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Attualità del marxismo: postfordismo e globalizzazione vs postmodernismo PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Aldo Marchetti

Una breve rassegna degli studi su Marx degli ultimi decenni

Forse oggi è possibile avviare un primo bilancio di una coalizione di pensiero nelle scienze storico sociali che ha attraversato gli ultimi trenta anni e che ha avuto nel marxismo il suo principale punto di riferimento. Preferisco usare il termine coalizione piuttosto che scuola di pensiero. E’ vero che ci sono stati un comune riferimento culturale, influenze reciproche e rapporti di amicizia e tuttavia non è mai esistito un centro unico che abbia prodotto in modo organizzato dei risultati condivisi. Alcuni nomi che vengono in mente sono quelli di Giovanni Arrighi, David Harvey, Marshall Berman, Fredric Jameson, Beverly Silver, Immanuel Wallerstein, Samir Amin, Edward Thompson, Eric Hobsbawn. Alcuni come Arrighi, Hobsbawn e Berman ci hanno lasciati da poco tempo mentre gli altri continuano la loro vita e la loro attività . Si tratta di un semplice elenco che non è tuttavia arbitrario se si pensa che sono accomunati, come abbiamo detto, da un dichiarato riferimento al campo della cultura marxista, usata, peraltro, più come cassetta degli attrezzi che come strumento dottrinario di riflessione. Appartengono poi a discipline diverse che vanno dalla storia alla geografia, dalla sociologia all’economia e alla critica letteraria, ma per tutti i recinti disciplinari hanno significato poco e gli sconfinamenti sono stati piuttosto la regola che l’eccezione, dimostrando anche in questo di essere buoni seguaci del filosofo di Treviri . Un altro tratto comune è la militanza politica nei movimenti pacifisti, nei gruppi e partiti di sinistra: Arrighi negli anni della sua permanenza a Milano aveva fondato il Gruppo Gramsci, Harvey ha partecipato a “Occupy Wall Street”, Bermann ha avuta una lunga militanza nelle formazioni della sinistra americana degli anni ’60-‘70, Thompson e Jameson sono stati esponenti dei movimenti pacifisti inglesi e nordamericani. Vi è infine un’altra curiosa caratteristica comune. Tranne Amin hanno insegnato (e alcuni continuano a farlo) nelle grandi Università delle due coste dell’Atlantico: Cambridge, Oxford, Londra, Harward, New York, Baltimora. A ridosso, e con il fiato sul collo, di quelle onnipotenti sedi del mondo capitalistico occidentale che sono state l’oggetto principale delle loro attenzioni di studiosi. La critica più acuta del grande capitale - serpe in seno - continua a vivere, a contatto di gomito con le Borse di Londra e New York e con le sedi della Banca Mondiale e della World Trade Organization.

Dopo questi accenni sarebbe importante esaminare gli elementi comuni a questi autori e mettere in evidenza le differenze. Si tratta di un lavoro che non può essere iniziato in questa sede e che richiederebbe tempo e risorse che solo un gruppo di studio bene affiatato potrebbe mettere in campo. Quello che si può fare è spiegare l’importanza che il loro pensiero ha avuto nei decenni scorsi a partire da almeno due punti di vista.

In primo luogo comune a tutti è l’ottica globale con cui considerano i diversi aspetti della vita sociale: che si tratti degli scambi economici, della creazione artistica, del conflitto industriale, della produzione di cultura. Ricordo che Arrighi già a metà degli anni ’70, quando dirigeva la Scuola superiore di Sociologia di Milano, sosteneva l’importanza di studiare il fenomeno del capitalismo su base globale quando ciò non era scontato ed anzi attirava su di lui la critica, allora piuttosto fastidiosa, di terzomondismo. In seguito Arrighi si sarebbe avvicinato alle posizioni di Wallerstein migliorando gli strumenti di analisi del capitalismo globale e ottenendo risultati più raffinati di quelli del suo maestro. La sua allieva e collega Beverly Silver sta ancor oggi sviluppando il suo metodo e lo applica allo studio dei cicli di lotte operaie di lungo periodo e dello spostamento progressivo dell’epicentro del conflitto dai paesi di vecchia a quelli di nuova industrializzazione. Jameson e Berman hanno studiato gli aspetti culturali del postmodernismo partendo dall’architettura, letteratura e arti visive. Thompson e Hobsbawn hanno rivoluzionato la storiografia del movimento operaio in tre direzioni: da una parte hanno esaminato lo sviluppo della classe operaia all’interno della società occidentale con le sue trasformazioni culturali; dall’altra hanno dilatato l’analisi dai rapporti tra le classi ai soggetti sociali diversi dal proletariato come ribelli, banditi, movimenti di liberazione; in terzo luogo hanno ampliato il campo d’indagine agli altri continenti ponendo le basi di una storia del conflitto sociale da affrontare su base globale. Nessuno che voglia continuare a studiare il movimento operaio e il conflitto collettivo potrà prescindere dal lavoro di questi grandi storici inglesi.

In secondo luogo (e si tratta forse di un aspetto ancora più importante) hanno affrontato un tema di cruciale significato nel dibattito degli ultimi decenni, quello che è andato sotto il titolo di postmodernità. Tutta una tendenza di pensiero, che in modo più o meno consapevole assecondava la marea montante del neoliberismo, affermava nei lustri di fine secolo che il mondo stava uscendo dal periodo torbido e convulso della modernità per approdare a una sorta di limbo dove tutto sarebbe stato relativo, effimero e contingente, dove le antiche contraddizioni sarebbero scomparse, dove alla rappresentazione unitaria del mondo si sarebbe sostituita una narrazione per frammenti in perpetuo mutamento. Dietro l’onda del postmodernismo, se ben ci si ricorda, si agitavano tendenze più occulte che conclamavano la fine dell’illuminismo e il ritorno alla società tradizionale. Ombre antiche di stampo religioso e reazionario cercavano di materializzarsi quando, per esempio, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese si cercò di condannare in blocco la storia dalla presa della Bastiglia in poi, svelando il sogno sempre soggiacente in una parte del mondo cattolico (non si dimentichi che Rocco Buttiglione sentenziava che la crisi morale del nostro tempo era la crisi del pensiero illuminista) di un ritorno all’antico regime se non al fulgore del Medio Evo. Filosofi come lo statunitense Rorty cominciarono a considerare la filosofia europea da Cartesio a Nietzsche come una zavorra che ostacolava da secoli il libero volo del pragmatismo anglosassone. Rorty si rifaceva al pensiero di Dewey dimenticando forse che Dewey era stato un filosofo progressista e democratico (c’è modo e modo di rifarsi a Dewey: anche Sennet si dichiara un suo seguace ma questo non gli impedisce di svolgere un imponente lavoro di riqualificazione del lavoro umano e di restaurazione dei valori della collaborazione e della comunità). Lyotard, altro eminente postmodernista, arrivava ad affermare che il consenso come base della vita sociale stava perdendo tutta la sua importanza e che la giustizia sociale per essere esercitata doveva trovare altre basi (quali se non un nuovo o un vecchio dio?). Sulla spuma della mareggiata postmodernista non flottava forse da noi la barchetta di carta del pensiero debole?

Ora, ciò che hanno fatto gli studiosi di cui stiamo parlando è stato prendere di petto il tema della postmodernità, non certo per avvallare la tesi di una spaccatura tettonica e definitiva con il passato - che è stata l’asse portante del pensiero postmoderno – ma per esaminare nel concreto gli aspetti di rottura ma anche di continuità. La nozione di postmodernità in un primo periodo è stata sostituita da alcuni con quella di tardo capitalismo? Questa scelta è del tutto discutibile. Non a torto è stato fatto osservare che per parlare di tardo capitalismo bisognerebbe che il capitalismo fosse già morto, ma allo stesso tempo anche la nozione di post moderno non aveva nessuna base su cui reggersi poiché se definiva un dato periodo solo in negativo finiva col non definire niente. Al di là delle questioni nominali sia Harvey che Jameson che Berman hanno cercato di studiare le enormi trasformazioni che sono avvenute a partire dagli inizi degli anni ’70 del vecchio secolo. Harvey non nega elementi caratteristici nell’arte, cultura, architettura, urbanistica e nel sentire comune di fine secolo, che alludono alla chiusura di una epoca e all’inizio di un’altra - si sia trattato della scelta di far coesistere stili diversi in architettura, del decostruzionismo in filosofia, dei tentativi di fondare un linguaggio collage/montaggio alla Derrida - tuttavia ritiene che questi cambiamenti: “se visti sullo sfondo delle fondamentali regole dell’accumulazione capitalistica sembrano modifiche superficiali piuttosto che segni indicanti la nascita di una società postcapitalista, o addirittura postindustriale del tutto nuova” . Il tragitto di Jameson non è molto diverso come è stato già ricordato in un articolo di Rabissi apparso su questa rivista. Originariamente critico letterario Jameson ha approfondito il pensiero marxista e lo ha applicato allo studio delle correnti estetiche legate al postmodernismo. L’interesse di Jameson per le forme letterarie e artistiche del postmodernismo hanno fatto pensare all’inizio che egli si fosse identificato con esse e le avesse considerate l’approdo conclusivo della modernità e il segno di un cambio d’epoca, ma nella prefazione del 2007 all’edizione italiana del suo “Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo” spiega: “La confusione fu generata fin da principio dal mio titolo che non rispecchiava a sufficienza la distinzione che vorrei fare oggi tra postmodernismo in quanto stile (che sia dell’architettura, della filosofia, della pittura, della musica o di qualsiasi altra cosa) e postmodernità come specifico periodo storico. Uno degli obiettivi centrali di questo libro era in effetti sostenere che la postmodernità costituisce la terza fase del capitalismo, separata da una frattura radicale rispetto al periodo precedente della modernità (quella che Lenin denominava fase dell’imperialismo). Stando così le cose, malgrado sia plausibile parlare di un post-postmodernismo dei vari stili culturali, sarebbe utopico o reazionario evocare qualche cosa come una post-postmodernità. Siamo tuttora profondamente immersi nel capitalismo – nonostante l’11 settembre – ed è probabile che vi resteremo ancora a lungo, per quanti nuovi stili possa generare questa struttura economica” . A conclusioni simili mi sembra arrivi anche Berman alla fine di un lungo, straordinario viaggio attraverso la modernità rappresentata da Baudelaire, Goethe, Marx, Dostoevskij e le espressioni più recenti della creatività artistica simboleggiate dai mutamenti intervenuti nella città di New York negli anni ’60 e ’70. Anche Berman come Jameson sembra attratto dai mutamenti nella cultura e nell’arte avvenuti con la rottura postmodernista quando afferma. “Nel ventesimo secolo…. il processo di modernizzazione si espande sino a comprendere di fatto il mondo intero, e la cultura mondiale del modernismo, in piena evoluzione, ottiene clamorose affermazioni nei campi dell’arte e del pensiero. D’altro canto, però, con l’accrescersi del pubblico moderno, essa si disperde in una moltitudine di frammenti, che parlano lingue incommensurabili e intransitive. In conseguenza di tutto ciò, ci troviamo oggi in un’età moderna che ha perso ogni contatto con le radici della sua stessa modernità” . Ma poche pagine dopo, questo concetto viene, per così dire, raddrizzato e chiarito. “La tesi sostenuta in questo libro è proprio che il modernismo del passato può ridarci il senso delle nostre radici moderne, radici che risalgono a duecento anni addietro. Queste possono aiutarci a collegare le nostre vite a quelle di milioni di persone che stanno vivendo il trauma della modernizzazione a migliaia di chilometri di distanza, in società radicalmente diverse dalla nostra..” . L’invito di Berman in altre parole è quello di saper vivere le contraddizioni del periodo attuale nello stesso modo (lo spiega diffusamente in altre parti del suo libro) in cui Marx visse quelle del suo tempo: sapendo esaminare i guasti provocati dal capitalismo nelle sue reiterate convulsioni ma anche riuscendo a scorgere le potenzialità che ne sprigionano. Il postmodernismo come pensiero dell’indecifrabilità e molteplicità dell’indistinto non fa altro che ottundere queste facoltà annegandole in una notte dove tutte le vacche sono nere e tutti i gatti bigi.

Prima di concludere vorrei ritornare brevemente su Harvey perché sono dell’opinione che all’interno del gruppo abbia una posizione di centrale importanza. Il suo “The condition of Postmoderrnity” del 1990, che è stato giudicato da molti come uno dei più importanti libri scritti negli ultimi decenni, si fonda su due concetti base. In primo luogo viene definito il contorno del mutamento profondo avvenuto nell’assetto sociale ed economico alla fine del secolo, che Harvey identifica nella contrazione dello spazio e del tempo (quello che egli chiama il fix spazio-temporale). Come le ferrovie, il telegrafo, l’elettricità, in passato, hanno completamente riorganizzato il sistema produttivo industriale e la divisione internazionale del lavoro, nonché, più in generale, il modello urbanistico e le forme della socialità, così il ciclo più recente delle innovazioni, (informatica, automazione, rivoluzione del sistema dei trasporti) ha mutato la scala su cui l’attività economica e sociale è articolata. Mi sembra che il concetto di contrazione spazio-temporale costituisca la cornice teorica entro la quale i processi di globalizzazione trovano una adeguata interpretazione. Il secondo assunto sul quale si basa la riflessione di Harvey è quello di postfordismo che certo non è nuovo ma che è stato posto da lui nella giusta luce e importanza. Il postfordismo, in cui conoscenza, creatività e adattabilità assumono un ruolo centrale, mi sembra (benché ancora insoddisfacente come definizione) un fenomeno tangibile, verificabile empiricamente dalla sociologia economica e del lavoro, che coglie tutta l’importanza della svolta nel modello di accumulazione e nelle forme di organizzazione produttiva. Harvey è ritornato su queste sue analisi in opere successive come “La guerra perpetua” del 2003. Questo libro è stato considerato anche un’alternativa polemica a “Impero” di Toni Negri e Michael Hardt che era stato pubblicato nel 2000. L’idea di un impero sovranazionale astratto e indefinibile nelle sue dinamiche e nelle sue tensioni interne come quella proposta da Negri e Hardt in effetti apparve del tutto fuori tempo e luogo quando nel 2003 iniziò l’invasione anglo americana dell’Irak. Il libro di Harvey sembrò allora riportare la storia con i piedi per terra . Infine va ricordata la recente pubblicazione in Italia di “Introduzione al Capitale” che raccoglie 12 lezioni tenute da Harvey sul primo libro de “Il Capitale” alla City University di NewYork. In queste lezioni, che dimostrano la grande cultura dell’autore, il suo senso della concretezza e le sue straordinarie doti di docente, Harvey ha modo di ritornare sul concetto a lui caro di globalizzazione ricordando che la stessa riflessione di Marx ha avuto inizio dalla dilatazione inusitata del mercato avvenuta al suo tempo con l’avvento della ferrovia, dei battelli a vapore e del telegrafo: “ Egli capì subito che il valore non si determina nel cortile di casa nostra né nel contesto dell’economia nazionale ma deriva dagli scambi di merci che avvengono in tutto il mondo” .

Ora come ora credo si possa dire che il marxismo utilizzato in modo creativo dagli autori che abbiamo ricordato abbia fornito gli strumenti più adatti di cui si possa disporre attualmente per comprendere le grandi trasformazioni che le nostre generazioni stanno vivendo e quelle che presumibilmente ci aspettano per il prossimo futuro. Penso si possa affermare che nozioni come globalizzazione, postfordismo, nuove dimensioni spazio temporali si siano affermate nel dibattito pubblico e nelle discipline storico sociali come strumenti essenziali di indagine che per il momento difficilmente possano essere messi in discussione. Viceversa ho l’impressione che il pensiero postmodernista con le sue derive più marcatamente relativistiche (per non parlare di quelle teo-con) abbia percorso assai meno strada e abbia dimostrato negli anni la sua inadeguatezza come strumento di lettura del mutamento in atto. Certo il termine postmoderno è entrato anch’esso nell’uso corrente, tuttavia si limita ormai alla descrizione dei fenomeni legati all’arte e all’estetica e ha perso terreno come strumento di interpretazione del cambiamento sociale. Credo anche che le teorie del postmodernismo siano state viziate sin dall’inizio da un superbo occidentalismo, da una imperiale autosufficienza della vecchia cultura euroamericana. I processi culturali e le dinamiche sociali più innovative si spostano oggi con grande velocità attraverso il pianeta e dimostrano di avere assai più di un unico centro focale. Il pensiero latamente marxista invece ha saputo cogliere anche questa nuova dimensione dimostrando di poter offrire strumenti più raffinati ed efficaci per ragionare sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo.