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Lord Keynes a Versailles PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Franco Romanò

L'apprendistato del grande economista e di una intera generazione di intellettuali, nella Versailles del primo dopoguerra e nella Cambridge di George Moore

In un agile libretto adelphiano dal titolo Le mie prime convinzioni e diviso in due parti, viene ricostruito  un segmento di storia europea che ha pesato in modo tragico sul secolo scorso. Il protagonista del volumetto è Lord Keynes, il maggiore economista del '900, ma quando lo incontriamo su queste pagine, egli non ha ancora la notorietà mondiale di cui godrà qualche anno dopo. A quell'epoca e cioè subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, è un giovane e brillante studioso prestato alla diplomazia, tanto da far parte della delegazione britannica alle trattative di pace che si svolgono a Versailles. Il salotto Bloomsbury esistevaVersailles già, ma la sua iniziazione di quegli anni, avviene a Cambridge e nel club di giovani intellettuali con i quali avvia un sodalizio amicale e con alcuni di essi amoroso che durerà per tutta la vita; infatti, nella seconda parte del volume, che dà il titolo generale, vengono ricostruiti proprio i rapporti con David Garnett e gli altri del gruppo.

Torniamo alla prima parte che s'intitola: Melchior un nemico sconfitto.

La coreografia in cui avvenne la conferenza di Versailles è stata ricostruita più volte anche in film e documentari famosi. La delegazione tedesca arriva a Parigi in treno, un convoglio lentissimo perché si vuole che i plenipotenziari vedano dai finestrini le distruzioni causate dalla guerra; ma specialmente, i francesi vogliono che i tedeschi sfilino all'interno delle città distrutte sotto lo sguardo ostile della popolazione d'oltralpe. Fin qui, il tutto avrebbe ancora una sua logica, ma quello che passo dopo passo sta avvenendo, è un cambiamento di paradigma che avrà conseguenze tragiche. La Germania non è semplicemente una nazione sconfitta, ma viene considerata uno stato al quale i vincitori tolgono la legittimità della scelta di entrare in guerra.

Ora, bisogna considerare che, agli inizi del secolo scorso, non si era ancora affermata una corrente pacifista e di repulsione della guerra come soluzione dei conflitti, che diventerà sempre più consistente durante tutto il secolo, ma solo successivamente al primo conflitto planetario. Prima, solo esigue e sparute minoranze - seppure autorevoli – mettevano in discussione la legittimità del ricorso alle armi. Tolstoj era stato il primo, il giovane Gandhi, ispirato dal grande russo, lo aveva seguito, ma sarà solo alla fine del conflitto che comincerà a diffondersi un sentimento più profondo, grazie a personalità come quella di Zamenhof (il fondatore della lingua esperanto), di poeti come Wilfred Owen e più tardi con Virginia Woolf. In sostanza, il diritto di uno stato sovrano di decidere su temi come la pace e la guerra, era riconosciuto come pienamente legittimo. A Versailles, invece, si cambia registro senza che nessuno lo abbia esplicitamente dichiarato e alla Germania vengono imposte condizioni di pace che nessuno stato avrebbe mai potuto accettare e che si riveleranno peraltro impossibili da onorare. In sostanza, le potenze vincitrici cercano la vendetta, non la pace. Keynes se ne rende conto subito e si domanda la ragione di una tale cecità; fa la sua battaglia all'interno della delegazione britannica, sarà sconfitto e allora desisterà rassegnando presto le dimissioni.

A Versailles il macabro balletto ha i suoi protagonisti ben delineati. Da un lato il presidente statunitense Wilson, con le sue giaculatorie pacifiste, demagogiche e inutili, nonché il sogno di una società delle nazioni che nascerà già morta. Dall'altro le ottusità degli stati europei, litigiosi e incapaci di trovare una soluzione stabile ai problemi; infine una pletora di stati e staterelli con le rivendicazioni più varie e variegate, pronti ad allearsi con chi capita pur di ottenere qualcosa. Nel mezzo gli stati intermedi, le potenze di media portata, fra cui l'Italia, già vasi di coccio in mezzo a vasi ferro. Wilson, quando capirà che gli europei continueranno a lacerarsi, lascerà correre: cominciano a vincere i poteri reali, s'intravede - oltre Atlantico - la possibilità che fra i litiganti, siano proprio gli Usa, prima o poi, a conseguire tutti i vantaggi del disastro europeo. E così sarà seppure al prezzo di una seconda guerra ancor più tragica della prima.

Keynes, nello stesso anno delle sue dimissioni dalla delegazione inglese, il 1919, pubblicherà un libro dal titolo Le conseguenze economiche della guerra, in cui, nel mezzo di giudizi sprezzanti e indignati sui protagonisti della conferenza, nei quale sembra non poter salvare nessuno, si fa strada una lucida e tragica previsione della guerra futura che viene riportata nel volume di Adelphi nell'introduzione a pag. 19:

“Se miriamo deliberatamente a indebolire l'Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile fra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla.”

Torniamo alla prima parte del libro e a uno dei momenti nevralgici della conferenza e cioè quello in cui la delegazione inglese incontra quella dei negoziatori tedeschi. Naturalmente la tensione è al massimo:

“...Ma tra loro si fece avanti un uomo molto basso, lindo ed elegante, con un alto colletto rigido di un bianco immacolato e la testa rotonda coperta da una capigliatura brizzolata, rasata con tanta cura da assomigliare a un tappeto a maglia fitta... Costui era Melchior la persona con cui nei mesi successivi mi sarei trovato a condividere alcune stranissime esperienze,nonché una delle forme di intimità più singolari che possano esistere al mondo.”1

Profondamente convinto del disastro che si prospetta a Vesailles, Keynes individua in Melchior un interlocutore che sembra avere in comune con lui le stesse convinzioni e fa molto di più da quello che si intuisce. Con l'accordo del proprio governo, Keynes cerca abilmente di aggirare i veti francesi, con l'obiettivo di rendere meno dure le sanzioni. Fino a che punto si spinse in quest'opera? Par di capire, per dirla tutta, che il nostro passasse al 'nemico' tedesco informazioni riservate che consentivano alla delegazione germanica di conoscere in anticipo le mosse dei plenipotenziari alleati. Tutto inutile, perché nonostante alcune misure fossero effettivamente mitigate il quadro generale non cambia e nella lucida e impietosa disamina che Keynes ne fa si può dedurre quanto sia vero ciò anche ormai anche gli storici affermano e cioè che Hitler nasce a Versailles; il che non significa affatto giustificarlo, ma solo rompere il velo di ipocrisia dietro il quale si sono protetti e nascosti per decenni gli altri stati e governi europei.

Dicevo prima che Keynes è sferzante e sprezzante quanto mai sui negoziatori alleati e credo che sia sufficiente questa citazione a dimostrarlo:

“...L'embargo fu dunque prolungato e le risorse finanziarie che i tedeschi avrebbero potuto usare per comperare cibo dai vicini neutrali vennero immobilizzate. La Germania non poteva comperare viveri e le sue provviste andavano esaurendosi... Non so perché mai noi inglesi avessimo deciso di perseverare su questa linea. La colpa va senz'altro attribuita all'irresolutezza del nostro rappresentante, Lord Reading, che, impegnato a brigare per far parte del gruppo di Parigi, aveva il terrore di prendere una posizione troppo netta. Me lo ricordo mentre, chiuso nel suo ufficio,... si tormentava l'unghia del pollice sinistro e cercava di capire da che parte tirasse il vento. Impeccabile nel suo cappello a cilindro, era così lustro e azzimato di risplendere: sembrava in gingillo e veniva quasi voglia di appuntarselo sulla cravatta...” Pag. 50.

La descrizione di uno dei momenti decisivi della conferenza, prima di desistere è un misto di amara ironia e grottesco. Quando capisce che gli alleati non saranno ragionevoli e che “...Parigi sembra avere perso il lume della ragione...” (pag.78), Keynes tenta un'ultima mossa. Chiede al proprio capo delegazione di potere incontrare Melchior in privato: non ha molto da offrire, forse la sua intenzione è proprio quella di far sapere al tedesco di non sperare troppo. Avuto il via libera:

“...Mi fece strada lungo un corridoio ed entrò in una stanza in fondo alla quale c'erano tre giovani tedeschi: uno strimpellava un pianoforte, un altro pesante e sgraziato in maniche di camicia, muggiva come un tenore rauco e il terzo era stravaccato su un tavolo...”

Melchior chiede ai tre di lasciarli soli e quelli lo apostrofano in malo modo; sono costretti a cambiare stanza e Melchior osserva amaramente: “Ecco l'immagine della Germania in rivolta. Questi sono i miei impiegati.”

Il disfacimento dello stato imperiale non aveva bisogno di ulteriori aiuti esterni, era il popolo tedesco esasperato e in rivolta, come aveva previsto, Keynes, il vero problema, che la fame aggravava.

Il colloquio avviene in un clima di grande imbarazzo per entrambi, il che tuttavia, non impedisce a Keynes una sincera ammirazione per la dignità del tedesco: ma tutti e due lasciano intendere all'altro che, pur essendosi compresi, entrambi hanno le mani legate, non possono concedere nulla e infatti le posizioni rimarranno rigide e senza alcuna via d'uscita.

Tardivamente, la delegazione inglese si rende conto della pericolosità della situazione e quando Lloyd George minaccia il ritiro delle truppe inglesi dal suolo tedesco se non verrà garantito alla popolazione germanica di potersi sfamare, la delegazione francese è costretta a fare marcia indietro. Sembra finalmente che prevalga il buon senso, ma anche questo, se mai fosse autentico, esso si manifesta con volto sordido. Quando il plenipotenziario francese Klotz, ebreo, si oppone a che i tedeschi usino le riserve di oro per acquistare cibo dai paesi neutrali Lloyd George, che lo aveva sempre odiato, alza la voce. Ecco come Keynes descrive tutta la scena:

“Donne e bambini stavano morendo di fame, gridò il Primo Ministro, e Kloz blaterava del suo ooooro. Lloyd George si sporse in avanti e con un gesto delle mani imitò uno spregevole ebreo che stringeva una borsa piena di soldi. Gli brillavano gli occhi e sputava le parole con violento disprezzo. L'antisemitismo, latente in un consesso di quel tipo, albergava nel cuore di tutti i presenti, che guardarono Klotz con un odio istantaneo.” (pag.93)

La resistenze francesi crollano nonostante i tentativi di Clemenaceau di salvare il suo ministro negoziatore, ma la conclusione è grottesca.

“...Ma ormai il discorso era chiuso... Per tutto il tempo, i sei giapponesi erano rimasti seduti, in silenzio, rigidi, apparentemente senza capire – spettatori del dramma di un altro pianeta. Era l'ora del the...” (pag.94).

Melchior e Keynes si incontreranno di nuovo un'ultima volta, quando entrambi, dopo avere rassegnato le dimissioni prima della firma definitiva del trattato, erano già tornati alle loro occupazioni. Melchior, fra l'altro, aveva rifiutato l'incarico di Ministro delle Finanze nel nuovo governo tedesco.

L'incontro avviene ad Amsterdam “brulicante di spie e faccendieri” (101), ma un amico comune mette loro a disposizione un luogo riservato. Liberi dai vincoli che li avevano visti antagonisti per forza e ai quali avevano peraltro tenuto fede ciascuno dalla propria parte, i due si lasciano andare alle confessioni e addirittura decidono di pranzare insieme. Keynes comprende il cruccio di Melchior e lo condivide:

“...La violazione della promessa e della disciplina, il venir meno del comportamento onorevole, il tradimento degli accordi da una parte e l'insincera accettazione dall'altra, di condizioni impossibili da rispettare, la Germania colpevole di essersi assunta impegni che non era in grado di mantenere quasi come gli Alleati erano colpevoli di avere imposto condizioni che non aveva il diritto di esigere...” Pag.103.

L'IDEOLOGIA ANGLOSASSONE

La seconda parte del libro, preceduta da una breve introduzione di David Garrett, è altrettanto interessante della prima, ma per ragioni del tutto diverse e cioè perché ci permette di capire quanta distanza separa la cultura inglese dalle altre europee.

Garrett ricostruisce la genesi del saggio di Keynes: una risposta a una sua lettera che offre all'economista lo spunto per ricostruire le sue prime convinzioni, largamente condivise dal gruppo e cioè Duncan Grant, Birrel, il matematico Hardy. Più tardi vi sarà una confluenza fra alcuni di loro e gli Strachey, animatori insieme ai Woolf del salotto Bloomsbury. Dell'entourage fece parte per un certo momento anche D.H. Lawrence, che però li aveva tutti in antipatia.

Keynes parte proprio dalle osservazioni critiche del romanziere, ricordandone l'atteggiamento infastidito. Anni dopo, tuttavia, Lawrence gli manifestò pubblicamente la sua gratitudine perché l'economista lo aveva sostenuto con una sottoscrizione a favore di Lady Chatterley.

Ecco come Keynes ricostruisce i primi passi del gruppo di Cambridge:

“Arrivai a Cambridge nell'autunno del 1902 e i Principia ethica di Moore uscirono alla fine del mio primo anno. Non conosco nessuno della nuova generazione che lo abbia letto, ma il suo effetto su di noi fu – ed è ancora – dirompente...” Pag.114

George Edward Moore diventa presto il loro vero maestro spodestando tutti gli altri, fra cui Bertrand Russell. Keynes, tuttavia, è assai parco nel farci comprendere in che cosa consista il pensiero del filosofo e la ragione è evidente: lo scritto era una risposta interna al gruppo, non c'era bisogno spiegazioni perché tutti conoscevano a memoria il pensiero di Moore; ma noi? L'autore dei Principia ethica non è un pensatore che abbia un'influenza rilevante nel resto dell'Europa, ma soltanto in Gran Bretagna. Qualcosa, tuttavia, si intuisce quando Keynes afferma che fra i riferimenti di Moore ci sono Sidwick (?) e Jeremy Bentham, l'economista e filosofo. Qualcosa di più si comprende quando, con una metafora, Keynes prosegue:

“...uno dei grandi vantaggi della sua religione (di Moore ndr), era il fatto che rendesse superflua la morale...” e più avanti conclude: “Sulle conseguenze dell'avere una religione e non una morale tornerò in seguito.” Pag. 116.

Peccato che poi non lo faccia, o vi alluda in modo così obliquo da renderci incerti sulla comprensione.

Quando finalmente comincia a delineare quali siano i tratti distintivi delle convinzioni del gruppo, Keynes afferma che la sola cosa che per loro contava erano gli stati d'animo, dunque un approccio soggettivistico ai problemi, sensitivo, per lo più di carattere esistenziale: come distinguere, per esempio, un amore vero da uno che non lo è e quali rapporti vi siano fra il sentimento amoroso e l'oggetto d'amore. Il piacere, tuttavia, non rientra nella sfera dei loro interessi, anzi è visto con sospetto e del sesso si doveva parlare solo usando termini latini: non saranno anche un po' vittoriani?

Siamo dunque, apparentemente, nel solco della tradizione idealistica occidentale, nella versione del neoplatonismo britannico, che è in effetti il primo riferimento della filosofia di Moore, in contrasto con Spencer e John Stuart Mill: tuttavia, nel corso del tempo, egli si allontanerà assai da ogni influsso platonico, sposando una filosofia di tipo realistico fondata sul senso comune.

Le tre parole chiave che Keynes indica come centrali nelle riflessioni del gruppo, sono tuttavia impregnate di platonismo: Bellezza, Verità e Amore, l'ultima delle quali è la più importante. Ma qual è il contributo specifico di Moore a questa visione ideale del mondo?

“Tutto era condizionato secondo il metodo di Moore, secondo il quale anche i concetti più vaghi si potevano chiarire grazie a un linguaggio preciso e domande mirate.... Passavamo il tempo a cercare di capire quali domande stessimo ponendo di preciso (pag.123-4).

Forse, in questo passaggio, Keynes non si rende conto che avviene uno slittamento: non è più Platone che parla in questo caso, ma un filosofo molto più vicino e inglese, il cui ruolo preciserò più avanti. Il gruppo, però si identifica con Moore per una forma particolare dell'Ideale, che consiste nella contemplazione del bene in sé, che ha come retroterra anche il puritanesimo inglese e addirittura: “Uno scolasticismo che superava quello di San Tommaso.” Pag.126.

Keynes prende chiaramente le distanze da questo coacervo di idee e di atteggiamenti definendoli “una condizione psicologica che una persona adulta nel pieno delle sue facoltà avrebbe fatto fatica a sostenere.”

Subito dopo, però, emerge tutta la sua ambivalenza, come si evince da questa citazione alla pagina 127:

“Se mi guardo indietro, mi sembra una gran cosa l'essere cresciuto all'insegna di nostra religione, che non ha nulla di cui vergognarsi, e anzi è più vicina alla verità di qualunque altra, e quasi del tutto prova di elementi estranei o non pertinenti. Ciononostante, oggi è un sollievo poter accantonare senza sensi di colpa il calcolo, la misurazione e il dover capire esattamente ciò che si prova e si vuol dire. Era un'aria di gran lunga più pura e più dolce di quella che si respirava con Marx e con Freud. E infondo è ancora la mia religione. La settimana scorsa ho riletto il capitolo sull'Ideale: colpisce l'assenza di qualsiasi riferimento alla vita attiva nonché alla vita nel suo complesso. Moore viveva in un'estasi senza tempo.”

E più avanti alle pagine 132-33:

“... accantonando i complicatissimi calcoli di Moore, … eravamo i primi – se non gli unici – della nostra generazione a uscire dal solco della tradizione di Bentham... Inoltre fu proprio quella fuga da Bentham, unita all'immarcescibile individualismo della nostra filosofia, a salvarci tutto da quella estrema reductio ad absurdum del benthamismo nota come marxismo.”

Diciamolo con franchezza: questo coacervo di idee ben confuse, di affermazioni che si contraddicono l'un l'altra, farebbe addirittura dubitare della traduzione, ma i riscontri fugano subito tale ipotesi. La mia convinzione è che in questi passaggi decisivi del suo saggio, Keynes sia volutamente contraddittorio, proprio perché vuole ricostruire quei momenti senza aggiustare le cose: non dimentichiamo che il tono in cui è scritto tutto il libro è quello di una conversazione fra amici, non destinata alla pubblicazione! Keynes, in sostanza, non difende le sue prime convinzioni perché le ritiene ancora valide, ma perché pensa che siano state comunque importanti durante la sua formazione, come antidoto a quelli che lui considerava dei pericoli.

In conclusione del saggio, egli ritorna alle critiche di Lawrence e pur definendo lo scrittore in modo niente affatto lusinghiero, tuttavia ammette:

“... mi rendo conto della ricca combinazione di caratteristiche con la quale alimentavamo il suo viscerale disgusto...”

Dopo avere accennato proprio alla contraddittorietà delle loro idee di quegli anni nonché alla niente affatto trascurabile commistione fra atteggiamenti puritani e comportamenti libertini (i libri scritti dai figli e dalle figlie dei membri del salotto Blooosbury sono un'ottima lettura per chi volesse approfondire l'argomento), Keynes conclude:

“Ma era proprio questo il motivo per cui dico che poteva esserci un fondo di verità quando Lawrence, nel 1914, disse che eravamo spacciati.” Pag 141.

SNOBISMO DELL'INTELLIGENZA E ISOLAZIONISMO: QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA

Nella lunga citazione ricordata più sopra (Pp. 123-127 del libro), ci sono parole chiave, alcune delle quali sottolineate da Keynes stesso con il corsivo. Le riporto di seguito: domande esatte, sapere di preciso, capire esattamente, calcolo, misurazione.

Sono termini che non rimandano a Platone e neppure al solo Moore, bensì a Hume e alla sua Ricerca sull'intelletto umano. Il pensiero di Moore è solo superficialmente platonico; o meglio, dentro una fraseologia platonica si nasconde il diavoletto del calcolo, della misurazione, della convinzione che ponendo domande precise, si evitano i fraintendimenti; come se il linguaggio umano non fosse di per sé ambivalente! Non per caso, Moore influenzò molto il Tractatus logicus mathematicus di Ludwig Wittgenstein. Sono le ossessioni di Hume e anche in parte di Moore, non di Platone, il quale parlava sì dell'assolutezza del numero, ma non del calcolo!

Com'è possibile una commistione così improbabile fra le idee pure (Bellezza, Verità Amore) e l'obiettivo di un linguaggio che non dia luogo a equivoci o fraintendimenti e del calcolo come garanzia di esattezza? Com'è possibile, considerare il marxismo come una reductio ad absurdum della filosofia di Jeremy Betham? Tanto più che, nel prosieguo degli anni e a contatto con le esigenze di riforme economiche dopo il disastro del '29, le posizioni di Keynes cambieranno, molto e il suo pensiero è comunque debitore nei confronti di Marx, ma anche del Freud che viene citato nel saggio in questione solo per dire che l'aria che girava intorno a lui e a Marx era un'aria cattiva. Basti pensare che la domanda iniziale del suo fondamentale saggio sul denaro è la seguente: “Perché ci piace il denaro?” un quesito più vicino alla psicologia che all'economia; peraltro, nel prosieguo della sua indagine farà ricorso più volte a metafore che vengono dalla teoria di Freud.

Decisiva per Keynes fu la sua esperienza americana, che modificò assai le sue posizioni in molti punti, ma è significativa in ogni caso la sua rivendicazione della originalità di quella che chiama ancora la “loro religione” a distanza di anni. Perché è la migliore di tutte le altre? Perché è autoctona e identitaria, profondamente inglese e di fatto in contrasto con tutta la filosofia continentale. È un atteggiamento che viene da lontano, addirittura dallo sperimentalismo di Bacon, ma che si irrobustisce e consolida dopo le turbolenze che trasformeranno l'Inghilterra in una società borghese nel corso del 1600, passando attraverso la repubblica i Cromwell e poi il ripristino della Monarchia Costituzionale. Prima Locke aveva ridimensionato quanto il pensiero di Hobbes conservava di rivoluzionario, poi Hume: entrambi gettano le basi di una filosofia scettica ed empirista, che diventerà utilitarista, che nasce in polemica con Cartesio e distanzia il percorso filosofico inglese dagli altri, tutti figli ed eredi, in un modo o nell'altro, del pensiero greco. Due mondi, due europe, due stili irriducibilmente distanti. L'atteggiamento profetico e aristocratico con cui il Lord guarda alla Germania sconfitta sarà lo stesso che gli permetterà di passare attraverso l'avventura americana del New Deal: dare buoni consigli, ma poi ritirarsi sempre nella sua religione isolana, identitaria e isolazionista.