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L'inchiesta di ricercatori e studenti cinesi sulla Foxconn la più grande azienda del mondo nel settore dell'elettronica PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Giovedì 28 Gennaio 2016 14:03

di Paolo Rabissi

La coraggiosa inchiesta di un gruppo di ricercatori cinesi rivela il regime di sfruttamento della più grande azienda elettronica del mondo, le forme di rifiuto, i suicidi e la resistenza opposta dalle maestranze in un paese privato di tutti i diritti per noi fondamentali.

The fearless survey written by a groups of chinese reserchers reveals the regime of exploitation of workers in the biggest electonmic farm in thje world and the different forms of rejection, the suicides, and the resistence opposed by the workers, in a country lacking of rights that we consider as fundamental.

Nella fabbrica globale, vite al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn, ombre corte / culture, 2014, è il risultato di una ricerca svolta sul campo da ricercatori studenti cinesi dentro e intorno alla Foxconn, la più grande azienda terzista del mondo nel settore dell’elettronica (per i principali marchi come Apple, Ibm, Hewlett & Packard, Nokia, Samsung) con 1,3 milioni di occupate/i, di cui un milione in Cina e gli altri sparsi sul pianeta, perlopiù giovanissime/i che abbandonano la fabbrica appena possono. Non a caso l’inchiesta ha preso le mosse dalla catena di suicidi del 2010 (tra il gennaio 2010 e la fine del 2011 si sono buttati dai piani alti dei dormitori ventiquattro operai di cui sette donne). Il volume rivela le condizioni di lavoro nelle numerose fabbriche dell’impresa e dunque anzitutto documenta e informa ma si fa da subito anche discorso critico: parte dalla Foxconn e dai suoi specifici modelli di produzione (taylorismo, fordismo e toyotismo messi insieme) nonché dalla resistenza opposta per sottrarsi alle sue forme più opprimenti ma coinvolge nella denuncia l’intero sistema capitalistico mondiale di produzione delle merci. Il regime di produzione altamente dispotico, il sistema di lavoro dei dormitori, lo sfruttamento della manodopera studentesca, i trucchi per evitare il riconoscimento delle malattie professionali e degli incidenti sul lavoro,  le forme di resistenza e le lotte senza sindacato sono i temi della ricerca. Il sottotitolo del libro ci avvisa: in esso si parla anzitutto di ‘vite al lavoro’, un’espressione che è molto chiara anche a noi in Occidente. Qui nella fabbrica cinese però la vita delle relazioni, degli affetti e degli interessi non legati alla produzione viene in pratica svelta dal corpo e dalle menti in maniera più rozza, diretta e efficace e basti qui l’esempio che ci sembra particolarmente significativo dell’organizzazione dei dormitori attigui alle fabbriche. Per questo riportiamo dal libro qualche pagina tratta dal capitolo secondo - “Il regime di produzione della Foxconn” - nel quale gli autori descrivono la vita interna alla macchina Foxconn, le condizioni di lavoro, il sistema di norme, controlli, disciplina, punizione e umiliazione che vuole garantirsi obbedienza e sottomissione.

I luccicanti dispositivi che i nostri nipotini maneggiano con gioia e disinvoltura da una parte e la grande quantità di merci che arriva in Occidente a basso costo sottendono un mondo di sfruttamento ai limiti del sostenibile che spiega la crescita impressionante della potenza industriale, e non solo, della Cina. Sui caratteri di questo sviluppo dentro l’evoluzione storica del comunismo cinese si sofferma la prefazione al libro di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto, di essa pubblichiamo in coda un amplio stralcio.

La coraggiosa denuncia dei giovani ricercatori fa luce su un mondo concentrazionario ai limiti della schiavitù (li/le chiama iSlaves Ralf Ruckus, curatore dell’edizione tedesca del libro, gli operai e le operaie dell'azienda) inimmaginabile nemmeno nell’Europa della prima rivoluzione industriale. Qui la vita è senza respiro, operai e operaie maturano alla svelta la coscienza dello scarto tra le promesse tanto magnificate quanto bugiarde e la realtà e fuggono via appena riescono a superare le difficoltà incredibili che le autorità interne alla fabbrica oppongono. Del resto il turn over è garantito all’azienda da una disponibilità pressoché illimitata dei milioni di migranti dalle campagne (Gambino-Sacchetto nelle pagine della prefazione qui riportate  stimano 250 milioni negli ultimi venticinque anni) nelle quali peraltro difficilmente è possibile una ricollocazione tanto la vita è stata qui altrimenti desertificata.  Gambino-Sacchetto medesimi peraltro hanno curato nel 2015 per Jaca Book il libro Morire per un iPhone, una ricerca di Pun Ngai, Jenny Chan, Mark Selden in cui viene messo a fuoco il legame tra la committente Apple, uno dei più grandi marchi dell'elettronica e la Foxconn, nonché le lotte e le vite dei/le giovani operai/e. Se ne può òeggere una recensione sul Manifesto a questo link http://ilmanifesto.info/latelier-infernale-degli-smartphone/

CAPITOLO SECONDO

Il regime di produzione della Foxconn

di Deng Yunxue, Jin Schuheng e Pun Ngai

Il dormitorio come prolungamento della catena di montaggio .

Il sistema di lavoro dei dormitori si distingue principalmente dal fatto che i dormitori e le officine vengono diretti in modo simile. I dormitori sono il prolungamento delle catene di montaggio. In realtà per gli operai i dormitori dovrebbero essere uno spazio per vivere ma sono insopportabili come dei campi di prigionia. La severa gestione comincia con il check-in nel dormitorio mediante tessera magnetica. Se si dimentica la tessera o se si prova con una tessera altrui, non si entra. Un’operaia di una fabbrica a Tientsin ha riferito: “Una volta un’amica del mio villaggio aveva dimenticato la tessera aziendale e usava nel dormitorio quella di un altro. Gli addetti alla sicurezza se ne sono accorti e le hanno dato una lezione”. Se non si effettua il check-in con la tessera si può perdere il diritto di accesso al dormitorio. Un operaio a Langfang afferma:

Se vuoi entrare nel dormitorio, devi sempre fare il check-in con la tessera aziendale. Se non fai il check-in per tre giorni di fila, si parte dal presupposto che tu per tre notti non abbia dormito lì. Di conseguenza rischi di perdere il tuo letto nel dormitorio e non puoi più abitare lì. Allora devi prendere in affitto una stanza fuori.

Il rigido sistema di controllo degli accessi impedisce il contatto tra operai di diversi dormitori. Se si vuole raggiungere un altro dormitorio bisogna farsi registrare con la propria tessera aziendale. Ma già solo la registrazione può comportare delle noie. Un’operaia del complesso di fabbriche a Taiyuan racconta:

 

Una volta durante il mio tempo libero volevo andare a trovare una mia amica nel suo dormitorio. La guardia all’ingresso mi ha guardato male. Mi ha chiesto la mia tessera aziendale per effettuare la registrazione. Temevo che una registrazione potesse fare una cattiva impressione o comportare addirittura un richiamo. Io mi sono rifiutata, al che egli è andato a chiamare il caposquadra.

Le zone dei dormitori sono isolate e vengono amministrate separatamente. Xiao, operaia a Taiyuan, spiega:

Tra gli edifici dei dormitori ci sono delle distinzioni rigide. Ogni stabile ha un colore diverso. Lo stabile B è rosso, lo stabile C giallo. Non si può andare avanti e indietro da uno stabile all’altro. Quelli dei dormitori dello stabile B quindi non possono semplicemente andare nei dormitori dello stabile C. Le visite non sono permesse. Come negli stabilimenti produttivi, tutti gli ingressi sono sorvegliati. Dappertutto ci sono gli addetti alla sicurezza che ti controllano. Anche se i nostri dormitori sono uno accanto all’altro, è difficile incontrarsi o mantenere i contatti con gli amici.

“Servizio di lavanderia” obbligatorio

A operaie e operai nei dormitori viene offerto un servizio di lavanderia. Si chiama “servizio” ma in realtà è obbligatorio. Se gli operai fanno il bucato per conto loro vengono puniti. Un’operaia del complesso di fabbriche di Taijruan afferma:

Il servizio di lavanderia aziendale funziona così: se lavi i panni per conto tuo e vieni scoperta, devi svolgere in casi lievi tre giorni di servizio volontario, in casi gravi sette giorni. Il servizio volontario significa il più delle volte che devi lavare i pavimenti. Inoltre è facile che ti vengano sottratti i vestiti. Se vuoi lavare i panni da sola devi aspettare fino alle 19 di sera quando l’amministrazione del dormitorio stacca. Subito dopo puoi fare in fretta il bucato e, quando più tardi viene spenta la luce, stendi i panni nella stanza del dormitorio. Quando la mattina si fa giorno li togli dal filo.

Alcune operaie di Shenzhen-Longhua ridevano affermando ironicamente: Il nostro bucato non vede mai la luce del sole. Perché gli operai non vogliono avvalersi di questo “servizio”, fatto apparentemente con le migliori intenzioni? Hong, operaia a Shenzhen-Longhua, afferma al riguardo:

L’azienda dice che se tutti si occupassero dei propri panni, ognuno laverebbe due o tre cose. Alcune donne vorrebbero sempre abiti puliti e consumerebbero due o tre secchi d’acqua. Sarebbe uno spreco di acqua e di energia elettrica. Per risparmiare denaro, si incarica quindi una lavanderia. Molti operai non vogliono consegnare alla ditta i loro vestiti buoni. Io avevo consegnato i miei pantaloni nuovi per essere lavati, ma mi sono stati restituiti tutti scoloriti.

Dopo aver lavorato per un certo periodo nella fabbrica a Longhua, Hong era diventata più coraggiosa e aveva iniziato a lavare i suoi panni di nascosto: Loro mettono insieme i panni di tutti per il lavaggio, non è igienico. Forse qualcuno ha una malattia contagiosa o una malattia della pelle. Inoltre gli indumenti non si puliscono.

Il servizio volontario

Lin aveva vissuto in un dormitorio nel complesso di fabbriche di Shenzhen-Guanlan prima che lo incontrassimo. Non vedeva l’ora di esporci le sue rimostranze:

La Foxconn non si preoccupa di quanto siano sfiniti gli operai dopo il già eccessivo carico di lavoro. L’azienda pretende anche che svolgano dei compiti volontari nel dormitorio. Chi non li fa può essere buttato fuori. Ero appena arrivato alla Foxconn e vivevo nel dormitorio della fabbrica. Veniva preteso da tutti di farsi carico del servizio volontario. Una volta il direttore Gou ha detto che bisogna lavorare prima di godere di diritti. Dovevamo svolgere il servizio volontario due volte al mese, altrimenti dovevamo andarcene. Il servizio volontario consisteva nel fare le pulizie negli edifici dormitorio. Le incombenze più sgradevoli erano il portare delle cose avanti e indietro e pulire i gabinetti. Dopo aver vissuto lì per sei mesi e aver marinato spesso il servizio volontario, sono stato assegnato alla pulizia dei bagni. È stato terribile. Ho dato la disdetta all’amministrazione del dormitorio e me ne sono andato. Da allora abito fuori dalla fabbrica.

Operaie e operai del turno di notte dormono di giorno, però vengono comunque chiamati dall’amministrazione del dormitorio per le pulizie. Chi non vi adempie può essere punito. Un’operaia racconta: Chi fa il turno di notte, verso le 11 e le 12 dorme, ma l’amministrazione del dormitorio può svegliarti e farti fare le pulizie, anche se il dormitorio non è per niente sporco. È veramente snervante perché fai comunque già fatica a riposarti di giorno. Se non puliscono, li attendono ulteriori punizioni. Gli operai temono più di tutto di dover, per punizione, pulire i gabinetti.

La sorveglianza dei dormitori

Nei dormitori la Foxconn occupa del personale di sicurezza e di controllo che sorveglia gli operai. Un operaio di Guanlan afferma:

Nei dormitori non si può giocare a carte, non si possono bere alcolici e non si può fumare. I controlli vengono eseguiti agli orari più disparati. Una volta mi hanno beccato a fumare nel dormitorio. Mi sono scusato ripetutamente e ho detto che non sarebbe più successo. Solo quando se ne sono andati mi sono riacceso la sigaretta. Non si deve attaccare briga con i controllori o farli arrabbiare perché altrimenti si vendicano. Nei dormitori c’è anche una guardia a ogni piano ma molte di loro vengono come me dallo Henan e di solito non prestano troppa attenzione. I controllori sono fatti di un’altra pasta! Una volta sono arrivati poco prima di mezzanotte e hanno bussato alla mia porta.

Vigilanti e controllori vengono impiegati per ampliare il controllo dei dipendenti dalla fabbrica a ogni piano del dormitorio, a ogni stanza e a ogni singolo operaio.


La vita nella fabbrica

Tempo di riposo

Le interviste hanno messo in luce che operaie e operai hanno in media 4,12 giorni liberi al mese. Il 72 per cento di loro ottiene fino a quattro giorni liberi al mese e quindi possono contare solo su un giorno libero alla settimana. Prima dell’ondata di suicidi nel giugno del 2010, molti avevano addirittura solo da uno a due giorni liberi al mese. Xiong, operaia nel complesso di fabbriche Hangzhou, afferma:

Normalmente lavoriamo dieci ore al giorno. A metà del turno abbiamo un’ora di pausa pranzo. Ogni giorno dobbiamo essere qui già prima dell’inizio del lavoro e alla fine c’è anche il prolungamento del turno. Complessivamente sono dodici ore al giorno. Quando torniamo al dormitorio mangiamo, ci laviamo e via di séguito. Così trascorrono altre una o due ore.Se vogliamo dormire ancora otto ore, con più di dieci ore di lavoro non abbiamo quasi nessun tempo libero. Per uscire ci vogliono almeno tre ore, perciò non usciamo quasi mai. Dopo il turno ci rintaniamo nel dormitorio egiochiamo con il cellulare o guardiamo un film.

Un’operaia del complesso di fabbriche Guanlan ci ha raccontato che non c’è tempo per la tranquillità, il riposo e il divertimento: Ci sono strutture per il tempo libero nella fabbrica; però non abbiamo tempo per andarci. Con un solo giorno libero alla settimana non resta molto tempo per il divertimento.

La mensa

Ogni mese la Foxconn garantisce agli operai un’indennità alimentare per ventidue giorni. I soldi vengono caricati su tessere e devono essere consumati nel mese corrispondente; non si possono quindi mettere da parte. Per otto o nove giorni al mese gli operai devono provvedere da soli al vitto. Xin, un’operaia nel complesso di fabbriche a Tientsin, racconta: L’azienda ci dà come indennità alimentare 2 yuan (€ 0,21) la mattina, 6 yuan (€ 0,65) sia a mezzogiorno sia la sera, in tutto fanno 14 yuan (€ 1,51) al giorno. Se nel mese corrente non la consumiamo, questa indennità viene cancellata (2). Jiang, che come operaia di produzione nella fabbrica a Wuhan produceva i telai dei computer da tavolo per la Hewlett-Packard, afferma:

Il pasto solitamente consiste in un piatto di carne con un contorno di verdure. Le verdure consistono il più delle volte in rafano e cavolo. Qui tutti dicono: la Foxconn ci tratta come conigli! Una volta mi sono lamentata del cibo immangiabile ma un operaio occupato qui da molto tempo mi disse: “Dimentica il sapore. Non mangi per mangiare, ma per riempire il tuo stomaco”.

Alcuni operai si portano il vitto da casa, tanto più che il cibo nella mensa aziendale la notte ha un gusto ancora peggiore che di giorno. Un’operaia di Shenzhen-Guanlan racconta:

Il peggioramento dipende dal fatto che la notte distribuiscono il cibo che è avanzato dal giorno. Talvolta, dopo mangiato, le persone hanno la diarrea. Anch’io ho spesso la diarrea a causa di problemi di digestione per i quali non dovrei mangiare proprio questa roba. Non mi resta altro che mangiare pane e bere latte.

Tempo libero

Le strutture più popolari per il tempo libero alla Foxconn e nei dintorni sono gli internet-café. Gli operai ci vanno spesso. Amano chattare e giocare. Un operaio della fabbrica a Wuhan afferma: Quando vado in Internet chatto, guardo serie tv e film, oppure gioco. Molti colleghi hanno cellulari dove possono loggarsi a QQ per chattare (QQ è il più popolare programma di messaggistica istantanea in Cina. Il programma ha sviluppato inoltre applicazioni quali i giochi online). Usano i cellulari anche per vedere se ci sono delle novità e cose così.

Un responsabile di linea della fabbrica a Longhua racconta: “Normalmente non c’è niente di interessante. Prima andavo in Internet. A volte cercavo gente su QQ e poi mi mettevo a chattare con estranei. Lì ho chiacchierato di tutto con la gente. Adesso la trovo una cosa insensata”. La maggior parte degli operai è esausto dopo il lungo lavoro. Trascina il proprio corpo stanco fuori dal capannone della fabbrica e passa davanti alla piscina, ai campi da tennis e alla biblioteca ma, anche volendo, non ha più la forza per accorgersi di queste offerte.

A Liang, da due anni operaio nella fabbrica a Shenzhen—Guanlan, piace giocare a basket, però non frequenta quasi per niente i campi da basket nell’area della fabbrica:

Un pomeriggio, dopo il lavoro, stavamo giocando sul campo da basket nell’area della fabbrica. Il responsabile di linea ci ha visto e quando, più tardi sono tornato al lavoro mi ha chiesto spiegazioni. Disse: ‘Non è permesso giocare a basket a mezzogiorno. Potresti farti male e poi dovrebbe risponderne l’azienda.’ Per questo non gioco più nell’area dell’azienda, né durante le pause né nel tempo libero. Le altre strutture per il tempo libero come la piscina non le abbiamo ancore usate. Il lavoro è troppo faticoso e non abbiamo né il tempo né l’energia per tali attività.

Kong lavorava nella fabbrica a Taiyuan:

Davanti ai dormitori ci sono impianti sportivi, ma stanno lì solo come decorazione. Tutte le offerte sono a pagamento, e costano più che all’esterno dell’area della fabbrica. I volani e le racchette bisogna comprarli e un volano costa 2 yuan (€ 0,21). L’internet-café nell’area costa 2 yuan (€ 0,21) all’ora, fuori solo 1,5 yuan (€ 0,16). Qua c’è anche una sala da ballo, ma il corso di ballo costa 500 yuan (€ 54). Per questo la maggior parte ci va solo per guardare. "


PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA

Una nuova palestra della ricerca sociale

di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto

………………………………………….

ll modello produttivo della Foxconn che é qui analizzato al microscopio costituisce senza dubbio il superamento delle forme di organizzazione del lavoro preesistenti, ma al contempo pare esserne la sua continuazione. Taylorisrno, fordismo e toyotismo si condensano alla Foxconn in un sistema che sovrappone la sfera della produzione a quella della riproduzione. Il processo lavorativo incorpora quindi la dimensione dello spazio solitamente riservato alla vita privata. Ma diversamente dal quadro convenzionaIe che di norma ne dà la descrizione, questa messa al lavoro dell’intera vita avviene grazie all’internamento notturno degli operai in dormitori attigui alle fabbriche. La liberazione dal lavoro è una mappa cognitiva che qui non è ancora stata disegnata, mentre le capacità umane, le relazioni e gli affetti sono compressi e ridotti a manifestazioni estemporanee. La violenza insita in tale sistema di lavoro é sostenuta direttamente dallo stato come necessità per il suo sviluppo verso il socialismo con caratteristiche cinesi. Sarebbe comodo leggere tale modello come esclusivamente cinese, quasi esso fosse peculiare solo all’interno dei confini nazionali, avulso dallo sviluppo del capitalismo globale. In realtà, si tratta di tendenze allo sfruttamento che non si sono mai placate a livello internazionale.

Tuttavia se in Asia il capitale internazionale può appoggiarsi a diversi bacini di giovane forza—lavoro per l’industria, le dimensioni di quelli cinesi e il potenziale della loro mobilitazione non hanno uguali in alcun altro Paese. La peculiarità delle migrazioni interne cinesi dello scorso venticinquennio consiste nell’impulso all’esodo dalle campagne di circa 250 milioni di individui, prevalentemente giovani alla ricerca di un’occupazione che essi hanno trovato nelle periferie industriali delle grandi città. Nuove misure politiche ed amministrative hanno in parte preceduto, in parte accompagnato e in parte mancato l’appuntamento con i movimenti migratori. Dotati di una scolarità di almeno nove anni e di un’intensa motivazione a procurarsi un salario, i migranti si sono lasciati alle spalle un’economia agraria generalmente afflitta da scarsi redditi. Dietro di loro rimangono le generazioni anziane delle campagne che sono prive di quel peso politico che pure la demografia e la Costituzione cinese garantirebbero loro sulla carta. Il sistema economico attuale favorisce sia le città, e specialmente le città costiere, sia le imprese statali con i loro manager, sia i funzionari del partito comunista (tra i quali si conta la maggioranza degli imprenditori privati) oltre agli investitori stranieri. I migranti si sono trovati a vivere negli angusti margini consentiti da imprenditori cinesi di ritorno, da investitori e committenti stranieri e da una classe dirigente composta da alti funzionari di partito e imprenditori. Dalla condizione precaria e dal lavoro a ritmi serrati dei migranti nel settore elettronico non sono scaturite — se non episodica—mente — aperte campagne per la rivendicazioni di diritti politici e di migliori condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia nella filigrana di questa apparente apatia si può leggere un disagio profondo e avvertire alcune scosse, nonostante i ristretti spazi che l’attuale situazione permette ai lavoratori migranti. Sono questi spazi di azione che si traducono non solo nella crescente ripulsa delle occupazioni industriali più pesanti da parte delle giovani donne, ma anche nel blocco generale e risoluto della corsa verso il fondo dei salari e delle condizioni di lavoro.

Sono i medesimi spazi che hanno permesso le prime prove di un agire collettivo che non rientra in un modello precostituito di “società armoniosa”[1].

Non è soltanto una storia recente. Gli studi qualificati concordano sul mutevole divario che fin dagli anni Trenta del Novecento ha distinto i comportamenti operai dalla funzione di guida del partito comunista cinese[2]. Dopo 1a presa del potere da parte del partito (1949), la prima prova di una pronunciata divergenza è la decisione della sua dirigenza di liquidare l’autonomia del sindacato. Quando il sindacato finisce per soccombere nel 1953, è già in corso la nazionalizzazione delle imprese private, che genera magri risultati. Il malcontento nei confronti del primo piano quinquennale e la diffidenza nei confronti del sindacato subordinato al partito sfociano in pubbliche critiche ai nuovi assetti durante la campagna dei “Cento fiori” (1956-1957), inducendo le autorità a reprimere l’aperto dissenso che si è ampiamente manifestato. Più intensamente, i comportamenti di fabbrica durante la Rivoluzione culturale testimoniano l’autonomia di movimenti che sono estranei alle due linee ufficiali contrapposte, tradizionalmente chiamate “maoista” e “revisionista”. In tale frangente, mentre gli strati più protetti dei lavoratori dell’industria tutelano le loro garanzie nel posto di lavoro, gli strati sottoposti al lavoro temporaneo e al subappalto rivendicano migliori condizioni, come dimostra l’ondata delle occupazioni di fabbrica del gennaio del 1967, benché il partito comunista diffonda la falsa accusa che i ribelli della rivoluzione culturale sono i sostenitori dei perdenti maoisti.

E’ ancora il partito comunista, guidato da Deng Xiao-ping, che a partire dal settembre del 1980 sopprime il Muro della democrazia, ovvero il pubblico dibattito sull’orientamento politico del Paese e che poi apre la porta agli investimenti diretti stranieri, all’inizio provenienti perlopiù da Taiwan e Hong Kong. La nuova politica di espansione industriale istituisce le Zone economiche speciali e avalla i metodi neo-tayloristici nelle fabbriche. Di fatto vengono eliminati i margini della contrattazione sull’intensificazione dei ritmi di lavoro. Il primo banco di prova è l’apertura (1984) di due Zone economiche speciali nella provincia costiera del Guangdong: taglio dei tempi, addestramento obbligatorio per l’eliminazione di “movimenti inutili” nello svolgimento delle mansioni cronometrate, divieto di parlare, mangiare e bere lungo le linee, potere manageriale di introdurre i cottimi, multe severe per i ritardi al lavoro, licenziamenti in tronco per scarso rendimento[3]. La durezza del nuovo comando manageriale mette fine alle contorsioni degli apologeti del taylorismo che fin dagli anni Sessanta del Novecento ne avevano difeso “l’uso socialista”. La stampa ossequiente degli anni Ottanta presenta come un’innovazione positiva la tendenza invalsa nelle Zone economiche speciali “a spremere quanto più possibile pluslavoro da queste macchine umane”[4].

Quattro diritti nei luoghi di lavoro vengono aboliti nel 1982 con emendamenti costituzionali: libertà di parola, di opinione, di pubblicazione di manifesti, di dibattito aperto, oltre al diritto di proclamare scioperi. Queste restrizioni, benché variamente applicate nelle province, si accompagnano all’allargamento della forbice salariale tra operai e strati superiori dell’industria, all’accentramento delle decisioni di politica aziendale nelle mani della direzione e all’introduzione di incentivi monetizzabili che si riveleranno poi di scarso peso e di breve durata. A queste prime misure seguono quelle, ancora più incisive, della metà degli anni Novanta, quando vengono allargate le maglie che avevano rallentato l’arrivo di operai migranti nelle periferie industriali. Al contempo, con la massiccia privatizzazione di imprese statali sono licenziati circa 30 milioni di lavoratori[5]. In altri termini, una parte significativa degli operai che avevano esperito spazi di libertà e di dibattito all’interno delle imprese statali dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta vengono espulsi e sostituiti con giovani operai privi di esperienze industriali. In tale clima, l’intenso regime lavorativo prevalente nelle Zone economiche speciali si estende alle imprese privatizzate. Si profila il crescente divario del trattamento riservato alle maestranze avvantaggiate delle imprese statali rispetto alle condizioni dei licenziati e dei migranti che devono acconciarsi a bassi salari, scarsa previdenza sociale e instabilità del posto di lavoro. La stridente coesistenza dei due aggregati per un quarto di secolo è diventata ormai fonte di apprensione perfino in coloro che si erano a lungo compiaciuti dell’esperimento di decine di milioni di individui avviati all’industria con scarse o nulle reti di protezione.

La Foxconn è una delle aziende che ha maggiormente beneficiato di questa enorme mobilitazione produttiva, passando dai circa 10 mila dipendenti del 1996 al milione di occupati nel 2013. A questi si aggiungono altri 300 mila dipendenti in altri paesi quali: Brasile, India, Malesia, Messico, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Russia,Taiwan, Turchia, Ungheria. Una sorta di albatri del genere Diomedea con un corpo e una mente ben piantati in Cina e le ali che possono giungere ai quattro angoli della Terra. L’impresa taiwanese è così diventata il terzo datore di lavoro mondiale, dopo Walmart e McDonald’s, producendo come terzista per i principali marchi dell’IT, quali Apple, Ibm, Hewlett & Packard, Nokia, Samsung.

Si tratta di un sistema che nella sua spinta alla valorizzazione produce un veloce turnover lavorativo e che, proprio per questo effetto, necessita di un rifornimento continuo di nuovo lavoro vivo. Quando l’azienda non riesce ad attrarre sufficienti energie fisiche e mentali nel cosiddetto mercato del lavoro, le cerca perfino tra gli studenti degli istituti tecnici. Pur concentrandosi sui luoghi di lavoro, questo libro permette dunque di evidenziare come le istituzioni statali cerchino di strutturare e definire le relazioni lavorative. Se nei prossimi decenni la Cina diventasse la prima potenza a livello mondiale, la notizia del primato indurrebbe forse qualche attardato ammiratore a brindare. In realtà, dietro alla gigantesca trasformazione della Cina sono opportunamente occultate o quantomeno rimosse, dai più, le condizioni di lavoro di milioni di operai migranti che sostengono l’impetuoso sviluppo. Le pagine che seguono vogliono essere il contributo per svelare i costi insostenibili e insopportabili di quel che è diventata la dominante vulgata della via cinese al socialismo. La nuova classe operaia migrante cinese che vive in questi enormi “campus” non è per niente rassegnata a sacrificare silenziosamente la sua vita per abbassare i costi dei consumi occidentali. Le condizioni di lavoro in Cina permettono la produzione di enormi quantità di merci che giungono nei mercati occidentali a basso costo. Quanto più in Occidente si contraggono i salari e le condizioni di vita, tanto più le merci che vi fluiscono dalla Cina o da altri Paesi devono essere fruibili a basso costo. Ma, come gli ultimi due articoli presenti in questo volume evidenziano, i livelli salariali e più in generale le condizioni di lavoro all’interno di alcuni paesi dell’Unione europea potrebbero presto essere ignobilmente competitivi.


[1] Si veda Pun Ngai, Cina la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti, ed. it. a cura di F. Gambino e D. Sacchetto, Jaca Book, Milano 2012. Su importanti

aspetti del disagio come su altri processi di trasformazione della società cinese è indispensabile Angela Pascucci, Potere e società in Cina. Storie di resistenza nella grande trasforma-

zione, Edizioni dell’Asino, Roma 2013.

[2] Jackie Sheehan, Chinese Workers. A New History, Routledge, Londra-New York 1998, sulla base di una ricerca che studia in particolare tale rapporto nel periodo 1949-1994. Sul

movimento dei “Cento fiori” nelle fabbriche cinesi, v. lo studio di Frangois Gipouloux, Les cent ?eurs à l’usine. Agitation ouvrière et crise du modéle Soviétique en Chine, 1956- 1957 ,

Editions de l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris 1986.

[3] Sheehan, Chinese Workers, cit., pp. 99-100.

[4] Anita Chan, The Emerging Patterns of Industrial Relations in China and the Rise of Two New Labor movements, in “China Information”, 9, 4, 1995, pp. 36-59, in particolare p. 48.

[5] Hao Qi, The Labor Share Question in China, in “Montlhy Review”,65,8,2014, pp.  23-35, in particolare pp. 33, 35, n. 22. L’autore si riferisce alla stima della diminuzione del

numero degli occupati nel settore delle imprese statali dal1995 al 2000, secondo i dati del National Statistical Bureau, China Statistic Yearbook 2012.