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Le fabbriche recuperate in Argentina e in America Latina Un primo bilancio PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 11 Gennaio 2013 11:38

di Aldo Marchetti

Uno dei lasciti della crisi argentina è quello delle aziende fallite occupate e rimesse in attività dai dipendenti, in assenza dei proprietari, spesso fuggiti all’estero o semplicemente scomparsi. Si tratta di più di 200 fabbriche che occupano circa 10.000 lavoratori!

One of the legacy left by the Argentinian crisis, are the factories that, after having gone banckrupt, have been occupied and ruled by workers. In many cases, this is also due to the absence of propriators, who have escaped abroad or simply desappeared. More than 200 factoris, nowadays, give work to 10.000 workers.

Eine der Hinterlassenschaften der argentinischen Krise ist die der bankrotten Unternehmen, die von den Mitarbeitern besetzt und, in Abwesenheit der Inhaber, die häufig ins Ausland flohen oder einfach verschwanden, erneut in Betrieb gesetzt wurden. Es handelt sich um mehr als 200 Fabriken, die rund 10.000 Arbeiter beschäftigen!

Poco più di dieci anni or sono l’Argentina ha attraversato una delle più gravi crisi della sua storia. E’ stata lafabricastomadas2-conseguenza di una politica economica ispirata da più di un ventennio alle teorie neoliberiste della scuola di Chicago. La crisi era in atto da tempo ma all’inizio del nuovo secolo si dispiegò in tutta la sua gravità: la disoccupazione raggiunse il 20 per cento, più della metà della popolazione sprofondò sotto la soglia di povertà, le fabbriche chiusero a migliaia, i capitali fuggirono all’estero mentre il pagamento del debito internazionale soffocava l’attività produttiva del paese.  Lo scontro sociale raggiunse il suo apice pochi giorni prima del Natale del 2001 quando gli argentini scesero nelle strade facendo risuonare le pentole vuote, scontrandosi con le forze dell’ordine e intimando all’intera classe politica di andarsene: Que se vayan todos! In quei giorni il grande romanziere argentino Ernesto Sabato scriveva: “Oggi noi siamo un paese povero, e sul nostro popolo pesa un debito estero opprimente. Proviamo un senso d’impotenza che sembra compromettere la vita delle persone.

 

Eppure credo fermamente che siamo di fronte a quel momento di supremo pericolo in cui si sviluppa, allo stesso tempo, ciò che può salvarci. Non sappiamo dove ci porteranno gli anni decisivi che stiamo vivendo, ma possiamo affermare che fra noi è già presente una nuova concezione della vita.In mezzo al caos, alla povertà e alla disoccupazione, ci sentiamo tutti accomunati da uno spirito di fratellanza come forse non è mai accaduto in precedenza”[1].

Profondo conoscitore dello spirito del suo popolo Sabato sapeva che gli argentini avevano dentro di sé la forza per cambiare strada e per risalire la china del baratro in cui erano caduti. Visse ancora dieci anni (morì quasi centenario nel 2011) ed ebbe il tempo di constatare che quegli anni decisivi che aveva vissuto avevano portato nuovamente il suo paese a una condizione di relativa prosperità e di rinnovata coesione sociale. Le cronache e le storie che sono state scritte su quel periodo ci raccontano spesso del senso di  fratellanza e solidarietà diffuso tra la popolazione e della sua indomita volontà di affrontare i problemi aperti dalla crisi senza aspettare che le soluzioni venissero dall’alto, cioè da una ceto politico e imprenditoriale che era caduto nel più completo discredito.

 

Uno dei lasciti della crisi argentina è quello delle imprese fallite che furono occupate e rimesse in attività dai dipendenti, in assenza dei proprietari, spesso fuggiti all’estero o semplicemente scomparsi.

L’esperienza delle fabbriche recuperate in Argentina è abbastanza nota, è utile tuttavia ricordare in breve le caratteristiche del fenomeno. Si tratta di poco più di 200 imprese che occupano circa 10.000 lavoratori e che durante la crisi economica argentina del 2001-2002, avrebbero dovuto chiudere per fallimento e che invece sono state occupate dai dipendenti e hanno ripreso la produzione in regime di autogestione. Le imprese sono generalmente di piccole e medie dimensioni, appartengono ai più diversi comparti industriali e nell’ultimo decennio sono cresciute di numero. Tenendo conto della durata dell’esperienza e del numero di imprese coinvolte è possibile ritenerlo un fenomeno nuovo e peculiare nella storia del movimento operaio. Anche in passato si sono avuti cicli di occupazioni di stabilimenti industriali, talvolta con la ripresa della produzione sotto il controllo operaio (Prima fase della rivoluzione russa; biennio rosso in Italia; rivoluzione del 1918 in Germania e Austria; guerra civile spagnola soprattutto in Catalogna ad opera del movimento anarchico; 1936 in Francia agli esordi dell’esperienza del Fronte Popolare; i Consigli di gestione in Italia; l’occupazione delle fabbriche in Giappone nell’immediato secondo dopoguerra), ma si è sempre trattato di episodi legati a momenti rivoluzionari o a situazioni di guerra che si sono rapidamente conclusi. L’occupazione delle imprese è avvenuta spesso attraverso conflitti aspri con le forze dell’ordine e gli ufficiali giudiziari che per iniziativa dei vecchi proprietari cercavano di rientrare in possesso degli stabili e dei macchinari. Le assemblee di quartiere, il movimento dei disoccupati, gruppi studenteschi e organizzazioni di insegnanti si sono mobilitati per appoggiare le lotte e garantire l’autodifesa in caso di sgomberi e di attacchi della polizia. Il primo passo quindi è consistito nella difesa degli impianti e nella garanzia della loro agibilità da parte dei lavoratori. Il secondo è stato quello dell’ottenimento del decreto di esproprio da parte della magistratura locale in base alla legge sui fallimenti che consentiva in via teorica l’esproprio di un bene di interesse pubblico. Si trattava in realtà di un uso piuttosto capzioso di una norma di legge alla quale una parte della magistratura ha fatto ricorso per permettere la continuazione dell’autogestione in una situazione sociale di estrema gravità, nella quale l’aumento della disoccupazione  incominciava a rappresentare un grave problema di ordine pubblico. Il terzo passo, una volta ottenuto il decreto di esproprio, è stato quello della costituzione di cooperative di lavoro che consentivano, agli occhi della magistratura, la continuazione dell’attività e offrivano vantaggi dal punto di vista fiscale e della liberatoria dai debiti contratti dalla gestione precedente.schermata 2013-01-15 alle 14.38.27

La ripresa della produzione ha rappresentato un’altra fase irta di difficoltà poiché si trattava di rimettere in funzione macchine e impianti da tempo inattivi, riprendere i contatti con fornitori e clienti, creare un nuovo mercato, sopperire all’assenza di personale tecnico e amministrativo allontanatosi dall’impresa nella fase di recupero. Anche in questo caso la solidarietà di studenti e docenti universitari, tecnici, liberi professionisti, militanti politici e sindacalisti è stata di notevole importanza per garantire competenze e conoscenze che erano venute meno nel periodo di conflitto più acuto.

Per quanto riguarda l’inserimento delle fabbriche occupate nel mercato locale va osservato che la preoccupazione maggiore riguarda il rapporto che molte di queste conservano con aziende più grandi da cui dipendono per ottenere commesse di subfornitura. A questo tipo di rapporto si affiancano tuttavia tentativi di costituire consorzi tra imprese recuperate per lo scambio di forniture, informazioni, ricerche di mercato e di acquisto partecipato, a prezzi ridotti, delle materie prime necessarie (un caso tipico è quello della associazione delle imprese tipografiche ed editoriali in autogestione). Un altro strumento per affrontare le difficoltà di restare sul mercato concorrenziale è quello della costituzione di microcircuiti  a carattere solidale (ad esempio le Officine ex-Zanon e oggi Fasinpat, con sede a Neuquen in Patagonia, hanno fornito gratuitamente le piastrelle per il rifacimento dei bagni dell’albergo recuperato Bauen che ha sede nel centro di Buenos Aires; in cambio, se un operaio della Fasimpat si reca nella capitale, viene ospitato gratuitamente dal Bauen). Un’altra strategia è quella dell’apertura al mercato circostante ristretto (la Bruckman, fabbrica di confezioni per uomo,  apre ogni pomeriggio i cancelli alla vendita diretta alla clientela che proviene in prevalenza dallo stesso quartiere). Ci sono poi esempi di solidarietà che valicano gli stessi confini nazionali come quello delle commesse alla Fasdimpat per l’acquisto di grosse partite di piastrelle da parte del governo venezuelano.

Molti studi sono stati dedicati inoltre alla gestione operaia delle aziende recuperate. Si ha, da questo punto di vista, quello che potremmo definire un doppio regime. Da una parte le imprese recuperate hanno dovuto costituirsi in cooperative di lavoro e quindi hanno depositato uno statuto, le cui norme sono sostanzialmente definite dalla legge sulle cooperative, e che è necessario per poter accedere ai benefici previsti. Tuttavia si sono andate anche costituendo norme interne che a questo statuto si affiancano senza necessariamente sostituirlo. Da questo punto di vista ogni azienda è un caso a parte: alcune non hanno voluto definire un regolamento interno poiché sarebbe stato in contrasto con lo spirito democratico e antiautoritario caratteristico della fase di mobilitazione; altre, dopo dieci anni, stanno ancora discutendo sull’opportunità di definirlo. Resta il fatto che il regime è quello della democrazia diretta il cui strumento preminente è l’assemblea dei soci (ogni socio ha un voto e le decisioni sono prese a maggioranza semplice). La frequenza delle assemblee, il grado di partecipazione, il carattere delle decisioni assunte, la formazione in regime di democrazia diretta di figure specialistiche che assumono ruoli gerarchici informali ma durevoli, la burocratizzazione delle pratiche decisionali e la difficoltà  a mantenere nel tempo un elevato grado di responsabilizzazione sono altrettanti temi di perenne dibattito all’interno e all’esterno delle imprese.

In secondo luogo è molto interessante il cambiamento avvenuto nell’organizzazione del lavoro. Nelle imprese che ho osservato da vicino mi pare sia avvenuto un profondo cambiamento in uno dei suoi stessi presupposti: quello che ha a che vedere con il controllo del corpo, dei movimenti, del tempo, della disciplina interiore, della fatica fisica e della sua gestione nell’arco della giornata. Sotto tutti questi aspetti il cambiamento è profondamente sentito dai lavoratori che ho contattato. Il fatto che non ci sia il padrone, che si possa bere il mate, cantare, ascoltare musica, viene da tutti avvertito con lucida consapevolezza. Si è andata diffondendo nella coscienza comune e nel linguaggio quotidiano l’espressione: lavoro degno (recentemente elaborata in numerosi documenti dall’Ilo) senza che sia dato sapere se è stata filtrata dal linguaggio alto dell’organizzazione internazionale ginevrina o se si è andata formando attraverso l’esperienza di lotta, in modo autonomo e, per così dire, dal basso. In generale si può ritenere che nella pratica dell’autogestione sia avvenuto un processo di destrutturazione parziale ma significativa dell’organizzazione del lavoro di tipo taylorista-fordista. Ciò è avvenuto in primo luogo per la scomparsa degli organigrammi tradizionali con le figure specialistiche di controllo dei tempi, programmazione della produzione, separazione tra uffici tecnici e reparti di produzione, tra ruoli direttivi o di controllo e ruoli esecutivi. In secondo luogo la stessa distribuzione dei compiti e l’assegnazione dei ruoli hanno subito mutamenti più o meno profondi diventando più delle variabili dipendenti dalla situazione contingente che regole formali definite in modo univoco e stabile.

Un altro aspetto della vita della fabbrica recuperata è quello dell’egualitarismo. E’ assai probabile che nella prime fase di riavvio della produzione l’egualitarismo, inteso come distribuzione dello stesso salario a tutti, indipendentemente da qualsiasi altra condizione se non quella della partecipazione al gruppo di lavoratori in lotta, sia stata una pratica largamente utilizzata. Nel corso del tempo tuttavia ha subito alcuni cambiamenti. Nelle aziende osservate il salario è innanzitutto variabile nel corso del tempo, poiché dipende dall’entità delle commesse che cambia da mese a mese; presenta generalmente livelli più bassi di quelli definiti dal contratto collettivo di categoria; offre una forbice meno allargata di quella delle imprese private; prevede al suo interno delle differenze non marcate che possono premiare di volta in volta i soci fondatori, i responsabili di reparto o di impianti particolarmente sofisticati, gli addetti ai ruoli direttivi, l’anzianità d’impresa.

Un  altro problema ha attirato l’attenzione di molti osservatori è quello della soggettività. E’ stato notato che in molte imprese i lavoratori, in origine, avevano una scarsa coscienza sindacale e politica. La mobilitazione per la difesa del lavoro ha comportato quindi una profonda trasformazione della percezione del ruolo dell’impresa e di quello del lavoratore. La molla, soprattutto nelle aziende di piccola dimensione, è stata una profonda delusione nei confronti del titolare con il quale si era instaurato spesso un rapporto paternalistico. La scoperta che questa relazione era invece strumentale è stata molto dolorosa ma allo stesso tempo, per contrasto, ha messo in luce l’importanza dei rapporti con i compagni di lavoro e con gli altri soggetti esterni che portavano solidarietà e appoggio alla lotta. Da una condizione di eteronomia, dipendenza, delega delle decisioni si è passati in modo molto complesso a una condizione di autonomia, indipendenza, partecipazione e responsabilità. Talvolta questo processo è stato influenzato dall’intervento di soggetti esterni come militanti politici, sindacali, studenti, insegnanti, impegnati nel sostegno alla lotta in corso.

Uno degli effetti dello scambio con il territorio è stato, e continua a essere, l’impegno da parte delle imprese recuperate a pagare il debito di solidarietà aprendo lo spazio fisico dello stabilimento a iniziative sociali di carattere culturale e di servizio: corsi di formazione professionale, ambulatori, centri di documentazione, concerti, mostre d’arte, corsi di danza, manifestazioni culturali della più diversa natura. E’anche evidente che queste iniziative, per il concorso di studenti, docenti, artisti, professionisti, medici (in parte regolarmente retribuiti in parte a titolo volontario), cementano una relazione tra gruppi sociali diversi trasformando lo spazio originariamente dedicato solo alla produzione in spazio di incontro sociale.

L’esperienza delle imprese recuperate, infine, non riguarda solo l’Argentina ma è diffusa nei paesi vicini mostrando di avere un peso politico non trascurabile. Questo fenomeno è più facilmente comprensibile se si tiene conto delle migliaia di iniziative economiche di tipo associativo (cooperative, associazioni di produttori e di consumatori, imprese recuperate, istituzioni di credito, club di baratto) che si sono diffuse a partire dagli anni ’90 e che rappresentano l’emergere di un fenomeno che, sebbene abbia un rapporto con esperienze anteriori, presenta caratteristiche specifiche che risultano dalle profonde trasformazioni avvenute dopo la fine delle dittature militari, con la crescita di vasti movimenti sociali, in un clima di rinnovamento delle vita politica e con l’avvento in quasi tutti i paesi di governi progressisti.

Nel Brasile sono attualmente operanti circa 150 imprese recuperate, concentrate soprattutto nei comparti metallurgico, metalmeccanico, tessile, calzaturiero. Nate dalla crisi economica a cavallo dei due secoli si sono poste l’obiettivo di difendere il posto di lavoro ma anche di proporre un modello di sviluppo diverso da quello neoliberista che aveva dominato il paese negli anni ’90 e in sintonia con il processo di democratizzazione avviato dal governo di Luiz Inacio Lula. A differenza dell’Argentina il sindacato brasiliano ha accolto favorevolmente le occupazioni di aziende in crisi e spesso le ha promosse in prima persona. Molte tra queste hanno chiesto la nazionalizzazione sotto controllo operaio ma né il governo Lula né quello di Dilma Rousseff hanno accettato soluzioni di questo genere. Il governo tuttavia considera quello delle imprese recuperate come un esperimento sociale di interesse pubblico accanto a tutte le numerose esperienze di economia sociale e a questo scopo ha costituito la Segreteria Nazionale dell’ Economia Solidale. Da parte loro le imprese recuperate, nel 2004, si sono organizzate nella Anteag (Asociacion Nacional de Trabajadores y Empresas de Autogestion).

Un altro paese dove le imprese recuperate hanno trovato un ambiente propizio e il Venezuela dove nell’ultimo decennio, nel quadro della politica pubblica del governo, tutte le forme di economia popolare hanno avuto un forte impulso. Attualente sono circa cinquanta le Ert venezuelano, parecchie di dimensioni anche notevoli, ma la causa più frequente della loro occupazione non è stata il fallimento o lo svuotamento ma l’abbandono degli imprenditori per motivi politici. La decisione del governo Chavez di nazionalizzare l’impresa petrolifera Pdvsa ha certamente pesato nella decisione di parecchi imprenditori di trasferire le attività all’estero. A partire da quella e da altre iniziative di nazionalizzazione il governo ha cominciato a sostenere vigorosamente la creazione di cooperative e nuclei di sviluppo endogeno a livello comunale tanto nel mondo rurale che in quello urbano. L’appoggio alle Ert, più deciso che in qualsiasi altro paese del continente, fa parte quindi di una politica economica ad ampio raggio che ha indotto il governo a istituire un ministero dedicato ai problemi della cooperazione. Inoltre per formare i quadri delle imprese recuperate e delle cooperative è stata fondata l’Universitad Bolivariana de Trabajadores.

In Uruguay le imprese recuperate sono circa venti, concentrate in prevalenza attorno alla capitale Montevideo, come il Molino Santa Rosa, occupato nel 1999 e diventato un punto di riferimento per tutte le lotte successive; come la Tipografia Ingraco, una delle più grandi del paese occupata nel 2003; o come un’intera scuola riaperta da una cooperativa di insegnanti. Anche questo paese presenta notevoli differenze rispetto all’Argentina. Il sindacato uruguaiano, meno frammentato e coinvolto in un sistema di relazioni industriali fondato su buone pratiche di concertazione, ha mantenuto sin dall’inizio un ruolo di protagonista nel processo di recupero, ritenendo che potesse contribuire al rilancio del paese e proponendolo allo stesso tempo come campo di sperimentazione di un’economia alternativa, accanto alle cooperative di cui l’Uruguay ha una ricca tradizione. Altre imprese recuperate, oppure iniziative che sono vicine a questa esperienza o che sono a metà strada tra il recupero e la cooperazione, esistono negli altri paesi sudamericani come Perù, Ecuador, Colombia, Bolivia, Messico, Paraguay. Si tratta forse di pochi casi che tuttavia mostrano la tendenza ad aumentare piuttosto che a diminuire.

A fine ottobre del 2005 il fenomeno delle imprese recuperate acquistò una dimensione continentale con la realizzazione del primo incontro latinoamericano delle imprese recuperate a Caracas. Reso possibile dall’appoggio e dall’interesse del governo di Hugo Chavez. Questo evento che raccolse i lavoratori di 200 imprese del continente significò il riconoscimento internazionale della sua importanza e la possibilità della organizzazione e la trasmissione delle esperienze tra i protagonisti di ogni paese.

La storia delle imprese recuperate dagli operai in Argentina è in America latina è per molti versi una pagina muova nella storia del movimento operaio. Mai prima di ora un’esperienza di autogestione sorta per iniziativa dei lavoratori e con un grado elevato di autonomia è durata così a lungo. Gli insegnamenti che offre a quanti continuano ad occuparsi di un diverso modello di sviluppo, fondato sulla condivisione degli obiettivi, sulla solidarietà e sul radicamento sociale delle attività produttive, sono molteplici ed estremamente interessanti. Non si tratta beninteso di un modello da seguire ma di un campo di sperimentazione che merita un interesse assai superiore a quello sino ad ora ottenuto.

Commenti della redazione.

Paolo:

Caro Aldo, a leggere il tuo reportage non si può che condividere il tuo entusiasmo per questo esperimento che dura già così da un bel po'. E' davvero sperabile che l'attenzione aumenti. Non capita  per ora dalle nostre parti un movimento di autogestione di fabbriche occupate (penso alla Richard Ginori…!). E fa quindi effetto sentirti parlare di fratellanza e solidarietà diffuse nella popolazione, di difesa degli impianti, di solidarietà tra operai e studenti e tecnici, di pratiche di democrazia diretta e infine di allegria nella produzione con canti, musica e mate da bere e iniziative culturali di concerti, mostre d'arte, di danza, ecc.

Giustamente nel finale tu avverti che non si tratta di un modello da seguire ma di una sperimentazione da seguire. Direi di più, essa stimola anche domande. Domande per noi ormai ineludibili, soprattutto perché dalle nostre parti, a partire dal dopoguerra, ci siamo abituati a vivere i momenti di crisi e di transizione come quelli più fertili per svelare le contraddizioni nascoste del sistema. In questo senso viene appunto da domandarsi se nell'esperimento in corso siano state messe a tema, in qualche modo, le relazioni tra produzione e ambiente, tra fonti di energie tradizionali e quelle nuove, tra ecosistemi territoriali, smaltimento di rifiuti e scorie ecc. Cioè tutte le categorie che fanno capo all'attenzione alla cura di un lavoro non nocivo per uomini, donne, bambini e ambiente. Contemporaneamente l'altra domanda va all'attenzione data alla cura della relazione di genere, ad esempio sarebbe interessante, là dove parli di egualitarismo, sapere se quel salario distribuito è stato uguale per uomini e donne, o comunque più in generale se la condivisione del lavoro di cura (accudimenti alle persone, divisione del lavoro domestico ecc.) è stata in qualche modo tematizzata o meno.

 

Adriana:

Fenomeno davvero interessante questo delle fabbriche recuperate, non riesco però a coglierne tutta la portata se non capisco se ci sono o meno donne.

Credo sia difficile trovare dati disaggregati, io non ho conoscenze in questo ambito, il fatto che si parli di insegnanti, studenti, lavoratori, nelle assemblee non mi fa capire se erano comprese, e in che quantità le donne.

Così fra gli operai, che proporzione c'è?

Non sono per nulla polemica, ma proprio non capisco, so che ci sono problemi economico-sociali attualmente in Argentina, non vorrei che fra un po' scoppiassero cose tipo: le casalinghe che protestano, le donne che votano a destra..

Che dicono le lavoratrici coinvolte, magari sulla diminuzione di stipendi accennata, riguarda tutte/tutti o no?

Si è tenuto conto del lavoro di cura nella ripartizione dei tempi, le assemblee sono di uomini e donne o solo uomini? E via dicendo…


[1] Sabato E., Prima della fine, Sur, Roma, p. 172.