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Rubriche - Letture e spigolature
Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Paolo Borzi

In occasione della vittoria all’Oscar come miglior film straniero, pubblichiamo questo commento critico di Paolo Borzi dopo l’assegnazione del Golden Globe.

I - Ori globali e cocci nazionali

All’indomani dell’assegnazione del Golden Globe a “la Grande Bellezza”, apro il terzo canale radiofonico della Rai e sento la breve intervista al critico d’uno dei massimi quotidiani nazionali. Nel significativo numero di parole concesse al commento, sento dire che gli americani hanno voluto premiare Roma, la Dolce Vita e la grande tradizione del cinema italiano. Insomma, il film di Sorrentino, per il critico, sarebbe stato premiato per cose che esulano dal film stesso, su cui non spende neanche una delle sue

La Grande Bellezza - fotogramma poche ma non pochissime parole. Forse la posizione intera del critico avrebbe espresso sfumature più ricche, in caso di tempi più lunghi concessi all’intervista. Se per assurdo avessero chiesto a me un parere in poche frasi, avrei detto che il film non mi era personalmente piaciuto, ma che quel riconoscimento meritava di essere ben accolto per l’eventuale futuro, non per il preclaro passato, del Cinema Italiano.

Per Paolo Sorrentino i riconoscimenti al suo film dimostrerebbero che il cinema d’arte nostrano può tornare a “sfondare”; sempre a patto, aggiungerei, di abbandonare subito il citazionismo antologico di questo prodotto, confinandolo ai fortunati apprezzamenti celebrativi di cui ci ha parlato quel critico. Certo, nel caso di una quasi “cover aggiornata de la Dolce vita”, un manierismo al quadrato o al cubo, applicato a sua volta sul manierismo che definirei “eroico” della vecchia stagione citata, può avere una sua motivazione anche estetica , soprattutto se interno allo squisito stile narrativo di Sorrentino che, insieme a certe scelte musicali, è la cosa migliore del film: quella “monumentalità liquida” che collega antiche fontane a umane putrescenze odierne, mediante miniature, gag e racconti che sono come spruzzati, interrotti e ripresi proprio nella sensazione di getti di fontana fissati intensamente.

Purtroppo, però, questa squisitezza non da poco cessa di reggere quando si analizzasse il “montaggio” delle cose  (testi, fotografie ed effetti “facili” perché sequestrati a Bellezze di fatto, scelte ideologiche, umorismo anche patentemente involontario) che ci vengono spruzzate addosso attraverso tutta questa magnificenza stilistica. E cessa di reggere proprio prendendo per buono il confronto con “la Dolce Vita”, dove contenuti reali e centrali rimandavano a molto altro, mentre qui contenuti abbastanza surreali, marginali e ambiguamente selezionati, rimandano solo a loro stessi. Lasciando da parte il confronto tra le eloquenti svagatezze felliniane e gli arcani colpi d’accetta tra caricature e rampogne del Nostro, non esiste alternativa: o Sorrentino ci offre qui un  “crostino alla margarina” (pan tragico ben sottomesso alla commedia); o dà un significato  generale, o per lo meno altamente rappresentativo di una realtà data, alle sue scelte, e allora esse vanno analizzate e capite, anche ammesso non lo meritino, con attenzione.

Non è per fare i critici ideologici a tutti i costi, anche se è arduo voler essere totalmente aconcettuali parlando di arte almeno presunta, e di critica quale sia. Ma è Sorrentino stesso a offrire il destro scegliendo i Grandi Emblemi e dunque Idee-da cui la bellissima parola “ideologia”- e i loro rovesci: Grandezza, Bellezza (già nel titolo), Clero e Impero (inevitabilmente), Santità, Favola (come per i fenicotteri volati al soffio d’una “Santa” dal balcone, non a caso sul Colosseo, del “re dei mondani” Gep Servillo Gambardella) e dunque anche bruttezza, sottoimpero, corruzione ecclesiastica, fatuità e meschinità etc.; e a scegliere precise localizzazioni spaziotemporali : Roma (?), la Costa Concordia, dunque 2012 eccetera.

In un film tanto politico e distopico, ciò che Sorrentino ha evitato è senz’altro il Fantastico puro DAC (Denominazione ad Allegoria Corposa), che tanto si addice alle utopie negative ed esemplificato proprio dall’altro film felliniano accostabile a questo e che molti ritengono l’altra faccia della Dolce Vita, cioè Satyricon del 1969. Imboccando più decisamente tal sentiero avrebbe potuto, ad esempio, mischiare tempi città e architetture; alludere a potentati e toccare corde maggiori. Invece ha scelto la contemporaneità secca, una città precisa, uno strano ambiente periferico ma appollaiato sul Colosseo, il fantastico spurio e omesse tutte le centralità presenti nei tempi e nei luoghi selezionati. Ci piacesse o no questa formula, tocca procedere come merita un film divenuto importante anche per coloro che in sé non lo riterrebbero tale.

II - la Vulva del Proletariato e il Coniglio del Prelato

Bisogna dar atto a Sorrentino di essere stato particolarmente sfortunato, consegnando il film, ambientato nel 2012, in un 2013 che tra scandali spionistici pedofili e bancari, ha visto addirittura l’abdicazione in vita e relativa salute di un papa, a favore di uno come Francesco, poi. Con nell’animo e nella strepitosa cronaca ciò, il fruitore si vede rappresentare “il Clero”, durante la penetrazione dell’ “imperiale” supermondano Gambardella tra le mura vaticane, da un alto prelato che parla solo di come cucinare il coniglio al vino rosso. Già, l’eterno famoso prete corrotto perché, come il politico, materialmente “mangia”. Ma non sono queste oggi le sfortune d’un regista e sceneggiatore: la farsa insignificante dentro i Grandi Emblemi non può ormai sgomentare più chi può contare sui numeri e far scrosciare gli applausi che contano. Nelle “larghe intese” al ribasso tanto di moda, è questo il non-clericalismo bonario e pacioccone che può mettere d’accordo lefevriani, family day catto-berlusconiani e laici di “sinistra” già avvinti dall’autocritica mostruosamente postdatata, alla Ecce Bombo (1978), della parte “imperiale” del film.

La macchietta “moretttiana”, incastonata tra prosceni felliniani e michelangioleschi (anche in riferimento a Michelangelo Antonioni), è una delle chiavi nel montaggio delle citazioni illustri… a mio avviso, anche nella dissimulazione politica, garantita da interpreti e rimandi di mediatica “sinistra” e fornita dall’occultamento della Roma reale degli ultimi anni: i baccanali della Milano tiberina (cui vengono preferiti i bunga bunga sfigati d’una “sinistra” o per lo meno “non altra parte” che non ho mai conosciuto e dunque taccio); i catering per “varare” progetti di circuiti urbani di Formula 1, appannaggio di sottopoteri economici legati a giunte ancora in auge quando Sorrentino scriveva e girava (cui vengono preferite abbuffate e “trenini” tipo festicciole borghesi sguaiate, con aggiunta di sesso un pizzico meno simulato, “coca non cola” e attribuzione dell’insieme a una strana “elite” che Sorrentino forse ritiene rilevante per averla magari frequentata lui); allineamento della grossa editoria romana a quella di Dovunque, con relative preoccupazioni sul fatto che ormai le soubrette hanno scalzato i giornalisti nelle vendite e dunque bisogna aggiornare gli stili, magari parlando di sesso sangue e feci nella prima pagina d’un titolo da cui non te lo aspetteresti, perché deve “acchiappare” subito (ma si preferisce parlare di sfigati vogliosi di “entrare nel giro”, e poverette ricchissime che si vantano di pubblicazioni dovute al “Partito”, ma che i “grandi giornali” hanno ignorato, eccetera). Oibò. Ci torneremo.

In realtà, sarebbe bastato un solo gesto artistico per integrare tra loro tutti i fattori alternativi sopra enumerati. L’elegantissimo pregiudicato del piano di sopra non basta: l’ennesima macchietta che vorrebbe dire tanto ma non significa nulla. Ma pur trattando inevitabilmente di “Poteri”, Sorrentino preferisce dileggiare gli sfigati anziché sfiorare i veri potenti. Non è questione di suggerire a un autore le cose che deve dire per essere tale. Ma di capire cosa vuole dirci e a chi maggiormente può con coerenza piacere con le sue scelte e le sue omissioni, visto che sequestra una città di fatto, Paroloni e Grandi Allegorie per fornirci poi una miriade di scollegati riferimenti e addirittura stemmi, come la falce e martello gialla rasata sul pelo puberale fulvo (Grazie Roma, verrebbe da dire) di una sedicente “artista concettuale” che tutta nuda prende a capocciate un acquedotto antico. Il personaggio è davvero penoso, tanto penoso da decadere come possibile macchietta, e da far annichilire quando Servillo Gambardella lo sottopone a una intervista che diventa astuto e addirittura articolato sfottò. Qui o ridi, come molti, o resti basito, come purtroppo nel mio caso, senza alternative se non quella di sorridere sul regista e sceneggiatore, ma ne abbiamo ormai viste troppe. L’artista intervistata non vuole o non sa spiegare la sua “arte” perché deriverebbe da una ispirazione ineffabile; ma si definisce “concettuale non da poco” che fa anche palloni da basket con i coriandoli. Sorge il sano sospetto che neppure l’autore ha capito bene che un artista “misticoide” e uno  ”concettuale” sono esattamente all’opposto, e la macchietta di quest’ultimo dovrebbe fornire fin troppe spiegazioni, magari bizzarre fino al ridicolo, di quello che fa. E’ il “concetto di concettuale”, quello centrale, la scomponibilità, i riferimenti attuali certi, la spiegabilità. Che Sorrentino non abbia capito questo, al contrario di Totò e Alberto Sordi quando si inscenavano e sfottevano cose simili in altri più congrui tempi, sarebbe quasi meglio. Altrimenti, avrebbe con quella artista scelto una figura penosa (e dunque non trattabile allo scopo, come ad esempio una vittima, un poveraccio, uno psicopatico vero o un malato terminale) per far funzionare il suo giochino di rimandi tra macchiette e metafore volute altamente pregnanti o per lo meno significative, come inevitabile date le pretese del film.

Ma l’escalation di stemmi e macchiette di Proletariato di Marxismo e Partito continua direi freneticamente, dati i ritmi del film, per tutta la prima parte, e starebbe bene: scelta e coscienza del regista, potrebbe fare quasi piacere a chi purtroppo, per parte politica e cittadinanza diretta, sarebbe ahimè tentato e temo costretto dai fatti a scelte e allegorie di segno totalmente opposto. C’è che il “Re dei Mondani” da intervistatore diventa Grillo (s)Parlante anche dei suoi accoliti-macchietta da balcone, e questo è uno dei tratti più involontariamente comici del film. Del personaggio “Stefania” sappiamo d’un botto, da una sua autocelebrazione, che ha 53 anni nel 2012 (è dunque del 59 come chi scrive), che si impegnava “seriamente” in politica, si presume non troppo estremista, all’Università (certamente, nei tempi e nel clima della cacciata di Lama, degli autonomi, degli Indiani Metropolitani e del delitto Moro), che per tot pubblicazioni ha poi dato il suo contributo al Partito e addirittura alla Letteratura Italiana, e che ora si “sporcava le mani” con la televisione (per i testi della “Fattoria delle Ragazze”, viene notato) ma faceva un lavoro serio in famiglia e col proprio compagno (che Gambardella rivelerà gay nella filippica di commento). Qui la ben altra pasta di un Nanni Moretti avrebbe subito sfornato un Servillo nei pressi dell’acquedotto per prenderlo a capocciate lui. E invece no, segue l’accennata filippica, il discorso serio alla macchietta esilarante, incentrato sulla pochezza delle pubblicazioni di Stefania, dimostrata dalla piccola edizione e l’interesse nullo delle “Grandi Testate” (stavolta giornalistiche), e concluso dicendo più o meno che tra loro tutti potevano al massimo svagarsi e volersi un po’ di bene, per lenire le loro esistenze devastate… e a qualcuno sgorgano addirittura lucciconi dagli occhi. Cavolo, anche i ricchi di Gambardella piangono! E stemmi per stemmi, falci e martelli, ma anche Meduse e Biscioni della produzione in sigla, sorge il sospetto d’un qualche legame “karmico” tra finanziatori e contenuti.

A parziale difesa del film devo dire che chi l’ha presa come me (nei loro modi, moltissimi), se resiste, scorre i rimanenti due terzi inevitabilmente condizionato, parendogli una immensa polluzione di patacche e spruzzi di monete false tutto l’accumulo e lo sperpero di pretese, grandi mezzi-per carità, non solo finanziari-e importante cast. Ma davvero non è una commedia, questa? Perché tutta questa grandeur che rende insopportabile una Bruttezza a questo punto non rappresentata, per contraltare al titolo, nel film, ma DAL film? Si pensa inevitabilmente all’imprevista ora e mezza guadagnata interrompendo la visione, alle priorità sul da farsi fuori da lì.

Ma poi ci si arrampica tra le pieghe magnifiche del volto di Servillo, si spera che un Verdone “morettiano” strappi mezzo sorriso, da maschietti e per giunta romanisti di sperdere un’occhiata tra le forme spettacolose della giallorossa Ferilli. Mentre ciò pensi e provi ad assaporare, compare persino Antonello Venditti! E allora tiri dritto fino alla comparsa della “Santa” e al livello addirittura “spirituale” di tutta questa giostra, in ciò facilitato anche dal buon intermezzo sulla pittrice bambina che dipinge a caso con tutto il corpo: bello sotto diversi punti di vista e finalmente riferito a un establishment riconoscibile, sia pure ormai autotelico, come quello degli agenti d’arte contemporanea.

III - Tea Party con pizza sorrentina e cotoletta panata?

La Grande Bellezza - fotogrammaQui le cose dovrebbero significare qualcosa di importante per tre enormi motivi: le cose di cui si parla; il mezzo espressivo, allusivo e “alto” per conclamate ambizioni; le realtà concrete cui ci si riferisce o di cui si omette la citazione, pur’esse certificate come assolutamente contemporanee, e precisamente localizzate. Insomma, una distopia ahinoi incarnata sul Basso Impero d’oggi, rispetto cui la “formazione senile” del protagonista, incerto se fare un secondo romanzo dal titolo del film, dopo il giovanile “l’ Apparato Umano”, risulta essere l’ossatura ma non la sostanza, direi la carne, dell’intera questione. Una carne troppo poco consistente e commestibile, lo si è visto, per l’eccesso di facili piacionerie  e farse poco intonate per scarsità di significato e l’ umorismo già stravisto e davvero troppo spesso involontario. Una carne molto più consistente, benché amara, se assaporata fuori dal film, nella temperie “neo controriformista” in cui direttamente si colloca forse suo malgrado (?), e che nel film stesso è agganciata proprio dalla vicenda finale della “Santa”, anche unita ciclicamente alla stupenda musica  neo antica che commenta le superbe vedute romane di inizio film.

Nessuno vuole affibbiare al pur solido regista ruoli da ideologo apicale di qualcosa, oltre quelli che surrettiziamente si conferisce scegliendo di trattare simili temi e presentando la sua opera come anti commedia commerciale. E’ tuttavia inevitabile valutare incastri e rispondenze tra cose esistenti o da tempo nell’aria, ad esempio, i tea party all’italiana. In cosa potrebbero consistere, culturalmente parlando: ad esempio, come potrebbero accogliere un film simile, sia pure magari in sé innocente(?), visto che di Clero e bunga bunga si intenderebbero assai per ingredienti interni? Tutti lo immaginano ma forse pochi ci riflettono bene, per lo meno ancora, anche se la miscela, ben devastante, era-è per l’aria. Me ne considero un osservatore alieno ma in qualche modo privilegiato , per articoli visti, conoscenti cattolicamente allineati cui ho fatto domande al tempo dei family day, per sofferta passione, e soprattutto preoccupazione, verso l’argomento.

Lo spunto sarebbe ed è già stato di tipo lefevriano con occhiolino strizzato  dal regime si spera definitivamente “antico”, grazie a Francesco, delle più alte e influenti gerarchie vaticane: la Chiesa per secoli si è appoggiata a satrapi che però hanno garantito benefici fiscali e difesa dei temi “sensibili”, ed è giusto continuare così. Poi, girata la medaglia, si aggiungono gli alleati maggiormente genuflessi ai media, secondo cui il “satrapo” è una vittima e una specie di Cristo a sua volta. Ma qui siamo a una stretta, certo già micidiale e ben nota, tra “intellettuali” e il loro rovescio più bassamente popolare e populista. Manca “la via di mezzo”, i buoni papa boys d’un tempo recente, tra cui qualcuno, alla domanda su come facessero ad appoggiare elettoralmente un “satrapo” che ha favorito l’ inabissamento nel più gretto materialismo mediatico la cultura di massa, ha risposto che quelle brutture sono il compromesso inevitabile d’un imprenditore con una realtà ormai di sinistra, perché lustrini, nani, chiappe al vento e talk show demenziali sono “di sinistra”(tho, Stefania!), che ha portato quelle cose licenziose in virtù del suo ateismo. Tutto lascia pensare che questo sia il succo del “dispaccio d’agenzia parrocchiale” girato in questo recente (e insieme antichissimo) e davvero satanico inciucio.

Siamo ben dentro i recinti del manicomio e siamo d’accordo. Ma non meno folle sarebbe non mettere tutte queste cose insieme con la dovuta attenzione, aggiungendo un bell’elenchino del fronte anche elettorale che si stava-sta ripreparando, ancora più rafforzato e coeso: cattolicesimo quale sia, quello velenosamente antimodernista e una enorme cresta obbediente e inconsapevole (speriamo regga l’argine di Francesco); neo medievalismo bigotto anche di taglio federalista; centrodestra quale sia, anche per semplice e spesso ben motivata non adesione all’altro fronte; ex destra sociale e tutta quella ancor meno socievole; e naturalmente tutta la folla dei mediatizzati e non solo, dal borghese non solo piccolo piccolo e incarognito che pur ben sopravvive, al poveraccio che non ce la fa più, pronto a darsi a “padri” diversamente sacri e santi, trovandoseli in casa dentro la tele, e in chiesa sull’altare, e che gli accorciano pure la gabella…. Con il tutto da affidare, dopo l’eventuale auto abdicazione del satrapo, a qualche “sarahpalina” nostrana, pure adusa alla demagogia mediatica e velenosa. Questo modello ha subìto una crisi temo momentanea per la forte intrusione dell’europeismo istituzionale, che ha spersonalizzato il satrapismo, disinnescata la fronda anti europeista di certo segno, e fatti accordi con l’autorità religiosa mediante, verosimilmente, contiguità diversamente massoniche. Sono venuti poi Francesco Primo, Letta ed è restato Napolitano. Circa il ben più rilevante Primo, che stia provando e da solo a sparigliare tutto questo, è comprensibile che Sorrentino non l’abbia previsto. Che abbia però in aggiunta centralizzato bunga bunga laterali è uno strabismo sul presente che fa il paio con la totale cecità sul futuro più prossimo… per un film destinato a fare epoca lavorando sui sintomi storici immediati, non durare nemmeno un anno è davvero il colmo.

Questa  è la temperie nella quale Mediaset ci coproduce il suo miracoloso “filmone”; questo, nella meno peggiore delle ipotesi, il clima reale entro cui l’autore ha introdotto la sua opera in assoluto tema, oltreché attualità, senza averci pensato prima, e allora non dovrebbe evitare di rifletterci a posteriori, anche se certo nessuno si aspetta abiure pasoliniane. In fondo, un po’ di pompa immaginifica per una commediola sdrammatizzante è già una bella idea, per alzare di qualche centimetro il livello medio; dunque tante grazie e complimenti, ma ammettiamolo e finiamola lì.

IV - Un Cavallo dentro Troia?

La venuta della “Santa” in Vaticano prima e nella loggia sul Colosseo di Gambardella poi, ha comunque uno strano, forse premonitore affiancamento a qualcosa di speciale che di fatto sarebbe poi arrivato, se bene di tipo totalmente diverso e come antitesi a una corruzione ben altro che farsesca. La “Santa” come personaggio filmico-a parte la scena finale in sé-non mi piace neanche lei: un ulteriore, enorme fronzolo d’un barocco definitivamente brutto, nonostante il richiamo ciclico alla prima parte del film. Ovviamente, altra faccenda è l’esempio reale cui rimanda, cioè Madre Teresa di Calcutta. Lei, la “Santa”, conosce per nome i fenicotteri che in un’alba rosata si sono appollaiati sul balcone del Mondano, e li fa sollevare in volo, per riprendere la migrazione, con un suo soffio: è dunque in legame diretto con Dio o, diremmo alla orientale, è un suo avatar. Dice di mangiare radici perché “le radici sono importanti”. Poi incoraggia Gambardella a scrivere di nuovo, per finire in un suo golgota rituale, mediante la difficoltosa arrampicata per la Scala Santa.

Tutta questa finale favola della speranza, tra luci e scenari manco a dirlo bellissimi, mi ha disposto sul momento, e un pizzico tutt’ora, a pensare che l’apocalisse sorrentiniana abbia voluto in fondo vedere nel Mondano e nel Prelato del Coniglio i meno peggiori d’una tragedia nucleare, poiché in fondo degni del tocco della Visitatrice. E’ assai improbabile, anzi senz’altro non è, manca anche il più piccolo indizio, ma mi resta dentro qualcosa di favorevole, forse un’ illusione che mi fa intravedere la possibilità del “Cavallo di Troia”: ma solo il tempo ci potrà dire se davvero la cittadella dell’impresa culturale si è con questo film messa all’interno un ordigno che aprirà l’ingresso a qualche interessante controtendenza. Qualcosa dipenderà pure dalle scelte future dell’autore, per sé e per i progetti non suoi che potrà ispirare e favorire. E’ un autore che ha comunque una formazione e una traccia importanti, che non mancheremo-gliene importi o meno-di seguire, dopo tal tonfo-trionfo, con spregiudicata attenzione.

V - Conclusione: a proposito di artisti indipendenti o aspiranti dipendenti

In un Paese dove s’esibiscono persino nelle aule parlamentari artisti autocelebrantisi in edizioni di grido, ma tutt’altro che osannati dagli addetti ai lavori specifici (e la musica è forse addirittura più scientifica della letteratura), altri artisti sempre in vista non perdono occasione di usare la loro ribalta per mettere alla berlina la macchietta del collega irrealizzato, facendo surrettiziamente passare come di “aspiranti dipendenti trombati” tutto l’universo degli autori sommersi e realmente indipendenti di questo paese. E’ un vezzo untuoso, perché va a raddoppiare un dramma  e in più suona come il ceffone di un forte sulla guancia di un debole. Ma è davvero così forte chi sente il bisogno di appiccare il fuoco a una Cartagine già rasa al suolo e affondata nel sale? Non è che il meccanismo della mercificazione per “false autorevolezze centralizzate” sta andando alla malora, un po’ per ingordigia autodistruttiva, per decentramento mediatico dato anche dalla Rete, certo la povertà, di denaro e della stessa nozione di “letteratura quale sia”, per cui anche poeti e narratori “del giro” sono sempre più dei semi sconosciuti, buoni al massimo per la tiratura post premio come un Disco per l’Estate, con la differenza di non poter mai aspirare ad essere un sempreverde? Non è che si vuole delegittimare preventivamente e chiudere la bocca a chiunque, come la bambina dalla cripta sotterranea a un Gambardella oltre la botola, che possa ancora sussurrare: sei tu che non sei nessuno!?

Nel film di Sorrentino, che è pure scrittore, l’ambizione editoriale è un chiodo fisso: romanzi da scrivere, cacciatori di articoli di grido, ridicoli aspiranti e più tristi ripetizioni della solfa: il tuo libro vale poco anche perché l’editore è piccolo e i grandi giornali non ne hanno parlato. E’un tratto in sintonia a tutta la strana conformazione “autorale di potere” (un tremendo ossimoro) del lavoro, ben oliato rispetto gusti “globali” e prospettive diverse dalle mie, ma tutto sommato non immeritevole dei suoi riconoscimenti, tutti però interni a un sistema decadente come l’intera baracca occidentale, non solo finanziaria, che lo tiene. Se nonostante tutto è un vero cavallo di razza, corra subito al galoppo, sul vento dell’occasione, per intense campagne civiche e politiche a favore del Cinema, che può ancora essere grande per narrazioni, per visionarietà e per entrambe le cose, fornendo meravigliose opere collettive (meglio dividersi i compiti se non si è insieme  veri scrittori e veri registi) classiche o di buona fantasiosa avanguardia anche tecnologica, in luoghi d’incontro reale, disintossicati dall’aria inquinata e fritta.