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Enzo Jannacci a Milano PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Mercoledì 10 Luglio 2013 12:12

Cura della redazione

 

Parole e musica di Enzo Jannacci rivissute dai componenti della redazione.

Words and music by Enzo Jannacci: revival by Overleft board.

Worte und Musik von Enzo Jannacci.

 

Paolo Rabissi:

Cara Adriana, mi sono piaciute molto le parole che hai usato intorno alla identità di Jannacci: "Non c'è arte senza visionarietà, rovesciamento di logiche consolidate, sberleffo verso il potere, pietas, gusto per l'improbabile e l'impossibile."

Lo dici riferendoti a lui, deceduto ieri l'altro, malato da tempo, aveva 78 anni. Ha accompagnato la mia adolescenza, le sue canzoni sono state una delle colonne sonore della mia milanesità. D'accordo ci sono stati anche il rock, il blues, il jazz, nelle loro versioni anglosassoni e anche in quelle nostrane. A parte che nella musica e nelle storie di Jannacci c'era un po' di tutto questo. E del resto rock, jazz, ecc hanno nel loro dna le storie di emarginati, disperati, sfruttati. Ma nel caso di Jannacci non si trattava solo di questo. I suoi personaggi e la sua musica rimandano spesso a un mondo fuori posto, sotterraneo. Penso alla storia di prete Liprando, che fu per me diciottenne un tuffo nella storia, nella satira, nell'allegria. Ma in quella messa in scena fantasmagorica che è il giudizio di Dio a cui il prete viene sottoposto c'è molto altro. Anzitutto una vena letteraria laica che nella Milano di fine anni cinquanta suonava come una chiamata a farsi coraggio nel momento periclitante della mia già debolissima fede, ancora qualche passo e il mio ateismo si sarebbe organizzato al meglio, dandomi identità.

Poi il coro. Nell'esecuzione del pezzo, introdotto da un cambio di voce in falsetto, viene introdotto un brianzolo curioso che è venuto addirittura da Como e che nel bailamme della folla attratta dallo spettacolo gratuito non riesce a vedere niente. Una situazione comica ma lui non ha proprio l'aria di uno che si diverte. Per venire da Como 'sin qui' deve essersi dato la briga di ascoltare notizie rumorose di coseSchermata_2013-07-15_alle_12.34.11 straordinarie che si stavano verificando a Milano, un prete che metteva in discussione la potenza dell'arcivescovo della grande città! Un prete che affronterà il giudizio di Dio apposta per snudarlo e comprometterlo agli occhi dei fedeli. Già non è stato facile fare il viaggio di andata, ora toccherà anche tornare indietro senza aver visto niente. Il lombardo curioso deve essersene tornato triste e sconsolato, con l'aria di quello che nella vita non è mai al posto giusto. Ma senza rassegnazione. Gli eroi di Jannacci possono essere tristi ma mai rassegnati, mai pacificati, mai sconfitti. Spesso 'incazzati'. Difficile che quegli eroi dalla retroguardia della vita cui sembrano destinati possano raggiungere la testa, tuttavia chi non si sente mai al posto giusto nella vita non è detto che resti sempre indietro, talvolta te lo ritrovi poi in avanguardia. Perché lo spirito che anima quegli eroi di pochi mezzi è la volontà mai dismessa di provarci, anche a costo di sbatterci il muso, magari per vie straordinarie e irridenti le convenzioni. Una lezione di vita che aiutava a trovarsi.
Ma non è sempre così nell'arte? Non è forse con quel suo collocarsi 'fuori posto' che l'arte alimenta il riconoscimento identitario? In modo misterioso l'arte, la poesia stessa, offrono chances, occasioni, al proprio riconoscimento. Difficile però che alimenti miti identitari. Soprattutto la poesia. Nel caso della musica di Jannacci c'era un altro aspetto in gioco ed era la lingua usata, il dialetto milanese cui la voce aggiungeva espressività stralunate. Chi come me arrivava a Milano, nella città italiana più industrializzata ed europea, negli anni cinquanta, veniva accolto con quella musica e quella voce di suoni, cadenze e timbro ostici che ti costringeva a prendere la tua parte, a schierarti, a dire la tua.

 

Adriana Perrotta:

Io invece avevo di Jannacci un'immagine di "comicità", nelle sue canzoni, di "sberleffo", come ti dicevo ieri nei confronti dei seriosi, non solo dei potenti di turno, ma anche dei cant'autori suoi contemporanei, un po' tragici, cupi a volte.
Mi sollevavano l'umore le sue canzoni,  era possibile essere bravi senza essere per forza "impegnati" a criticare ogni forma di apparente superficialità, sempre pensierosi e pronti a sollevare il sopracciglio biasimante.

 

Franco Romanò:

Comincio da un ricordo personale. El purtava i scarp del tennis è del 1964: avevo 17 anni e vivevo ancora a Meda, provincia di Milano, in famiglia. Mi colpì subito quella canzone, ma dovetti attendere un po' per divenire io stesso più  consapevole di quella mia istantanea ma anche istintiva adesione. Quell'anno fu per me eccezionale perché i miei genitori mi lasciarono andare in Inghilterra per un corso estivo di lingua. Stavo in una famiglia, alla pari, spendevo poco e così dopo vari conciliaboli, si convinsero che era utile per la mia formazione: al ritorno era inteso che mia madre ed io, come sempre, avremmo trascorso due settimane al mare in agosto.

Era la prima volta che andavo così lontano da solo e sul treno per Londra, nello scompartimento, eravamo tutti giovani diretti in Inghilterra per le stesse mie ragioni. C'era una coppia con chitarra che attirò presto anche altri e altre che viaggiavano sulla stessa carrozza e si cominciò a cantare e a discutere. Si crearono subito due schiere: da una parte i fan dei Beetles e de la Canzone di Marinella (1964), nell'altra schiera i Rolling Stones, Sapore di sale (1963) Brassens e Brel (a me ancora semi sconosciuti) e, incredibilmente, El purtava i scarp del tennis! Io allora ero un orso brianzolo e non mi schieravo facilmente: tendenzialmente stavo dalla parte della seconda schiera, ma mi piacevano anche i Beetles. Però, quando il proprietario della chitarra (un milanese un po' presuntuoso con erre moscia – un fighetto come dicevamo allora in provincia - ) cercava di spiegare che nelle sonorità di de Andrè c'era una eco di classicità così come nelle note neo elisabettiane della musica dei Beetles, io mi sentivo ributtato dall'altra parte.

Anche durante il soggiorno inglese e con protagonisti diversi la discussione sulla musica era appassionata e anche con punte polemiche, io diventavo sempre meno orso e cominciavo a dire la mia.

Al mare, una sera, nell'atrio della pensione famigliare, in attesa di uscire, altra chitarra e altre canzoni, tutte italiane e melense. A un certo punto, stanco delle melodie, approfitto di una pausa e mi metto a cantare da solo El purtava i scarp del tennis. Gelo nell'atrio, mi guardano tutti con stupore, anche gli adulti presenti si voltano, quello con la chitarra non sa accompagnarmi. Alla fine, la mia performance ottieneSchermata_2013-07-15_alle_12.39.13l'effetto che non si riprende a cantare e il gruppo si scioglie. Non mi ero accorto però che mio padre e mia madre (doveva essere per forza un fine settimana se c'era anche lui), scendendo dalla loro stanza per uscire avevano fatto in tempo a sentirmi. Sguardo severo di lui puntato su di me, mi apostrofa con una frase del tipo ma che cosa ti viene in mente mettersi a cantare in dialetto poi e una canzone dei barboni! Io, prima rimango sconcertato e sorpreso, poi mi arrabbio e rispondo per le rime e mi ritrovo di colpo non solo non più orso, ma a litigare sul serio per la prima volta con mio padre. Fu l'ultima volta che andai al mare con loro. Jannacci mi aveva aiutato a diventare adulto, più consapevole della mia ancora incerta identità. I litigi sarebbero divenuti frequenti con i genitori e poi esplosi nel 1968, ma a pensare a mio padre in questo momento mi coglie anche un senso di malinconia. Per lui, democristiano di destra ma contadino, era un punto d'onore parlare bene l'italiano, anche se aveva fatto soltanto la quinta elementare: al suo paese, oggi, sono tutti leghisti, compresi i meridionali.

Quando mi stabilii a Milano nel 1968 Jannacci era il punto di riferimento di una milanesità positiva come dice Paolo, il suo dialetto era popolare, la cultura dei fuori posto la sua vena più profonda, ma anche la vita operaia. In fondo a Milano non c'è mai stata una divisione così netta fra proletariato e sottoproletariato; ma specialmente, anche quello più malavitoso, non era disponibile ad avventure di destra e ci sono molti episodi storici a testimoniarlo. In questo senso la Genova di de Andrè era davvero un altro mondo, anche se lui sarebbe diventato con le sue canzoni più grandi e specialmente gli album da Creusa de ma' in poi, un mio autore di culto. Nel 1968 conobbi anche Dario Fo e Franca Rame e poi c'erano anche Gaber, Celentano e Beppe Viola: Paolo Conte sarebbe arrivato molto più tardi anche perché se ne stava nascosto lui come autore. Dico subito una cosa su Celentano, ovviamente il minore fra tutti, ma il Ragazzo della via Gluck fu un testo importante e a sentirlo oggi davvero fuori posto. La migliore definizione di lui la diede secondo me Giorgio Bocca: “Celentano è un cretino dotato di genio.” A ripensare a tutti questi, tuttavia, mi viene da dire che sono stati gli ultimi a tenere anche Milano un po' fuori posto, cioè non in linea con il peggio che si andava preparando: dopo di loro non sono mancati i continuatori eccellenti (Paolo Rossi, per esempio), ma non hanno più la possibilità di incidere e rappresentare uno stile egemone culturalmente. Jannacci, però, si distanzia da tutti, persino da Fo, perché fu forse il più generoso anche nel suggerire agli altri. Non lavorava mai soltanto per sé e tutti in definitiva gli devono qualcosa. Infine Gaber, ma mi piacerebbe che fosse Paolo a riprendere il discorso su di lui e anche Aldo, Laura e di nuovo Adriana. Parlando a braccio con Paolo, lui disse qualcosa del tipo che Gaber infondo e a prescindere dal riconoscere che ha composto bellissime canzoni, dal signor G. in poi cantò soltanto l'insofferenza del piccolo intellettuale da salotto. Non so se ho riassunto bene, ma vorrei che Paolo continuasse questo ragionamento.

 

Paolo Rabissi:

beh non è che sull'intelligenza politica di Gaber ci sia da scoprire alcunché, per me era, e lo è stato coerentemente, un rappresentante benpensante del ceto medio e medio alto milanese, beneducato, sufficientemente ironico e disincantato da piacere molto con la sua vena moderatamente malinconica, e comunque credo che politicamente abbia aperto a una cultura minimalista quella che va dai rossori adolescenziali allo shampoo degli adulti e alla passeggiata in torpedo blu. Tutte canzoni comunque bellissime, anch’esse hanno accompagnato la mia formazione milanese. Peccato che la malattia lo abbia portato via presto lasciando troppo spazio al ciellino melenso pigliatutto che è Celentano.

 

Laura Cantelmo:

Nella provincia piemontese sonnolenta, dopo i furori della Resistenza, mi accostavo a esperienze culturali che mi avvicinavano alla parte “migliore” della mia cittadina, Biella, ossia a coloro che per ragioni di studio o perché muniti di qualche strumento in più, non ti guardavano storto se non eri vestita in uno stile sportivo/elegante, non frequentavi il circolo del tennis, ma andavi a giocare in un campo affittato a ore, d'inverno non ti trovavi a Courmayeur, ma ti arrampicavi e sciavi sulle pericolose piste sopra Biella, infagottata come capitava e tornavi a casa sudata e rossa perché di impianti di risalita ce ne erano pochi

Si andava all'Università, sì, ma si faceva amicizia in treno, quello per Torino, perché a Milano andavano quelli più ricchi o più snob. Ancora non sapevo che Milano era incomparabilmente più accogliente di Torino, dove anche l'ultimo usciere della casa editrice Einaudi voleva sapere “come nascevi”. Anni del boom, ma anni di grandi discriminazioni che uno, a Torino e a Biella, avvertiva come graffi sulla propria pelle che sarebbero guariti allorché Milano, che nel '68 era davvero meravigliosa, avrebbe dimostrato (allora) che c'è posto per tutti (per i meridionali nelle fabbriche e per i forestieri come me nei bar, nei circoli, nelle assemblee). Mi ritenevo privilegiata e mi vantavo di aver sentito e visto cantare Enzo Jannacci in un club di Biella, per aver visto e sentito Laura Betti. Lui, Enzo, cantava storie di povera gente che trovava sempre modo di avere uno scatto di dignità (“prendeva il treno per non essere da meno”, “non c'ho la biro...cià via, menare, e va a da via el c? anche l'infansia” più recente, ma sempre in quel filone di gente che ha fatto una vita dura eppure crede nell'amore e non si piange addosso, anzi si avvale di una buona dose di ironia che riscatta da molte amarezze).

A Biella Enzo si presentò vestito con un serissimo completo grigio, in giacca e cravatta. Pallidissimo e quasi senza mimica (allora), pareva strano: le sue storie erano ora strazianti ora comiche. Come dimenticare Prete Liprando (ben visto dai poveri cristi) e quel giudizio di dio (“dovrai camminare sui carboni, s'intende ardenti”) vissuto come spettacolo da tutto il contado, che non ne capisce la portata rivoluzionaria, ma vuol solo vedere come va a finire (“ma io non vedo niente, non vedo un accidente, son venuto da Como per niente”).

Conoscevo De André e mio padre mi aveva vietato inutilmente di ascoltare Il ritorno di Carlo Martello, come anche di leggere Lady Chatterly's Lover, perché entrambi peccaminosi. Adoravo De André, che considero un vero poeta, un anarchico ricco di genio, capace di critica sociale (“ siete lo stesso coinvolti”), pur se meno militante di Guccini, che era musicalmente un po' monotono, ma cantore e poeta, a sua volta, della povera gente.

Gaber mi ha dato presto sui nervi: era ironico, ma allora faceva una critica individualistica : allora si poteva definire una persona “qualunquista” senza essere bacchettati. Bei tempi. Non mancava di genialità, Gaber, ma non poteva essere paragonato a De André o a Enzo, secondo me.

Appena arrivata a Milano mi ero sentita al “centro della Storia”. Posata la valigia, fui subito portata alla Camera del Lavoro, dove, nello scantinato che ora è divenuto il salone Di Vittorio, Dario Fo e Franca recitavano gratis, mi pare (Il mostro lusitano, L'operaio conosce 10 parole, il padrone 100, per questo lui è il padrone). Ogni sera spettacolo e dibattito. Enzo lavorava con loro, poi venne il Derby che in realtà non ho mai frequentato e il repertorio, le gag si sono arricchite, moltiplicate. Incredibile come un pugliese quale era Enzo potesse comprendere a fondo l'anima delle case di ringhiera, degli operai, delle persone emarginate, capaci tuttavia di sognare. Carissimo Enzo, ci è venuto a mancare, come ci manca, eccome, la Franca, Franca Rame. Insieme agli altri lutti, quello di Margherita Hack e di Rita Levi Montalcini, ci fanno disperare che esista qualcuno capace di prenderne il testimone.

All'obitorio, una folla enorme è andata a salutarlo. Qualcuno aveva appeso ai suoi piedi due scarpe da tennis. Lui era lì, ancora tra noi, con la sua ironia, con la tenerezza di quel barbone che aveva un sogno ed era riuscito a realizzarlo prima di morire (“l''han truà sota un muc de cartun, l'era lì, el pareva nisun”). Un poeta con le scarpe da tennis. Anche queste cose, minime e grandi, hanno fatto Milano, quella Milano che forse ora resta solo dentro di noi.