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Rubriche - Letture e spigolature
Domenica 20 Maggio 2018 07:57

di Adriana Perrotta Rabissi

Comunicare nel modo più ampio possibile con il linguaggio cinematografico la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e dallo sfavillio dei consumi noi, prostrati dalla paura e dalla miseria gli altri, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

To communicate, in the widest possible way, the moral drift that all of us are involved with, using movie language. In the western side of the world we are dazzled by the sparkling of consumption, while others are worn out by fear and poverty. The movies considered in this essay reveal the historical roots of the unhappiness of   billions of people trying to cause better awareness of phenomena that normally one prefers to ignore. Last but not least the movies are opened to new opportunities of resistance and struggle.

Intentamos comunicar, de manera lo más amplia posible, la deriva a la cual están llegando estas nuevas subjetividades, para ello se ha utilizado el lenguaje cinematográfico. En el mundo occidental muchos están deslumbrados/as por los fulgores del consumismo, mientras otros están postrados de miedo y pobreza. Las películas consideradas en este ensayo tratan de descubrir las raíces históricas de la infelicidad de muchas personas en todo el mundo y, favorecer una toma de consciencia de los fenómenos que se pretende ignorar y, abrir así, a posibilidades y perspectivas inéditas de resistencia y lucha.


Conversazione tra una madre in Italia e il figlio professore in una università degli USA, si parla di Loveless, un film, appena visto da entrambi perché la programmazione è stata contemporanea nelle due città di residenza, tristissimo, ma efficace sul tema dell’alienazione dal consumismo, dell’egoismo sociale e dell’apatia etica di molte/i abitanti della Russia attuale.
Il professore commenta il film e dice: sto proprio scrivendo tutto un capitolo del mio libro sull’ideologia dominante dell’ordine capitalista.
La madre: intendi il pensiero unico, l'ordoliberismo, la sussunzione della vita nei processi produttivi, lo sfruttamento delle fasce più povere delle popolazioni?
Il professore: esatto!
La madre: attento, poi finisce che ti espelleranno dagli USA.
Il professore: ma va! In Accademia sono le cose più trendy da dire.

Non so se questo squarcio di colloquio mi ha fatto più ridere o piangere.
Che in un'Accademia, luogo per eccellenza di studio e conoscenza, collocata nel centro di potere del sistema economico sociale ingiusto e rapace, responsabile della deprivazione di dignità e risorse materiali e simboliche di intere popolazioni e/o fasce sociali, ci si interessi dei danni provocati dal sistema su milioni di persone, e magari si tenti di porvi rimedio, potrebbe indurre al riso, quasi uno sberleffo.
Poi ci si rende conto che in realtà il lavoro accademico non sembra modificare di molto la situazione, e questo, oltre a evidenziare la distanza tra ceto intellettuale e la realtà delle condizioni di vita, getta un’ombra sulle possibilità di demolire questo sistema una volta per tutte.
Mentre comunicare nel modo più ampio possibile anche con il linguaggio del cinema la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e noi dallo sfavillio dei consumi, prostrati gli altri/e dalla paura e dalla miseria, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare  apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

Nei sei film, usciti nelle sale italiane quasi contemporaneamente, che io visto nell’arco di un mese, ho rintracciato questo tipo di consapevolezze e di intenzione, inoltre oggi un film raggiunge un pubblico più ampio di un libro o di una rivista accademica.
In ogni film il tema fondamentale è la rovina, frutto di processi del recente passato, sono rappresentate le storie di persone comuni, colte nella quotidianità, le situazioni proposte mostrano le macerie umane, affettive, psicologiche, economiche e sociali provocate dalla sete di potere, dalle inefficienze personali e collettive degli appartenenti alle istituzioni, dagli egoismi individuali e sociali, dalle disuguaglianze in continuo aumento, dalle prevaricazioni dei capi, sia politici, che militari. Per non parlare della cultura individualista diffusa dagli apparati economici per scopi commerciali e da quelli politici per attrarre consenso.
Mi ha colpito la coincidenza che quattro film, due del 2017 e due del 2016, sono usciti in Italia tra marzo e aprile di quest’anno, mentre gli altri due sono usciti uno in gennaio di quest'anno e l' altro a dicembre dello scorso anno.
I registi sono coetanei, nati tra il 1960 e il 1964, tranne uno settantenne; quattro sono europei nati in Russia, Croazia, Scozia, Germani, uno  è israeliano  e uno coreano.
Hanno vinto tutti vari premi in festival e mostre internazionali.

 

 

Nel frattempo precipitano proprio negli ultimi tempi gli eventi nei paesi nei quali si svolgono le storie narrate, mi riferisco alla guerra tra Israele e Palestina, al conflitto in Ucraina, regione nella quale si è appena tenuta una celebrazione per il settantacinquesimo  anniversario delle SS Waffen Galicina, una divisione ucraina incorporata all’interno dell’esercito nazista durante l’ultimo conflitto mondiale; la riconciliazione tra le due Coree, due mondi agli antipodi, in tema di libertà politiche e sociali, diritti, risorse economiche, nei quali gli apparati polizieschi e di Intelligence usano gli stessi mezzi brutali, le stesse strumentalizzazioni mediatiche  verso le persone ritenute a torto o ragione spie, nemici politici, cittadini sospetti, in ragione delle le ferite ancora aperte della guerra recente, che alimentano  desideri di vendetta reciproci.

Non mancano però in quasi tutti i film aperture che fanno sperare in qualche possibilità di cambiamento, affidate a gesti individuali di comprensione e solidarietà umana, con uno sguardo particolare ai giovani e ai/alle bambini/e.
Vanno visti in questa prospettiva le volontarie e i volontari di Loveless, che si organizzano per trovare le persone scomparse e compensano così l'inefficienza e la mancanza di fondi della polizia russa; il giovane poliziotto sudcoreano che sfida i suoi superiori mostrando solidarietà nei confronti del pescatore nordcoreano, umiliato e torturato come sospetta spia; così come il giovane russo per parte di genitori ma ucraino di nascita, che si oppone all'odio tra gli abitanti dell'Ucraina. Allo stesso modo vanno considerate la solidarietà e l'affetto profondo che si instaura tra il professore croato, nutrito di nazionalismo e di odio nei confronti dei Serbi e il poliziotto serbo e sua moglie, un affetto che riesce a superare razzismi, settarismi, rivendicazionismi, rivalse, odi etnici, residuo della situazione dei Balcani, suggellato dalla prospettiva della nascita di un bambino del quale il professore sarà padrino.
Infine resta indimenticabile il gesto della bambina coreana che preferisce abbracciare  il riprendersi il suo vecchio e più volte ricucito orsacchiotto di  peluche piuttosto che il giocattolo  tecnologico che parla e si muove, l’ unico oggetto portato dal padre dalla Corea del Sud.


Loveless, regia di Andrey Zvyagincev, Russia, 2017, uscito nei cinema italiani il 6 Dicembre 2017. Loveless
Il regista-attore è nato in una cittadina della Siberia occidentale nel 1964. gelo è la cifra del film, è rappresentato dal paesaggio dei boschi innevati e ghiacciati delle periferie di Mosca, dai cuori dei due genitori protagonisti, in procinto di divorziare, infastiditi dalla presenza del figlio adolescente, il gelo che si avverte nelle case, sia quelle più modeste, sia quelle lussuose, che sembrano prive di vita.
Il bambino coglie frammenti di un litigio durante il quale i genitori discutono di chi debba occuparsi di lui dopo la separazione, è un bambino introverso, che non è mai stato veramente amato, né dal padre, che se ne è occupato poco, né dalla madre, che si è sposata per sfuggire a sua volta a una madre anafettiva. Nel corso del film si percepisce che è intercorso poco amore tra loro anche agli inizi del rapporto, entrambi sono coinvolti in nuove storie che sembrano copie esatte della loro relazione in disfacimento, quanto a comunicazione e passione.
Il bambino dopo la conversazione dei genitori sparisce, il film racconta la vicenda della sua ricerca, la polizia si dichiara impotente per la mancanza di risorse e di personale e consiglia di rivolgersi a un’Associazione di volontari e volontarie, che si occupano dei casi di sparizione di persone, con impegno e generosità. Il bambino non sarà mai ritrovato e qualche anno dopo i due genitori sono ritratti imprigionati ciascuno in nuove relazioni che ricalcano la precedente, il padre infastidito dal nuovo figlio con la giovane compagna, la madre presa dai suoi esercizi di fitness in una cappa di silenzio e solitudine.
In una scena del film si vede sullo sfondo un telegiornale che dà conto del conflitto in Ucraina, notizia ignorata da tutte e tutti, una tra le tante.
Tutta la fotografia del film è illuminata dai colori lividi di un mondo senza amore.

Foxtrot-La danza del destino, regia di Samuel Maoz, Germania, Francia, Svizzera 2017, uscito nei cinema italiani il 22 Marzo 2018.
Il regista è nato a Tel Aviv nel 1962.
La cifra del film è l’assurdo, l’assurdità di un conflitto ormai incancrenito e che appare insanabile da un lato, una beffa del destno dall’altro, che in qualche modo avverte della disastrosa situazione nella quale si trovano vittime e carnefici.

 

Il film ha un andamento teatrale, nel primo atto la scena è la casa di un architetto israeliano che è informato della morte del figlio soldato durante il servizio di leva, si assiste allo sgomento, alla disperazione dei genitori.
Il secondo atto si svolge in un desolato checkpoint israeliano, in un deserto di sabbia e fango, che costituisce una frontiera tra territorio israeliano e territorio palestinese.
Rarissimi sono gli automezzi che passano, se ne contano tre in tutto il tempo della storia, l’unico a transitare con regolarità è un cammello, che va avanti e indietro.
La baracca di lamiera ondulata nella quale abitano il soldato e i tre suoi compagni è piena di fango, sprofonda ogni giorno di più nel terreno, i ragazzi, che sembrano catapultati in uno spazio-tempo senza senso, cercano di distrarsi chiacchierando, raccontandosi storie di vario genere, consumando le razioni alimentari, misurando quotidianamente il livello di sprofondamento della baracca.
Foxtrot

I momenti più drammatici sono  i controlli di un paio di coppie di anziani palestinesi: armi in pugno i soldati  li fanno scendere, anche sotto la pioggia, controllano i documenti  in Centrale, controllano l’auto. Tutto in silenzio, I visi inquadrati  a lungo degli uomini e delle donne palestinesi esprimono paura, preoccupazione, stress, gli stessi sentimenti che esprimono i visi e gli occhi dei quattro ragazzi durante il controllo.
Una notte si presenta un’auto con due coppie di giovani palestinesi, un po’ alticci, vengono da una festa, il solito controllo con comunicazione dei documenti alla Centrale, qualche sorriso tra il ragazzo protagonista e una delle ragazze, nato per un moto di simpatia reciproca e per il fatto di trovarsi in una situazione sì imbarazzante, per ragioni superiori alle loro stesse volontà. Al momento di ripartire un lembo del vestito della ragazza rimane impigliato nella portiera, quando lei apre la porta per ritirarlo una lattina di birra scivola dall’auto sul terreno, la lattina nel buio è scambiata per una granata, partono contemporaneamente dai quattro mitra spianati le raffiche che annientano i quattro occupanti dell’auto.
I soldati restano tramortiti e disorientati, ma arriverà un ufficiale superiore, nella sua divisa lustra e con i lucidi stivali per rincuorarli, elogiarne il comportamento e soprattutto ordinare loro di non fare cenno alcuno dell’episodio.
L’auto verrà sepolta nella sabbia da un trattore dell’esercito.
L’ultimo atto torna alla scena iniziale, la casa della famiglia del giovane, si ha lo scioglimento della storia, il primo avviso della morte del ragazzo era stato un errore, uno scambio di persona, in seguito al dolore e alla disperazione provata alla falsa notizia il padre ha ottenuto il ritorno immediato a casa del figlio, la jeep militare venuta a prelevarlo, subito dopo l’episodio del massacro involontario, scarta improvvisamente a causa del cammello che si para davanti all’auto e precipita nella scarpata uccidendo il ragazzo e il conducente.
L’assurdo di un conflitto voluto e gestito e da istituzioni politiche e militari che coinvolgono nella disumanità della guerra e nella distruzione popolazioni nel complesso e singole donne e uomini, che non avrebbero motivo di odiarsi in un altro sistema politico e sociale, è controbilanciata dall’assurdità del destino.

The Constitution - Due insolite storie d’amore, regia di Rajko Grlic, Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, 2016, uscito nei cinema italiani 5 Aprile 2018.
Il regista-attore è nato a Zagabria nel 1947.
La cifra del film è la piaga delle ostilità preconcette, residui maligni delle guerre appena combattute tra popolazioni vicine, dei pregiudizi e degli stereotipi negativi nei confronti di chi è diverso per etnia, per orientamento sessuale, per classe, per posizione sociale e culturale, nessuno ne è immune, il colto quanto l’ignorante, il croato quanto il serbo, grande è ancora il distacco tra i principi ispiratori della convivenza espressi dalla Costituzione  croata e la vita reale delle persone.
I due protagonisti del film, uno croato e l’altro serbo sono preda di sentimenti che ottundono l’intelligenza e la sensibilità e impediscono la socialità tra inquilini dello stesso caseggiato..
Solo la testarda volontà di superare le ostilità della moglie del poliziotto serbo, infermiera croata, cambierà la situazione.
Il regista è un settantenne ha vissuto le vicende recenti di quel paese, lasciando odi, divisioni, sentimenti di  vendetta fra le componenti etniche della popolazione
Un professore croato di Storia, imbevuto di orgoglio nazionale, vive una vita triste e desolata, da quando è morto l’unico amore della sua vita, un violoncellista con il quale si sentiva libero e appagato; accudisce il padre, vecchio ustascia incattivito e dispotico, immobilizzato a letto, che disprezza il figlio, poco virile, pur dipendendone completamente.
Il professore è portatore anch’egli di razzismo, odia profondamente i Serbi e detesta gli ebrei e gli omosessuali, unica luce nella sua vita è la passeggiata notturna vestito e truccato perfettamente da donna, l’unico momento in cui si sente libero dal  manto di menzogne quotidiane
In seguito a un’aggressione notturna da parte di omofobi conosce in ospedale un’infermiera che abita nello scantinato del suo palazzo, fino ad allora aveva nutrito sentimenti di disprezzo, per la differenza sociale e culturale, ma soprattutto perché moglie di un poliziotto serbo. Nella progressiva reciproca conoscenza, necessitata dalla solidarietà di fronte ai problemi che stanno vivendo, i tre personaggi riescono a superare le reciproche diffidenze, incomprensioni e  recriminazioni per legarsi in un legame d’affetto e d’aiuto,  che illumina e dà un senso alla vita di tutti e tre.
La colonna sonora è costituita della recita degli articoli della Costituzione che sanciscono le libertà collettive e individuali, il rispetto dei diritti civili dei cittadini, l’uguaglianza di fronte alla legge di tutte le componenti della popolazione, mentre la quotidianità  sembra la negazione dei principi espressi dalla Costituzione, testo che il poliziotto, in quanto serbo, deve conoscere a memoria in vista di un esame da sostenere per restare nel corpo di polizia croato. II professore di Storia lo aiuta a memorizzare la Costituzione in vista dell’esame.
Solo la fiducia reciproca  e l’instaurarsi di una dimensione affettiva costituisce la via di uscita dalle prevaricazioni e dalle sofferenze patite.

Morto Stalin se ne fa un altro, regia di Armando Iannucci, Gran Bretagna, Francia, 2017, uscito nei cinema italiani il 4 Gennaio 2018.
Il regista-sceneggiatore è nato  a Glasgow nel 1963.
La cifra è il grande bluff, rappresentato in forma grottesca, che ha come protagonista un gruppo di persone mediocri, meschine, pavide con i forti, arroganti con i deboli e profondamente stupide.
Una nomenclatura violenta e ignorante alla morte di Stalin ha in sorte il compito di succedergli e di guidare una realtà politica che alimenterà per decenni la speranza di riscatto dalla miseria, dallo sfruttamento e dall’irrilevanza sociale e politica milioni di persone in tutto il mondo.
Le macerie culturali, sociali e politiche delle scelte sciagurate compiute da queste persone e dai loro successori sono sotto gli occhi di tutti e continuano a inquinare cuori e menti.
Il film è ispirato a un romanzo grafIco di due autori francesi, gli avvenimenti sono in parte ricostruiti su fonti storiche, in parte inventati.
Il regista, maestro in commedie nere satirico-grottesche, si è documentato anche sui luoghi nei quali si sono svolti i fatti, andando a visitarli direttamente in Russia. Nella ricostruzione sono stati concentrati alcuni tempi degli avvenimenti, inventati alcuni dialoghi, ma quello che appare ai nostri occhi incredibile, dato il  livello dei personaggi rappresentati, delle loro meschinerie e miserie etiche, è autentico, dichiara lo stesso regista: Gli eventi più strani che vedete nel film sono tutti veri.
Non mancano certo momenti umoristici, ma è proprio un riso amaro di fronte agli scenari che ci si presentano.
Lo metto insieme agli altri cinque film per la coincidenza temporale di programmazione in Italia, e perché gli avvenimenti raccontati costituiscono direttamente e indirettamente una delle cause delle rovine in cui siamo immerse/i oggi

Il Prigioniero coreano, regia di Kim KI-Duk,,  Corea del Sud, 2016, uscito nei cinema italiani il 12 Aprile 2018.
Il regista è nato in un villaggio della Corea del Sud nel 1960.
E’ forse il film che mi ha maggiormente colpito, per la potenza della storia e della rappresentazione, grazie anche all’attualità del tema trattato, pur se il film è di due anni fa.
Abbiamo assistito in un arco di pochi mesi dapprima alla sfida sul nucleare, ostentata con arroganza reciproca tra il presidente Usa e quello nordcoreano, poi alla tregua tra i due contendenti, altrettanto plateale, coronata dalla restituzione di tre prigionieri americani agli USA, il tutto filmato a beneficio del mondo, infine a un riavvicinamento che alimenta aspettative di una riconciliazione tra i due Stati coreani,
La cifra del film è la prigionia esperita da un uomo forte di corpo e di spirito in due mondi contrapposti, quello comunista e quello capitalista, l’uno caratterizzato dalla dittatura forse più feroce esistente, l’altro percepito come  e uno tra quelli più illuminati e progrediti.
La prigionia delle ideologie, rispettivamente comunista e consumista, è in vigore al Nord come al Sud, così come quella dei pregiudizi dettati da miopia umana, prima che politica, aggravata dagli odi e dai desideri di vendetta nati nel conflitto precedente.
Mentre la Corea del Nord è una vera prigione a cielo aperto, i cui abitanti vivono ingabbiati materialmente nelle loro misere case, nei lavori di sussistenza, esposti continuamente al rischio di controlli di polizia per il reato di libertà di pensiero e azione, la Corea del sud è una sorta di prigione immateriale, in cui cittadini vivono abbagliati dal lusso e dallo scintillio dei Centri commerciali.
Due realtà contrapposte per sistema politico e sociale, ma gli apparati polizieschi e di Intelligence usano gli stessi mezzi di tortura verso i rispettivi nemici e non sarà il capitalismo coreano, con l’ostentazione della ricchezza materiale a liberare le persone dall’alienazione, dallo sfruttamento, dalla mancanza di senso nobile della vita.
La dittatura vede ovunque pericoli di sovversione, di messa a rischio del proprio potere politico, etico e culturale che tiene oppressi i suoi cittadini e le sue cittadine deprivati/e prima di tutto di dignità; la democrazia vede spie in ogni nordcoreano/a, convinta che sia impossibile preferire di vivere nel mondo buio della dittatura, piuttosto che nella sua luce.
Il protagonista è un pescatore, ex soldato dei Corpi speciali  della Corea del Nord,  vive con moglie e figlia in un villaggio al confine tra le due Coree,.unica sua ricchezza è la barca.
Quando a causa di un guasto al motore la barca è trascinata dalla corrente verso le acque del sud, disobbedisce all’ordine impartito dai soldati di frontiera  di abbandonarla e di gettarsi in mare per restare  entro i confini del Nord.
Raccolto al sud è sospettato di essere una spia e interrogato secondo i sistemi violenti e umilianti delle polizie politiche; la sua decisa negazione e la ripetuta e richiesta di tornare al Nord alimentano sempre più i sospetti della Centrale di polizia, perché appare inconcepibile che una volta capitato lì uno possa desiderare di andarsene.
E’ condotto nel centro della città perché si convinca del benessere dal quale è circondato e si decida a chiedere asilo politico, il pescatore rifiuta anche solo di guardare il mondo del capitalismo e del consumismo, considerato pericoloso perché in grado di corrompere gli animi inducendo desideri proibiti, e tiene a lungo e ostentatamente gli occhi chiusi per non lasciarsi ammaliare, ma nutre anche una preoccupazione più profonda, teme infatti che al ritorno in patria verrà punito per aver visto seppur involontariamente le lusinghe del corrotto sud.
Riportato finalmente al Nord, mentre è ancora in barca, davanti alla costa del  suo paese si spoglia e si mette letteralmente nudo per dimostrare che non ha accettato nulla della Corea del Sud.
Il tutto davanti alle telecamere dei due Stati, che immortalano la scena enfatizzando ciascuno l' atto in modo strumentale alla propria propaganda politica.
Eppure il gesto non servirà a dissipare i dubbi dei poliziotti del Nord che sia stato in qualche modo contaminato dal contatto, gli impongono di rinunciare a pescare..
il pescatore ancora una volta disubbidisce alll’ordine, sfida il divieto di imbarcarsi e è ucciso dalle guardie di frontiera che in realtà esitano a obbedire all’ordine di far fuoco, ma sono comandate a farlo.
Due persone, come ho già detto,  rappresentano l’apertura verso una possibile uscita dalla situazione oppressiva delle due Coree, il giovane poliziotto che gli dimostra solidarietà e cerca di aiutarlo come può, credendo alla sua versione dei fatti, sfidando gli ordini dei superiori, e la bambina, che nella scena finale dopo aver giocato qualche minuto con l’orsacchiotto meccanico che parla e si muove, unico oggetto portatogli di nascosto dal padre, lo mette in disparte per abbracciare il vecchio e ricucito peluche.
La speranza è nei giovani, che riescano a ricostruire una dimensione sgombra dalle attuali rovine umane?

L’ultimo viaggio, regia di Nick Baker-Monteys, Germania, 201, uscito nei cinema italiani giovedì 29 marzo 2018.
Il regista è nato nel 1964 a Berlino
Il film racconta il viaggio di un uomo di novant’anni che va alla ricerca dell’amore della sua giovinezza, è ambientata nello spazio-tempo del conflitto russo ucraino nei giorni della rivolta di piazza Maidan a Kiev. Il protagonista del film è stato un capitano di uno Squadrone di Cavalleria cosacca, alleato dell’esercito tedesco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 1941. Alla morte della moglie decide di partire da Berlino, dove risiede, per ritrovare la donna che ha amato durante la guerra, la figlia e la nipote sono naturalmente contrarie al viaggio che ritengono pericoloso per la sua età, ma il vecchio non sente ragione e compie il percorso in treno, accompagnato dalla nipote.
Sono trascorsi tanti anni, ma restano nella memoria e nella vita reale delle persone le rovine provocate da quegli avvenimenti, riattualizzate dal conflitto in corso.
E’ come se lo stato di guerra non fosse mai finito, un giovane uomo che si unisce ai due viaggiatori partendo anch’egli da Berlino, vive la dimensione conflittuale nella sua stessa famiglia perché ha genitori russi e si sente russo, ma è cresciuto in Ucraina e si sente anche ucraino, il fratello è andato a combattere con i ribelli ultranazionalistii, rompendo i rapporti con i genitori filorussi.
Durante il percorso, ostacolato in Ucraina da blocchi militari di entrambi gli schieramenti e da rischi e pericoli nonno e nipote prendono lentamente consapevolezza delle divisioni, dei rancori, delle sofferenze attuali, conseguenza di quelle passate, che finora hanno ignorato nella loro vita berlinese.
Il vecchio, che ha custodito gelosamente per più di sessant’anni il suo berretto da ufficiale cosacco, verso la fine del viaggio, che si conclude con la sua morte, finalmente consapevole di quanto orrore e dolore è rimasto intrecciato al suo ricordo d’amore, se ne libera, gettandolo nel fiume.
Anche in questo film l’unica via di uscita sembra essere costituita dai giovani, che ricordano, come il russo, o conoscono per la prima volta, come la nipote tedesca, le rovine generate dal nazismo e  manifestano un sentimento di pietas verso persone e eventi trascorsi, che permette la nascita di momenti di solidarietà anche in situazioni difficili.