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Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Mercoledì 18 Febbraio 2015 10:18

di Franco Romanò

La dimensione antropologica e sociale è l'alveo in cui l'individuo viene al mondo. Porre la cura come paradigma al centro della riflessione politica ed economica, significa rovesciare le priorità e i falsi valori della società patriacale e capitalistica in tutte le sue forme.

Human beings are born in an anthropological and social environment. To consider the care as a paradigm to be put at the basis of political and economical analysis, means to overcome the priorities and the false values of the patriarchal and capitalist society in all of its historical settings.About care.

Die Menschen in einem  gesellschaftigen Milieu goboren werden. In diesem Werk,  Die Fürsorge eine Grundlage der politischer und oekonomischer Analyse erwogen wirdst, weil sie die Prioritäte der kapitalistischer und patriarchalischer Gemeinschaft stürzt.Um die Fürsorge.

 

La cura, per le autrici del manifesto Cosa accade se l'Europa si prende cura,[1] riguarda ogni aspetto della vita, perché la dinamica intrinseca del turbo capitalismo distrugge il tessuto sociale. In termini di teoria marxiana, la resistenza di classe dei capitalisti (come scrive Paolo Rabissi) alla caduta tendenziale del saggio di profitto si manifesta scaricando all'esterno del processo produttivo tutti i costi, togliendo al tempo medesimo allo stato gli

strumenti per gli ammortizzatori sociali. La cura diventa quindi una forma di resistenza, a valle dei processi di distruzione del sociale, sui quali, almeno per il momento, non si riesce a intervenire a monte, perché questo  implica una capacità e una volontà di prendere decisioni di carattere macropolitico ed economico, lontani dai parametri neoliberisti. Tale prospettiva non sembra all'orizzonte immediato, sebbene qualcosa cominci a muoversi. Tuttavia, tale contingenza può essere l'occasione per ripensare i modi in cui si riconoscono e si aggregano i soggetti colpiti, costituendo reti solidali che siano momenti di lotta ma anche di ricostruzione delle relazioni; solo facendo questo si potrà di nuovo intervenire nei processi a monte della desertificazione sociale in un modo diverso da quello che la tradizione ci offre.

Questo aspetto comunitario e solidaristico è documentato in particolare da Silvia Federici, che offre nei suoi libri e in una recente intervista una panoramica planetaria di queste lotte e forme di resistenza che combinano in modi diversi conflitto e ricostruzione di socialità positive.[2]

Partire dalla cura nel senso sopraddetto significa mettere in atto un rovesciamento di prospettiva, ma anche ritornare a un pezzo importante della storia del movimento operaio delle origini e al tempo medesimo fare un po' i conti con la nostra storia, perché non siamo proprio all'anno zero.

Il movimento operaio ottocentesco non creò per primi i partiti, ma le società di mutuo soccorso, basate sul principio solidale e comunitario che veniva prima dell'organizzazione sindacale e politica in senso stretto, anche perché la desertificazione dei rapporti sociali è alle origini del capitalismo come lo è oggi; del resto, è proprio questa la strada seguita da Syriza in Grecia e molte delle ragioni del suo successo stanno in tale approccio.

Naturalmente il femminismo che pone oggi la cura al centro, non rappresenta un ritorno a quelle fonti ma un cambio di prospettiva e basterebbe la prima frase dell'intervento di Ina Praetorious[3] alla Camera del Lavoro di Milano, a certificarlo.

Tuttavia dovrebbe risuonare come eco anche in chi si è dimenticato di quelle origini in nome di una delega totale alla statualità come accudimento e cura, nella forma dei servizi sociali. Il welfare statale non è finito come pensa qualcuno troppo movimentista, ma esso può essere ridefinito solo a livello di macro aggregazioni (leggi Unione Europea per esempio), ma sarebbe comunque insufficiente perché basato ancora, a livello simbolico e non solo, sull'ipotesi di un lavoratore salariato maschio che può provvedere all'intera famiglia e di uno stato che tramite la fiscalità generale garantisce i servizi essenziali: il mercato del lavoro non è più configurato in questo modo, gli stati nazionali occidentali possiedono meno strumenti di quanti non ne avesse - per esempio -  Roosevelt quando varò il New Deal; ma chi ragiona di welfare spesso lo fa avendo in mente quel modello senza neppure rendersene conto.

Nella mia riflessione parto allora proprio da quanto dice Praetorious in avvio del suo intervento:

“Per quanto ne sappiamo, finora tutti gli esseri umani sono venuti al mondo come poppanti: dal corpo di un essere umano di sesso femminile della generazione precedente. I “nuovi arrivati” possono sopravvivere solo se qualcuno/a dà loro ciò di cui hanno bisogno. Di che cosa hanno bisogno? Di protezione, di cibo, vestiti, calore, amore, stimoli, sonno, tranquillità, regole, lingua, morale e di molte altre cose. Tutto questo i nuovi nati lo ricevono come dono, perché non sono in grado di pagarlo. Se cominciamo a ripensare l’economia a partire da questo fondamento – difficilmente contestabile – della conditio humana, allora molte cose cambiano. Perché oggi, nel tempo del fine patriarcato, viviamo ancora con un ordine simbolico che mette al centro il maschio adulto oppure uno pseudo-neutro da lui derivato: il soggetto economico “libero”, colui che partecipa al mercato, il cittadino ecc.”

Tale affermazione mette il livello antropologico al primo posto, ma pone anche una questione filosofica su cui apro una breve parentesi, anche personale. La mia distanza dall'antropologia di Rousseau data da molti decenni, ma sono contento di leggere un incipit come questo della Praetorious che mi conforta nella mia scelta di respingere   l'approccio roussoviano quando lessi nel Contratto sociale la frase più famosa pronunciata dal Nostro e cioè:  “L'uomo è nato libero ma è ovunque in catene.”  La prima cosa che pensai è che il filosofo ginevrino non aveva mai osservato un neonato. Si può immaginare che l'uomo nasca libero solo pensandolo (come dice anche Praetorious fra le righe) già adulto e quindi a un livello di astrazione che prescinde totalmente dai processi relazionali che ne garantiscono la crescita. Nel chiudere la parentesi e tornare a Praetorious, direi che - parafrasando  e rovesciando Rousseau - si potrebbe dire: l'essere umano nasce dipendente e può intraprendere un percorso di liberazione; peraltro era questa l'antropologia di Marx.

Aggiungerei qualcosa di più: la specie umana è fra le più immature alla nascita, rispetto a tutte le altre, comprese le scimmie antropomorfe e questo ancor di più pone la questione della relazione come basilare. Vi è in questo passaggio di Praetorious una profonda critica alle radici filosofiche del pensiero unico e patriarcale e alla sua antropologia, ben riassunta - nelle sue sintesi più recenti - dalla famosa frase di Margaret Thatcher: “la società non esiste, esistono solo gli individui”, ma che trova in Locke, Hume, Smith e Malthus i suoi profeti. È vero esattamente il contrario: è l'individuo che non può esistere senza la società, o meglio ancora senza la cura della relazione, perché è quella che permette a chi viene al mondo di diventare un soggetto adulto e autonomo.

Porre l'aspetto antropologico al primo posto ha una conseguenza immediata: spostare l'attenzione ai processi di riproduzione che sono prima di tutto di riproduzione della vita medesima, da soluzioni di tipo economicista oppure assistenziale, per portarlo al centro come diritto inalienabile. Se questo approccio possa avere anche delle conseguenze rispetto al reddito di cittadinanza lo lascio sullo sfondo perché mi sembra che Praetorious identifichi prima di tutto una sorta di diritto all'essere accolti nel mondo, il riconoscimento di una dotazione necessaria come presupposto sociale all'esistenza dell'individuo. L'orizzonte così delineato non è del tutto estraneo neppure alla società capitalistica, fordista e patriarcale e se ne possono vedere alcune tracce molto evidenti.

Cosa sono gli aiuti e il sostegno sociale alla maternità, nelle diverse formule usate (dal bonus per i figlio che nasce, ad altre misure), se non il riconoscimento indiretto del problema? Sono le soluzioni che non mettono in discussione il modello sociale dominante, anche se alcune di esse nel recente passato, e in qualche caso ancora esistenti, non sono da accantonare del tutto. Mi riferisco a quanto hanno realizzato le socialdemocrazie del nord Europa, per esempio, il modello di stato sociale forse più riuscito e niente  affatto disprezzabile anche da un punto di vista di genere.

Quanto alla situazione italiana la conosciamo. La presenza di un partito cattolico egemone nel dopoguerra, ha orientato in senso assistenziale, familistico e patriarcale tutto il discorso. Le lotte degli anni '60-70, hanno aperto anche da noi una strada diversa, che l'attuale crisi ha messo progressivamente in scacco.

Le obiezioni mosse a Praetorius sono diverse, io affronterò soltanto quelle che ritengono il suo approccio impraticabile, antieconomico, utopico. Ovviamente chi muove queste obiezioni dà per scontato che la politica di austerità, di pagamento del debito e tutta la strumentazione neoliberista siano non solo intoccabili ma qualcosa che sarebbe addirittura naturale. Affrancarsi da questa visione ideologica è il punto di partenza necessario anche se non sufficiente. Il secondo passo è individuare i soggetti ai quali erogare risorse o favorire l'accesso ai servizi.

SOGGETTI E MODI DEL CAMBIAMENTO.

Ina Praetorius non affronta direttamente tutta la problematica dei soggetti del cambiamento, un tema molto presente nelle più recenti dichiarazioni di  Naomi Klein e di Silvia Federici. La prima si pone il problema del chi, mentre la seconda si pone il problema del come.

Cominciamo da Klein che vede questi soggetti: “...nel protagonismo delle popolazioni indigene native e alla loro alleanza con i movimenti sociali metropolitani -, così come quello delle forme stesse della trasformazione, e ai dispositivi istituzionali da attivare – non può qui sfuggire la contraddizione tra il riconoscimento dell’effettualità delle pratiche comuni di alternative locali e il frequente richiamo a indispensabili macro-politiche di programmazione («planning»).”4

Quanto a Silvia Federici, si domanda in che modo:“... forme di riappropriazione sociale che, oltre il pubblico (lo stato), e il privato (la famiglia), sappiano costruire forme di cooperazione sociale e produzione del comune, capaci di andare oltre le dinamiche identitarie e i richiami alla tradizione...”5

Concordo con l'impostazione di Klein con due brevi precisazioni. Fra i movimenti urbani lei non cita la classe operaia tradizionale, sia per una questione di cultura politica, sia perché le lotte operaie degli ultimi venti o trent'anni in occidente (diverso il discorso per la Cina, la Corea del sud l'India e in parte l'America Latina), sono state solo di carattere difensivo, ma non hanno inciso sul cambiamento del modello di sviluppo. Le esperienze più interessanti a questo proposito sono quelle delle fabbriche argentine occupate 6(rare ma presenti anche in Italia come nel caso della Rimaflow e altre ) dove la lotta operaia ha assunto caratteristiche ben diverse dal tradizionale, puntando a una fabbrica che sia luogo di lavoro e al tempo medesimo di aggregazione sociale e culturale. Questo non significa disprezzare una lotta difensiva (tutto quello che resiste alla deriva neoliberista va appoggiato), ma constatare anche che oggi (secondo i dati pubblicati dai quaderni di san Precario 7, il sindacato organizza solo il 90% del 22% della forza lavorativa impiegata o in cerca di occupazione! Ciò significa che anche se la politica sindacale fosse la migliore di questo mondo, il rapporto di forza è del tutto sbilanciato. Naturalmente questo processo ha potuto avanzare anche perché le forze di sinistra e sindacali (in Italia specialmente) hanno rifiutato di tentare, almeno, di organizzare le nuove figure lavorative come i precari, le partite iva, i lavoratori in condizione di semi schiavismo occupati in settori come la logistica o l'agricoltura, in alcuni casi addirittura intervenendo in modo repressivo quando questi soggetti hanno cercato di organizzarsi e scioperare. In Italia, è la politica della sinistra ad avere creato una barriera difficilmente colmabile con il sociale, oltretutto non rendendosi conto che in questo modo padri e madri si trovano in contrasto con i loro figli: sarà un caso che nelle assemblee politiche e sindacali l'età media è ben al di sopra dei quarant'anni? .

Quanto a Federici, la frase citata individua bene il problema che abbiamo di fronte.Quanto all'accenno di Klein alla necessità di azioni di macropolitica a monte, condivido anche questo, precisando ulteriormente, però, che non bisogna sentirsi paralizzati dal circolo vizioso: prima i cambiamenti strutturali perché senza quelli non si può fare nulla, con il risultato di rimanere immobili. Credo che occorra in questo momento una forte dose di sperimentazione, di correre il rischio di fare e poi riflettere sul fare. 

Credo che alcune esperienze dei paesi del sud del mondo, citati da Federici medesima, possano essere utili anche da noi, compreso il piccolo prestito. Ciò che conta è erogare direttamente ai soggetti organizzati, con poche mediazioni. Alcune proposte sono molto semplici, addirittura un'estensione di quanto già esiste e che richiede di essere organizzato in modo leggermente diverso. Mi riferisco all'otto  e al cinque per mille. Anche limitandosi al monte fiscale attualmente esistente, che andrebbe peraltro quantificato e possibilmente aumentato, l'allargamento ad altri soggetti della possibilità di accedere ai fondi (specialmente per quanto riguarda l'otto per mille), è una rivendicazione immediata. Fra l'altro questo è un terreno su cui andare a uno scontro con il Vaticano e di contestazione del Concordato, fuori dalle logiche iper laiciste e irritanti dei radicali. Il Concordato limita l'accesso all'otto per mille alle sole fedi religiose  riconosciute, ma specialmente esclude le associazioni laiche di cooperazione. Il cinque per mille, è stato il correttivo introdotto per riequilibrare un po' questo autentico sopruso (per non parlare delle agevolazioni fiscali di cui godono le organizzazioni cattoliche), ma viene erogato a pioggia, cioè con un criterio diametralmente opposto a quello seguito per l'otto per mille e quindi solo dispersivo. A questo proposito un terreno unificante fra mondi che sembrano ancora distanti fra noi, è proprio quello dei diritti negati e dell'autogestione di pratiche di solidarietà. Penso che un film come Pride, dovrebbe essere proiettato e discusso in tutte le sedi sindacali e politiche e anche in tutti i circoli LGBT.

Seconda questione, sempre riguardo al come. Il denaro non è sempre la componente fondamentale per realizzare momenti di autogestione della cura, nella forma estesa che intendiamo con questa parola: il secondo elemento decisivo è lo spazio. La maggioranza degli esempi indicati da Federici parlano di lotte per l'occupazione di spazi, o di forme di dialettica con le istituzioni che partono in ogni caso da soggetti che, per usare un vecchio ma utilissimo slogan, praticano l'obiettivo e poi trattano. Partire dal basso significa anche liberarsi dal cretinismo legalitario che ha ormai espunto il conflitto dal proprio orizzonte; anche da quello sindacale. Che fine hanno fatto le promesse di Landini (di Camusso non parlo perché lo sciopero generale non lo voleva neppure e lo ha soltanto subito), che il 12 dicembre scorso sarebbe stato l'inizio di un lungo percorso di lotte e di vertenze?

LE PAROLE E LE COSE.

Nel dibattito che si è tenuto alla Camera del lavoro di Milano, con la presenza di Ina Praetorious, il termine cura ha suscitato qualche critica, perché nella lingua italiana si presta ad assumere valenze assistenziali che affondano le radici sia nel cattolicesimo nostrano, sia nel familismo (più o meno amorale) che costituisce una buona parte del nostro sistema di welfare, a parte la parentesi felice degli anni '70. Tutto questo ha un fondamento, anche se mi infastidisce il ricorso in ogni circostanza a termini inglesi. Non ne faccio solo una questione di difesa della lingua, anche se è un aspetto che non va sottovalutato e proprio il femminismo ci ha detto quanto sia importante il linguaggio. Tanto meno, ritengo che si debba legare tropo strettamente questioni linguistiche con assetti geopolitici: se crollasse domani l'impero anglo-americano continueremmo a usare l'inglese come lingua veicolare per molto tempo ancora, come accadde al latino dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Tuttavia, non sempre l'inglese risolve il problema e in questo caso l'uso della parola care, ha due contro indicazioni molto forti. L'assonanza con la parola italiana è così forte da sembrare persino un errore di scrittura; in secondo luogo, essa richiede una spiegazione perché la sua traduzione oscilla fra l'italiano m'importa o a me importa, e  un concetto responsabilità declinato nell'accezione protestante del termine. Dovendo spiegare così tanto è meglio farlo direttamente con la parola italiana, chiarendo che essa viene usata in senso estensivo e non familistico e patriarcale (cura della relazione, della casa, dell'ambiente, della terra ecc.)


[1] Il Manifesto Se l’Europa si prende cura è stato lanciato da Bia Sarasini e dal gruppo di donne del mercoledì di Roma durante la scorsa campagna elettorale de L’Altra Europa con Tsipras. parallelamente al manifesto si è tenuto sempre a Roma un convegno sullo stesso argomento

[2] Silvia Federici è femminista studiosa dei movimenti. Le citazione sono tratte da Il comune della riproduzione: intervista a Silvia Federici di Anna Curcio e Cristina Morini. Il riferimento è anche a un articolo pubblicazto su “The Commoner” , all’interno del Team Colors Collective. Della stessa autrice: Donne, Globalizzazione e il Movimento Internazionale delle Donne.

[3] Ina Praetorious è teologa protestante svizzera ed economista. Ha lanciato la campagna per L’iniziativa popolare per un reddito di base incondizionato. Le citazioni e i riferimenti contenuto nell'articolo si ripferiscono al suo intervento in Agorà del Lavoro di Milano, 27 gennaio 2014 e alla successiva discussione coordinata da Giordana Masotto.

[4] Naomi Klein: This changes everything. Capitalism vs. the climate uscito il 16 settembre scorso per Simon & Schuster negli Stati Uniti e per Allen Lane in Gran Bretagna. Nell'articolo si fa riferimento anche alla recensione dal titolo Se cambia il clima tutto può cambiare uscita sul quotidiano Il Manifesto, a cura di Beppe Caccia.

[5] Intervista a Silvia Federici del 07 / 10 / 2011 a cura di Anna Curcio e Cristina Morini.

[6] Aldo Marchetti, numero 7 di OL

[7] Questo dato è stato fornito da Marco Fumagalli durante un seminario di formazione di ALBA, tenutosi a Milano nel 2013 presso il Municipio dei beni comuni di Viale Arbe. Vedi anche Quaderni di san Precario on line.