realizzato. Al suo crollo il silenzio è calato su quell'esperimento. Rita di Leo, che a quella storia ha dedicato una vita, la ricostruisce nell'ultimo suo libro.

During a large part of the past century, USSR was the land of  communism. After it collpsed, the silence had dropped on that experiment. In her latest book, Rita di Leo, who has dedicated her life to the study of communism, reconstructs its history.

Dreiviertel des zwanzigsten Jahrhunderts stellte die Sowjetunion das Land des realisierten Kommunismus dar. Nach dem Zusammenbruch senkte sich Stille über dieses Experiment. Rita di Leo, deren Geschichte er ein Leben widmete, bildet er in seinem letzten Buch nach.

Cresciuta a contatto delle lotte dei braccianti comunisti pugliesi prima, degli edili romani e degli operai del Nord dopo, nella temperie culturale dell’operaismo italiano più radicaleBoris Kustodiev(Quaderni Rossi, Classe Operaia), Rita di Leo ha seguito l’evolversi del socialismo in URSS sin dagli anni sessanta. Con “L’ esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa” del 2012 (Ediesse, Roma) prova a spiegarci come sono andate le cose, riapre cioè l’analisi di un’esperienza che, dopo il suo fallimento, è stata rimossa fino a diventare un tabù ‘per i suoi protagonisti, i suoi orfani e i suoi nemici’. La sua ricostruzione, al di là del grande interesse intrinseco suscitato da metodo e passione, ci sembra uno strumento importante per qualsiasi studioso del Novecento. L’esperimento profano in   questione (profano, non sacro come quello dei   gesuiti in  Paraguay nel Sud America o come   quello nel Nord dei quaccheri di W. Penn con   Filadelfia) nel XX sec. è  stato quello di rovesciare la logica del potere tradizionale dando alla classe operaia il potere che era stato dell’aristocrazia prima e della borghesia dopo. Come per molti della nostra generazione (i nati a ridosso della guerra) anche per l’autrice furono determinanti avvenimenti come il rapporto di Khrushcev al XX congresso del PCUS  del ’56, la tragedia ungherese dello stesso anno, e poi casi come quello di Pasternak. Per approfondire la conoscenza del paese sovietico si servì della lettura dei giornali, tra cui in  primis la stessa Pravda e il Trud, la lettura del Digest of the Soviet Press statunitense e poi soprattutto dei suoi viaggi in URSS (durante i quali doveva  sfuggire, o provarci, al copione esaltante dell’URSS che i funzionari tentavano di imporle).Tutto ciò contribuì a  suggerire all’autrice (direi più precocemente che a tanti altri) che 1) le classi in URSS non erano state affatto eliminate,  2) che gli intellettuali erano perlopiù antisovietici e 3) che gli operai sovietici erano in realtà scontenti della loro condizione e che la denunciavano in tutti i modi possibili. Di tutto ciò l’autrice ha dato conto nelle sue pubblicazioni dagli anni ’60 in avanti.
La maggioranza dei suoi contatti nel paese del socialismo realizzato era composta da intellettuali: economisti, storici, sociologi, filosofi: dalle conversazioni con costoro emergeva che essi si consideravano penalizzati due volte: socialmente in quanto poco valorizzati, politicamente perché non avevano alcun accesso alle leve del potere, al quale comunque aspiravano. La caratteristica dominante tra loro era l’avversione verso il lavoro manuale e il popolo lavoratore, al quale il partito garantiva l’egemonia politica. Gli intellettuali avversarono quella classe al potere dall’inizio alla fine, finché appunto con Gorbaciov e Yeltsin la parabola del ‘popolo al potere’ si chiuse.
Paradossalmente, dice di Leo, quel popolo al potere ce l’avevano mandato altri intellettuali, i rivoluzionari di professione del ‘17.

Un piccolo gruppo di intellettuali, una élite, attivò la strategia vincente di farsi rappresentante politico del lavoro manuale dipendente, cioè della classe operaia, in nome della quale motivò dopo aver guidato la rivoluzione l’esercizio del proprio potere  e legittimò la dittatura del proletariato, la costruzione del socialismo e la realizzazione futura del comunismo.

All’inizio dell’esperimento questa élite considerò aliena al progetto la maggioranza della popolazione.

Contadini, mercanti, religiosi, il ceto borghese dei professionisti e degli impiegati delle amministrazioni zariste. E, con Stalin, anche artisti e scienziati. Ma di più: se alleati naturali furono considerati i ‘nuovi operai’ (semplici lavoratori manuali, contadini poveri urbanizzati, ex artigiani, ex soldati) così non fu per la preesistente classe operaia, composta da operai specializzati, sindacalizzati, politicizzati (bolscevichi, menscevichi e trostzkisti), una sorta di vecchia aristocrazia operaia.

Secondo il principio amico-nemico, sostiene di Leo, il solco che fu così scavato tra vincitori e vinti si fece enorme e la nuova classe operaia, ritenuta alleata naturale della rivoluzione, alla quale il partito chiedeva il sacrificio della vita alla causa, era destinata a fornire in futuro le leve di una nuova élite di  funzionari di partito, di impiegati amministrativi, di tecnici al comando delle fabbriche, di elementi fidati dei servizi di sicurezza.

Nei primi trent’anni di vita dell’URSS gli intellettuali bolscevichi governarono il paese (di persona o con i dettati dei Congressi del partito) controllando l’economia, l’apparato strategico-militare, l’amministrazione locale, la scienza e la cultura, con un potere molto simile a quello assoluto delle monarchie pre 1789. Ma soprattutto allevarono consapevolmente i propri eredi selezionando e preparando un’élite di estrazione popolare destinata al comando.

La successione la si pensava indolore invece nei fatti proprio quei nuovi dirigenti provenienti dal basso si mostrarono decisamente antagonisti degli intellettuali padri dell’esperimento.

Lenin aveva messo sull’avviso (anche con politiche contraddittorie nei suoi anni di leadership, ma già precedentemente in Che fare? del 1902) che anche gli operai russi erano chiusi dentro una visione tradeunionista, che non potevano essere lasciati soli, e che dunque gli intellettuali erano necessari per guidarli proprio oltre quell’universo. Ancora nel suo ultimo monito prima della morte, in Meglio meno ma meglio, Lenin ribadisce la tesi secondo cui gli operai hanno soprattutto una ‘coscienza sindacale’ e che è compito degli intellettuali anticapitalisti, dei rivoluzionari di professione, aprirli  a lotte non corporative, a strategie di interesse generale.

E’ a Stalin che si dovette il cambiamento di rotta, è lui che fece della centralità operaia il programma del partito. Era una scelta di rottura proprio con il passato leninista e socialdemocratico del partito. L’intellettuale, quello attivo che dà la linea, insieme alle vecchie categorie borghesi, andava relegato al margine in una posizione passiva in modo che i nuovi operai assumessero autonomamente le piene responsabilità di governo. Il suo posto verrà preso dalla nuova figura dei tecnici sovietici, operai e figli di operai, assunti per la loro fedeltà all’esperimento ai posti di comando. Tra il 1929 e il 1938 anche la minoranza di vecchi operai politicizzati fu emarginata e criminalizzata come aderente al menscevismo o al trotskismo, e con loro ovviamente i contadini, il sottoproletariato criminalizzato, i delinquenti comuni. Tutti avviati ai campi di lavoro e/o di rieducazione coatta. Con loro soprattutto c’erano i ‘vecchi’ intellettuali e politici (l’autrice si sofferma, vedi pag. 109, a elencare i responsabili diretti delle campagne staliniste contro gli intellettuali: tutti operai, come ad esempio Nicolaj Yezov, capo della polizia segreta, che aveva guidato la storica lotta delle officine Putilov all’alba della rivoluzione). Il costo umano ed economico di questa operazione venne a galla solo dopo la morte di Stalin. E va almeno aggiunta un’altra considerazione: la massa di lavoratori dei campi di lavoro eseguiva in pratica quelle mansioni più faticose e umilianti alle quali l’élite operaia arrivata al governo si sottraeva volentieri.

ll problema è che sin dall’inizio della rivoluzione gli operai, a favore dei quali quella rivoluzione era stata fatta e che almeno nominalmente garantiva loro il potere, interpretarono la loro nuova condizione nell’unico modo che a loro sembrava naturale, cioè con una tendenza a lavorare poco, con ritmi ‘umani’ e con soddisfazione almeno dei bisogni primari. Il che contraddiceva quanto il partito indicava: l’industrializzazione accelerata, la crescita economica, l’urbanizzazione del paese e poi la gara per la parità strategico-militare (dalla bomba atomica alla  gara spaziale) con gli USA. I piani quinquennali avevano questi scopi e non potevano essere elusi. Ma man mano che alle leve del controllo delle fabbriche arrivarono direttamente gli operai (a partire dagli anni cinquanta), che erano anche i capi locali del partito, i compromessi aumentarono nel senso che la prima regola in fabbrica diventò sfuggire alle regole del piano.

Emblematica in questo senso l’opposizione generale all’innovazione tecnologica, mai dismessa dalla base operaia e con quest’ultima l’élite chiamata alla direzione si sentiva in qualche modo pronta al compromesso. Il partito all’inizio tentò di rimediare chiamando alla prova i più fedeli al progetto: gli eroi del lavoro e lo stakanovismo non durarono però molto o comunque potevano convivere con una realtà diversa.

La produttività media del lavoro era ottenuta facendo a meno delle macchine e arrivava ugualmente a risultati esaltanti grazie alla collaborazione manuale di classe tra operai, alla dedizione alla causa del socialismo. Makazimir malevic2 quella dell’operaio sovietico restava comunque una produttività bassa: anche quando gli investimenti in macchinari aumentarono l’operaio sovietico lavorava poco, molto meno della media dei lavoratori negli altri paesi. In sostanza in questo modo il rinnovamento tecnico veniva impedito: gli operai impedirono di fatto alla macchina di sostituirli e di dominarli e l’hanno fatta da padroni, il che dal punto di vista operaio significava lavorare poco. Mentre in occidente iniziava la destrutturazione delle grandi fabbriche e la finanziarizzazione del capitalismo, in URSS erano ancora in corso l’operaizzazione e l’urbanizzazione, si aprivano nuove fabbriche con incentivi e salari maggiorati ma in ogni caso nella fabbrica nuova era possibile che la catena di produzione fosse ancora spinta a mano! per l’appunto con un rapporto uomo-macchina favorevole all’uomo. Se in occidente il processo portava alla sostituzione dell’uomo con la macchina, l’operaismo sovietico invece rallentò o impedì quella sostituzione, conservando il lavoro dell’uomo-artigiano al centro dell’universo ( facendo, aggiungo io, la felicità di Leopardi ma non quella di Marchionne o di Steve Jobs, e quasi sicuramente nemmeno quella di Lenin).

La selezione della nuova élite dal basso comincia negli anni trenta e compare sulla scena pubblica in maniera organica negli anni ’50. Si afferma definitivamente con Khrushchev, lavoratore manuale di provincia, fedele militante politico, mandato a istruirsi nell’Istituto dei Dirigenti Rossi. Il suo rapporto segreto del 1956 lo segnala alla storia come il figlio che rinnega il padre Stalin. Soprattutto perché in effetti viene denunciata la politica dei campi di lavoro e di rieducazione. Ma, paradosso tra i tanti, le tre politiche simboliche sulle quali era nata l’URSS – l’utopia del comunismo, la costruzione del socialismo, la dittatura del proletariato – rimasero alla base della leadership anche di Khrushchev. Infatti il suo programma prometteva la realizzazione del comunismo per gli anni ottanta, la totale industrializzazione e urbanizzazione del paese e infine la trasformazione della dittatura del proletariato nello ‘Stato di tutto il popolo’, sancito nel Congresso del 1961. Un passaggio quest’ultimo decisivo per capire cosa era successo e cosa stava succedendo nell’URSS. Dato che, come si sosteneva, nella comunità sovietica si erano dissolte le antiche distinzioni di classe, etnia, religione, l’anello mancante era solo il passaggio dal governo di partito a quello gestito direttamente e autonomamente dal popolo.

Ciò rispondeva effettivamente, ancora una volta paradossalmente perché in ritardo sulla realtà del paese, a una richiesta reale del popolo, il quale, in maniera  privata e informale, nei luoghi di lavoro e nelle varie situazioni di vita, si comportava da tempo in maniera sempre più autonoma rispetto alle regole imposte dal partito: fuori dal partito e dalla vita ufficiale esisteva un paese reale nel quale le aspirazioni del popolo, lontane dallo spirito collettivo e solidale di sacrifici per la costruzione del socialismo, si materializzavano in concreti interessi assolutamente individuali: un buon lavoro, un appartamento e non una stanza in un appartamento per dieci, beni di consumo non come premi ma a disposizione della massa. Non che mancassero interessi comuni a tutti, ma non andavano certo verso la costruzione del comunismo: erano in sostanza la difesa dei confini della patria ma subito dopo l’autonomia dal potere del partito, l’ostilità contro ruolo e funzioni dei lavoratori non manuali, dei politici e dei tecnici e infine la soddisfazione dei bisogni di consumi di massa.

Con Khrushchev prima ma soprattutto con Breznev, operaio anche lui (è lui a dare il via a una sorta di Welfare per garantire almeno a tutti i beni essenziali) cessa in parte, senza smentire mai le linee teoriche del socialismo, il controllo del partito su una economia organizzata sulla base dello sviluppo diseguale, quello che prevedeva il massimo di investimenti nella gara con gli USA per armamenti e conquista dello spazio da una parte e sacrifici per la vita quotidiana del popolo dall’altra. In quest’ottica la domanda reale che proveniva dal popolo non era presa in considerazione ma dal momento in cui la nuova élite di estrazione operaia prese man mano il potere nella gestione dell’economia locale, nel paese si sviluppò sempre più una società fuori dalla pianificazione ufficiale, nella quale le attività in nero riempivano i vuoti dell’economia del consumo domestico: nel mondo reale, al quale il partito con le riforme di Khrushcev e Breznev tentò di avvicinarsi, la prima regola era comunque quella di sfuggire alle regole del piano a favore di concreti interessi privati. A ridosso della pianificazione vi era un’economia altra che traeva profitto dagli ‘affari’ e nella quale l’uso del denaro era silenziosamente accettato. Dagli anni settanta in poi la crescente monetizzazione delle relazioni sociali ebbe un effetto dirompente sul legame tra partito e popolo e mostrò come al posto dei sacrifici per un comune futuro migliore si guardava di più alla soddisfazione di bisogni immediati. Il mercato in URSS finì con l’esistere anche se non aveva le tradizionali caratteristiche: non c’erano infatti la borsa, né investimenti, banche, finanzieri, prezzi dei beni, del lavoro.

La nuova élite di estrazione operaia usò dunque l’egemonia ad essa accordata dagli intellettuali utopisti non per tenere fede al progetto originario di una società post-capitalistica ma per “avere” il più possibile. E “avere” significava meno lavoro, maggiori beni di consumo, un’esistenza quotidiana tranquilla, meno collettivismo, maggiore vita privata (pag.103).

La gestione popolare dunque (quella creata da Stalin: operai e contadini al potere e eliminazione degli intellettuali) si mostra col tempo distruttiva rispetto al progetto. Secondo l’autrice Stalin disse agli operai e ai contadini di prendere il potere e loro se lo presero, non però in nome del progetto originario – dove comunque stava scritto a chiare lettere che dare il potere a loro era il primo obiettivo – ma in nome dei propri individuali interessi. Un fallimento lento ma inesorabile alla base del quale c’erano la diffidenza e l’ostracismo verso quegli intellettuali che secondo Marx e Lenin dovevano invece servire da guida verso il comunismo.

Quegli intellettuali o furono ‘rieducati’ o furono eliminati e il potere se lo prese gente ‘ineducata’ al comunismo (tutto quello che conoscevano dei classici del socialismo erano i bigini del militante) o comunque a un bene collettivo. Gli intellettuali fuoriusciti e quelli rimasti, nelle fila degli scienziati, delle scuole, ecc. saranno l’anima di una rivincita che esploderà nel ’91: con questo peso storico sulle spalle però, che dentro l’URSS nulla hanno in effetti fatto (tranne lamentarsi come nelle conversazioni private con l’autrice) per rendersi protagonisti di una lotta  contro l’élite che li governava e da loro considerata inadeguata e inefficiente, essi rinunciarono dunque in pratica, nota l’autrice, alle funzioni proprie dell’intellettuale. Salvo poi dichiararsi apertamente contrari all’esperimento dopo il ’91!

Conclude amaramente di Leo: “In teoria gli operai, divenuti responsabili del proprio lavoro nelle proprie fabbriche, erano destinati a fare meglio di Taylor e di Ford. In realtà gli operai hanno identificato il socialismo con il lavorare poco, rimanendo lavoratori esecutivi e non imprenditori di se stessi. In teoria i quadri ex operai, divenuti responsabili del governo del paese, erano destinati a fare meglio di Roosvelt. In realtà il buon governo, desiderato dal popolo, stava nella soddisfazione dei bisogni minuti del popolo”. Con una conversione definitiva alla logica del capitalismo come di fatto è avvenuto dal ’91.

La vicenda sovietica del rapporto tra intellettuali e potere sembra aver avuto, commenta ancora l’autrice, uno strascico terribile. Sono spariti tra di noi non solo i profeti di nuovi mondi, ma persino gli intellettuali antagonisti, semplici organizzatori di lotte sociali. L’antagonismo sopravvissuto è individuale, l’intellettuale si rifugia nei monasteri, come fossimo tornati all’anno mille.

Commenti di redattori e redattrici di OL:

Adriana:

Non sono in grado di valutare se la tesi di Di Leo è accettabile tutta o in parte, forzata o realistica... sta di fatto che ogni  concetto espresso in merito a questa vicenda, che tanta importanza ha avuto per me con tutto il carico di immaginario che comportava, mi suscita suggestioni, emozioni per un riaffiorare di ricordi e sensazioni che avevo messo in  disparte dal 1991.

A cominciare dall'espressione  "ha da venì baffone" (anni 50-60), mi pare sia sullo stesso piano  delle aspettative della nuova classe operaia individuata da Di Leo: incolta, senza coscienza di classe (ex soldati, ex contadini inurbati..), tesa a far intravvedere la possibilità  a "servi" di diventare "padroni" comandando sui vecchi padroni. Con tutto il carico di risentimento e livore accumulato in decenni di miseria e sopraffazione. La responsabilità anche qui dovrebbe essere degli "educatori", maestri, intellettuali... Ma siamo sicuri che questo non abbia fatto comodo demagogicamente ai vertici del PCI (come agli intellettuali sovietici che si erano proclamati  interpreti di quegli interessi)  per portare avanti i propri progetti egemonici?

Possibile che fossero tutti  così cinici? E l'uomo nuovo?

E che ne conosceva Gramsci, ne ha trattato?

Questo spiegherebbe anche la sordità assoluta del PCI, anche  ai tempi d'oro, rispetto a ogni reale istanza di scardinamento dagli anni Sessanta a oggi, femminismo incluso.- dell'ordine del discorso (sociale, politico, economico, antropologico,...) emersa progressivamente dai vari movimenti.

Che ha residuato questo nella nostra storia, con un PCI, ...PD, comunque fagocitante ogni  ipotesi di affermazione di un mondo altro?

Franco:

Adriana si chiede se Gramsci avesse intuito e detto qualcosa in proposito: credo proprio di sì. Ormai, il suo allontanamento dal bolscevismo è riconosciuto da tutti gli studiosi, si discute se mai da quando data la sua presa di distanza, ma il percorso di revisione è chiaro e le ragione per cui il Pci lo ha tenuto in qualche modo riservato non sono tutte ignobili, come talvolta si è scritto. Così come non sono ignobili le incongruenze dei diversi progetti di liberazione tutti falliti. Gramsci era convinto che la sua scarcerazione poteva dipendere solo dalle iniziative dello stato sovietico e si cacciò in una polemica furibonda con il partito che invece promuoveva campagne politiche in suo nome: ma chi era a Mosca sapeva che se Gramsci fosse stato estradato in Unione Sovietica forse avrebbe corso il rischio di finire in un gulag!

I punti di allontanamento di Gramsci mi sembrano girare intorno a due o tre questioni: una critica prima implicita e poi più esplicita alla politica dei due tempi (prima le basi materiali del socialismo e poi l'uomo nuovo), la relativizzazione della presa del potere politico come elemento primario e fondante  rispetto al peso esercitato dai settori sociali che fanno resistenza passiva al cambiamento e che in occidente erano ben più ampi che non nella Russia zarista, la rozzezza delle risposte economiche (Gramsci scrive a un certo punto che quello bolscevico è un potere bambino rispetto alle sofisticate risposte americane (Americanismo e fordismo), alla crisi del '29. Infine il suo discorso meno noto, su come sia possibile amare una intera classe e non dei singoli individui: parla proprio di amore in un senso che potrebbe pure avere una valenza cristiana. Siamo molto lontani da Lenin. Quanto il Pci ha assorbito da Gramsci? Molto e poco al tempo stesso. L'idea della costituente è sua e Togliatti lo sa dal 1930 ma non può dirlo anche se è d'accordo, perché la Terza Internazionale si è attestata sulla parola d'ordine demenziale del socialfascismo. Fa finta di non saperlo ma lavora perché sia quella, come infatti sarà, la linea del partito. Il problema è che a un certo punto il Pci non si pone più il problema della rivoluzione in occidente come continuava a fare Gramsci, almeno in una prospettiva storica di lunga durata (Gramsci a un certo punto afferma che il passaggio da capitalismo a socialismo coprirà un arco storico di 4-500 anni), mentre i bolscevichi pensavano probabilmente che in 50 anni tutto era risolto. Lenin nei suoi ultimi scritti ricordati anche da Paolo, si rese probabilmente conto che non era così, ma ormai era tardi.

Il discorso si farebbe lunghissimo, spero lo continueremo.