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Canetti e la lunga durata in tempo di pandemia PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Venerdì 17 Aprile 2020 14:01

Di Franco Romanò

Premessa

Il concetto di lunga durata è di Braudel, ma si può adoperare anche nel caso dello scrittore viennese, sebbene egli sia lontano dalla visione strutturalista che informa l’opera dello storico francese. Entrambi, però, cercano nel caos del presente storico tumultuoso, ciò che sta fermo o poco si muove. Un’emergenza come quella che stiamo vivendo è un osservatorio ideale per mettere alla prova la consistenza delle loro ricerche. La pandemia da Covid 19 è un fenomeno di massa imponente che coinvolge addirittura il mondo intero, sia da un punto di vista clinico, sia da quello della gestione planetaria dell’emergenza da parte dei poteri statali, delle istituzioni sanitarie, dei corpi intermedi della società civile, dei movimenti. Canetti, in uno scritto de La provincia dell'uomo, afferma:

Scrivendo Massa e potere sono finalmente riuscito ad afferrare questo secolo per il collo.

Il secolo di cui si parla è quello scorso, ma forse tale frase lapidaria è ancora più adatta all’oggi. Con quel libro, egli si spinge oltre l'orizzonte propriamente storico per cercare di risolvere un enigma che lo tormentava come uomo e non solo come studioso: anzi, un duplice enigma, quello della massa e del potere, due termini che hanno connotato due secoli di storia e che oggi vediamo all’opera su scala planetaria in una dimensione che ci lascia sgomenti. Secondo Canetti, in sintonia su questo con Braudel, la storia scritta e ancor più quella solo politica, non possono andare alle radici profonde di questi enigmi, perché esse si trovano molto più indietro nel tempo e s’allargano a uno spettro interdisciplinare, sconfinando nell’analisi di quel patrimonio inestimabile che sono i miti; quello della massa e del potere è infatti un enigma antropologico che ha a che fare dunque con le caratteristiche della specie umana dai suoi primordi e dunque con una lunga durata. La ricerca di Canetti va prima di tutto rapportata ad altre a lui contemporanee, intorno alle medesime problematiche. Sotto questo aspetto, la sua è una posizione particolare nella cultura del secolo scorso, controcorrente sia rispetto a Freud e Le Bon, sia a Reich, ma lontana anche dall'antropologia d’impronta strutturalista. La peculiarità dell'impostazione canettiana è ben documentata in una conversazione che egli ebbe nel 1962 con Adorno e che fu ripubblicata anni fa su Micromega.[1] Secondo Canetti:

Per Freud la massa ha sempre bisogno di un capo cui riferirsi; in realtà non esiste per Freud una massa ma sempre degli individui2.

 

Per lui, al contrario, la massa possiede comportamenti propri che non sono la semplice sommatoria di coloro che ne fanno parte; inoltre, per Canetti la massa viene prima dell'individuo, che è un risultato dell’evoluzione della specie che si manifesta più tardi e che non è identico in tutte le culture. Si potrebbe obiettare che è difficile negare l'esistenza di masse che hanno bisogno di capi; è ovvio, d'altro canto, come non si possa negare consistenza agli argomenti freudiani in merito al delegare parti di sé alla figura di un capo dittatore che viene a svolgere surrettiziamente le funzioni di padre. Né si può negare valore all'intuizione di Reich sul nesso esistente fra repressione sessuale e manipolazione delle masse, sebbene la sua riflessione risulti a mio modo di vedere limitata, se paragonata a quella di Foucault. Canetti, tuttavia, non discute l'esistenza di questo tipo di masse, di cui è ben consapevole; ma non è di queste che intende occuparsi e una sua risposta a una domanda ingenua - o falsamente tale - posta da Adorno, lo spiega. Chiede il filosofo francofortese: L'esercito è una massa? "No", risponde lo scrittore viennese in modo perentorio e senza aggiungere altro, lasciando di stucco il suo interlocutore. Per Canetti, l'esercito non è una massa perché presuppone l'esistenza di strutture complesse quali lo stato, o almeno la polis, i tribunali ecc.

 

MUTE E MASSA

Veniamo allora a Massa e potere e ai capitoli che Canetti dedica alla muta e ai cristalli di massa. Da essi prendono avvio e corpo tutti i processi che porteranno alla formazione di masse umane consistenti. É da lì dunque che occorre partire (pag. 95-96 dell’edizione italiana di Adelphi). Nella muta e nel cristallo di massa (ci soffermeremo più avanti sulle differenze fra le due formazioni), si creano le condizioni costitutive dei comportamenti della massa, ben prima che nascessero istituzioni quali la famiglia, il clan, la proprietà privata, l'esercito ecc. Il capitolo inizia con questa affermazione:

Cristalli di massa e massa nel significato moderno della parola derivano ambedue da una più antica unità, nella quale ancora coincidono: la muta; poi continua: La muta non può crescere: questa la sua particolarità: la muta è un gruppo di uomini eccitati il cui desiderio è essere di più3.

Nella prima parte della definizione, Canetti afferma che la muta non può crescere ma che desidera farlo, ma tale accrescimento non poteva avvenire solo per via della riproduzione sessuale, processo lento e che presuppone una frequenza d’incontri fra gruppi e anche un minimo di stanzialità; dunque l'accrescimento del numero avveniva il più delle volte per aggregazione, oppure per scontro/incorporazione. Bisogna fra l'altro considerare che il nesso stesso fra rapporto sessuale e procreazione è un passaggio culturale assai complesso e a tappe. Fatta questa affermazione generale, Canetti si sofferma su una serie di esempi concreti, di cui il più rilevante a me pare sia quello della tribù dei Jivanos. Essi cercano di conquistare la possibilità di accrescersi in diversi modi: uno di questi è il culto delle teste dei nemici uccisi che vengono conservate perché aggiungono forza al gruppo. La testa viene esposta e venerata; durante una festa che si celebra per onorarla, i canti e gli inni sono di fertilità. Il nesso con l'accrescimento è chiaro e precede qualsiasi aspetto naturale della riproduzione; l'accoppiamento fra uomini e donne accresce già la muta ovviamente, ma da solo non basta a svolgere questa funzione. L'ultima parte del canto rituale degli Jivanos, però, è rivolto direttamente alla testa del nemico affinché conceda il coito: essa assume dunque una funzione magica, è con il suo tramite che può avere luogo l'accrescimento per via sessuale. Questo racconto degli Jivanos, sembra proprio collegarsi a un momento di passaggio. Al rituale dell'uccisione del nemico e della sua incorporazione simbolica come strumento di accrescimento si sovrappone il passaggio alla procreazione. Tale apparente bizzarria può essere il segno che la comprensione del nesso fra coito e accrescimento comincia a farsi strada e a essere importante, ma la cerimonia conserva il ricordo di un momento più arcaico in cui tale nesso ancora non era portato alla luce, oppure giocava un ruolo ancor più irrilevante per l’accrescimento. Quanto all’apparente contraddizione fra la necessità di aggregarsi e la guerra, non ci può stupire più di tanto il constatare che queste due modalità si ritrovano puntualmente ai primordi della storia umana. Nella nota qui in calce vedremo un comportamento diverso e più solidale fra due gruppi: la coesistenza di solidarietà e guerra si colloca ai primordi della specie e continua ancora oggi4. La muta dunque può crescere grazie a un rituale molto complesso, ma non oltre un certo limite: su questo Canetti è categorico:

La muta contiene paradigmaticamente la massa.

Perché allora afferma che la massa deriva dalla muta? Il verbo non va inteso in senso storicistico né tanto meno deterministico. La muta non si trasforma in massa per accrescimenti successivi di tipo lineare, ma può nascere quando l'aumento demografico raggiunge un certo numero critico e una conseguente organizzazione sociale, che presuppongono entrambe una certa stanzialità, se non proprio l’agricoltura. Torniamo alla muta, cioè al gruppo molto vicino al branco dei lupi. Canetti individua quattro tipi diversi di funzioni: muta del lamento, muta di caccia, muta di guerra e muta di accrescimento. Tuttavia, è lontano dallo stabilire rapporti di gerarchia fra i tipi di muta, piuttosto si tratta di potenzialità interne a una struttura molto mobile: è la metamorfosi, dirà Canetti in alcune pagine memorabili, ciò che più contraddistingue questo organismo vivo, aperto e pulsante. La muta di caccia che implode gettandosi a corpo morto sulla preda, conflagra di nuovo nel momento del consumo individuale del cibo, si aggrega per affrontare il nemico in guerra, si trasforma in muta di accrescimento quando incorpora la testa del nemico ucciso, si cambia di nuovo nella muta del lamento quando si tratta di elaborare il lutto:

Dai primordi la muta si manifesta in quattro diverse forme o funzioni tutte alquanto fluide, che si trasformano facilmente l'una nell'altra". E più oltre: "La muta più naturale e genuina è quella da cui deriva più propriamente la nostra parola: la muta di caccia.

Tuttavia, è la contemporaneità dei diversi momenti all'interno dello stesso gruppo umano il dato su cui va posta l'enfasi. Dice infatti Canetti più avanti: Nulla è più gravido di conseguenze della conversione di una muta nell'altra.

Vedremo infatti come mute di caccia possano trasformarsi in mute del lamento e come si siano formati particolari culti e miti intorno a queste trasformazioni. Ma perché è così importante la metamorfosi da una funzione all'altra all'interno dello stesso gruppo umano? Solo per le ragioni indicate in precedenza? Dice Canetti: La labilità della massa più grande si trova già in queste formazioni minori e apparentemente più solide. Ecco qui un altro punto decisivo: la memoria della muta si conserva nella massa che è certamente un organismo più strutturato, se pensiamo alle masse storiche istituzionali, ma che – specialmente in alcuni momenti come l’esplosione o la disgregazione – conserva al proprio interno la vischiosità, la labilità, ma anche la capacità metamorfica della muta. Abbiamo dunque nella vicenda della muta l'eco di qualcosa che viene prima della storia codificata e scritta.

Soffermiamoci ora sulla differenza esistente fra mute e cristalli di massa. Il secondo può essere inteso come una forma di specializzazione ancora elementare, ma capace di aumentare le competenze della muta: nell’esempio del film, saper custodire il fuoco è un vantaggio molto grande e lo saranno in tempi a noi più prossimi la domesticazione del cavallo e del cane. Con il passaggio metamorfico, tramite il cristallo di massa, la muta si consolida ed è per questa ragione che Canetti usa il termine cristallo: qualcosa si solidifica, ma non bisogna correre troppo e pensare già alla divisione del lavoro. Il cristallo di massa la contiene potenzialmente o paradigmaticamente, ma siamo ancora in un momento arcaico, precedente, in cui anche il consolidamento non è permanente, ma convive in una situazione precaria con l’ostilità ambientale che può distruggere quanto si è appena acquisito. Tuttavia il processo è delineato in modo sufficientemente articolato e se si pensa alle quattro funzioni che la muta possiede, possiamo avanzare qualche ipotesi. La muta di caccia si specializza adottando i primi strumenti tecnologici, che si possono facilmente applicare anche alla guerra; la funzione di accrescimento si specializza in diversi modi che spaziano dall’aggregazione fra gruppi diversi, all’incorporazione del nemico vinto, alla riproduzione per via sessuale. In tempi vicini alla stanzialità la funzione di accrescimento riguarda non più solo la caccia e la raccolta, ma la coltivazione; ma siamo già molto vicini a noi rispetto all’analisi di Canetti. Possiamo dire che, con la coltivazione e l’agricoltura, siamo alla fine di un lunghissimo percorso. Infine, la funzione indicata come muta del lamento per l’elaborazione del lutto, si metamorfizza e si specializza inaugurando le religioni animiste e totemiche legate al magico, che si evolveranno nelle cosiddette positive. Fra il sistema della muta e il sistema della massa vi sono dunque i cristalli di massa. Il fra non sta tanto a indicare nel mezzo ma una funzione mediatrice. Canetti non ipotizza l'esistenza della muta in termini di ragione sufficiente, né scegliendo la strada della certificazione storica, almeno in termini tradizionali, ma considera i miti come testimonianza storica e reperto antropologico. Il metodo seguito, fecondo sul piano della documentazione antropologica nonché dell’interpretazione di alcuni miti in chiave di psicologia di massa, resta pur sempre un'associazione di idee. Manca cioè una teoria che medi questi due livelli. Tutta la documentazione di cui Canetti si serve, acquista senso compiuto, a mio avviso, alla luce della teoria di Jung dell'inconscio collettivo, della psicologia del profondo e di quelli che Jung definisce archetipi. A differenza di quelli junghiani, però, i modelli di Canetti sono mobili e flessibili perché si riferiscono sempre ad aggregazioni umane concrete, mentre Jung rischia sempre di sconfinare nell’innatismo.

PERMANENZA DELLA MUTA E ARCHETIPO

La mia ipotesi è che la muta di Canetti sia il gruppo antropologico concreto che esperisce nella concretezza della vita materiale e delle esperienze originarie ciò che poi si trasforma e diviene simbolizzazione nei miti più arcaici di cui ci rimane traccia. Canetti indica a livello antropologico ciò che Jung cerca come reperto nell’analisi di un proprio sogno e poi nell’analisi individuale dei suoi pazienti, imbattendosi però in aporie e contraddizioni a non finire. L'analisi di Canetti permette invece di trovare nelle esperienze originarie della muta il nucleo antropologico concreto dove nascono per analogia le immagini e le rappresentazioni simboliche, permettendo quindi di distaccare nettamente il prodotto nevrotico dalle rappresentazioni della psicologia collettiva; tuttavia, Canetti si muove sullo stesso terreno su cui si muove la ricerca di Jung5.

Secondo Canetti le mute permangono nel nostro mondo contemporaneo: cosa, allora le differenzia dall’archetipo junghiano? Occorre qui un piccolo giro al largo. Sia Freud sia Jung hanno evidenziato delle analogie fra alcune patologie (le nevrosi coatte, per esempio) e alcune manifestazioni del pensiero primitivo prelogico. Questa impostazione avanzata da Freud in Totem e tabù, viene ripresa e approfondita da Jung in La libido: simboli e trasformazioni. In sostanza, il primitivo sarebbe uno stadio infantile dell'umanità da superare e i cui reperti contemporanei sarebbero appunto diventati disturbi psichici. L'uso che Freud fa di questa ipotesi è chiaro nell'esempio dell'orda dei fratelli che uccidono il padre. Tuttavia, Freud si mantiene rigorosamente sul piano antropologico, mentre Jung accoglie questa analogia e la trasferisce sul piano individuale. Il caso di Alice Miller diventa così un vero e proprio campo sterminato, dove la povera donna si trasforma addirittura nella personificazione stessa dell'inconscio collettivo!6 . Torniamo a Canetti e vediamo come affronta il problema della permanenza della muta anche nella nostra contemporaneità e questo torna di drammatica attualità; mi riferisco in particolare ai capitoli dedicati all’esplosione e alla disgregazione della massa. Si tratta di una permanenza che viene ad assumere il significato di una costante antropologica, anche se gli esempi da cui Canetti inizia, sembrano lontani dalla contingenza attuale. Afferma infatti lo scrittore:

Il desiderio di una vita semplice e naturale, di una liberazione dai vincoli e dalle costrizioni del nostro tempo, ha proprio questo contenuto: è l'aspirazione verso una vita da muta isolata. Cacce alla volpe in Inghilterra, traversate oceaniche su piccole imbarcazioni, volontarie reclusioni in convento, spedizioni in terre sconosciute, in tutte queste situazioni arcaiche è comune l'immagine di un piccolo numero di persone in stretto rapporto le une con le altre in un'impresa ben chiara. Ed infine: Una forma sfacciatamente evidente di muta si manifesta ancora oggi in ogni azione di linciaggio.

Quest’ultimo accenno, certamente estremo e sinistro, è tuttavia ben diverso dagli altri e gli esempi fatti non possono essere accolti in modo acritico e lasciano in qualche caso perplessi. I gruppi indicati da Canetti sono troppo differenziati, specialmente se si considera l’ultimo esempio. Canetti sembra accorgersene quando usa il termine arcaico riferendosi a tali comportamenti, ma l'aggettivo rischia di complicare i problemi invece di risolverli. La muta permane, ma con modalità molto diverse fra loro. Il comportamento da muta è un arcaismo o una permanenza di lunga durata? Canetti, intorno a questo punto capitale, oscilla fra diverse ipotesi. Sembra azzardarne una quando afferma che la permanenza è dovuta alla sua vicinanza ai processi vitali. Tale fondamentalismo biologico, però, escluderebbe proprio la possibilità di definire arcaici questi comportamenti. Ricondurre la loro costanza alla sola permanenza di processi vitali elementari, tuttavia, mi sembra riduttivo: la muta dei cacciatori che vaga per la campagna lombarda in cerca di una selvaggina che non esiste più, è più vicina alla necessità dell'accrescimento, oppure alla rappresentazione simbolica e alle immagini che da quei processi sono nati? Né si può considerare come attaccamento alla vita naturale il vagare per una campagna super inquinata dagli allevamenti intensivi. É dunque a livello della rappresentazione simbolica che va cercata l'affinità con l'antica muta, non certo con le esigenze della nutrizione. Questo non significa che non esistano mute a livello dei processi concreti di gestione di bisogni elementari. Il gruppo omogeneo di una fabbrica o di una filiera agricola è certamente un cristallo di massa di accrescimento in senso moderno: ma non è della stessa natura dei gruppi di cacciatori, non solo perché fa parte di un meccanismo più grande ma anche perché sarebbe meglio definirla un cristallo di massa non scindibile dalla massa degli altri gruppi omogenei che articolano la produzione di massa, basata sulla catena, la divisone del lavoro, ecc. Possiamo definire finché vogliamo come arcaici i comportamenti da muta presenti nella contemporaneità, ma proprio la loro esistenza dimostra il contrario. Perché esistono? La risposta a questo quesito non si troverà se la si cerca a livello sociologico e neppure biologistico, perché tali bisogni, nella contemporaneità, vengono per lo più soddisfatti in altro modo. Mettendo sotto un unico ombrello cristalli di massa e mute contemporanee Canetti confonde un po’ le cose. Come se ne esce? Forse, come ipotesi, la risposta va cercata al livello delle rappresentazioni simboliche e della psicologia del profondo, ancora una volta in accordo discorde con Jung.

COSTANTI ANTROPOLOGICHE E ARCHETIPI

Jung, in uno scritto del ‘22 intitolato La psicologia analitica e l'arte poetica, dà la seguente definizione di archetipo:

L'immagine primordiale o archetipo è una figura, un demone, uomo o processo che si ripete nel corso della storia ogniqualvolta la fantasia creatrice si esercita liberamente. Essa è in prima linea una figura mitologica. Esaminandola da vicino notiamo che essa è in certo qual modo, la risultante di innumerevoli esperienze tipiche di tutte le generazioni passate. Si potrebbero scorgere in essa i residui psichici di innumerevoli avvenimenti dello stesso tipo. Essa rappresenta una media di milioni di esperienze individuali e dà un'immagine della vita psichica suddivisa e proiettata nelle forme multiple del pandemonium mitologico.

Più oltre in uno scritto del ‘27 dal titolo La struttura dell'anima, egli torna sull'argomento, dando anche una definizione di inconscio collettivo che suona così:

L'inconscio collettivo è un patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuale, ma comune a tutti gli uomini e forse a tutti gli animali e costituisce una vera e propria base dell'anima individuale … L'inconscio collettivo sembra consistere di motivi e immagini mitologiche e perciò i miti dei popoli sono gli autentici esponenti dell'inconscio collettivo.

Ponendo a confronto queste due definizioni se ne deduce che l'inconscio collettivo è quella parte più profonda della psiche (da qui la definizione di psicologia del profondo) che contiene gli archetipi o le rappresentazioni primordiali di eventi archetipici. Nello scritto citato Jung si produce in una nuova definizione di archetipo che chiarisce meglio il suo pensiero sul tema.

La fame divinizza gli alimenti … Osiride è il grano, il figlio della terra e perciò anche l'ostia cristiana deve essere fatta di grano, è un dio che viene mangiato come Jacco, il dio dei misteri eleusini. Il toro di mitra è la commestibile fecondità della terra. Le condizioni ambientali psicologiche lasciano naturalmente le stesse tracce mitiche. I pericoli, sia che riguardino il corpo o l'anima suscitano fantasie affettive e ripetendosi in maniera tipica danno luogo alla formazione di uguali archetipi, come ho chiamato i motivi mitici.

Nel saggio del ‘27 intitolato Anima e terra giunge a stabilire una relazione esplicita fra inconscio collettivo e archetipo, che era solo implicita negli scritti precedenti. Dice Jung:

Nel saggio precedente (la struttura dell'anima) ho cercato di dare un'idea generale della struttura dell'inconscio. I suoi contenuti, gli archetipi, sono le fondamenta dell'anima cosciente nascoste in profondità.

Quindi, in sintesi l’inconscio collettivo è la sede, l’archetipo il contenuto. Sembra una sintesi perfetta, ma essa nasconde un presupposto implicito, ma non dimostrato e cioè che le immagini primordiali siano ereditarie come il dna. L'analisi di Canetti permette di trovare nelle esperienze originarie della muta il nucleo antropologico concreto dove nascono per analogia le immagini e le rappresentazioni simboliche. I miti, quelli e non altro, sono il serbatoio simbolico di quelle esperienze primordiali che Canetti colloca nei primi gruppi umani.

IL CONCETTO DI ARCAICO IN CANETTI

Il concetto di arcaico in Canetti, per quanto criticabile anch’esso, è dunque altra cosa rispetto all’archetipo di Jung, sebbene a mio giudizio ne sia stato influenzato. Nel capitolo dedicato alla persistenza della muta nella storia, abbiamo già visto quali gruppi egli indica. Tutti costoro dice Canetti: Aspirano a vivere come vivevano le antiche mute. Il concetto di arcaico si presenta in Canetti venato da una buona dose di ambivalenza, ma ha senso, allora, usare aggettivi quali arcaico o anacronistico per designare comportamenti sociali e individuali contemporanei? La mia risposta è cautamente no perché tali parole, indipendentemente da distinguo e precisazioni, danno luogo a equivoci e fraintendimenti insuperabili; a meno che non si accetti del tutto il paradigma evoluzionista di Frazer. Quest’ultimo, infatti, stabilisce un rapporto gerarchico di reciproco superamento fra quelli che lui definisce il sistema della magia (ai primordi dell’umanità), il sistema della religione (tappa intermedia dell’evoluzione) e il sistema della scienza, il culmine. Questi tre momenti, invece, coesistono da sempre e continueranno a coesistere; cambiano nelle diverse epoche e formazioni sociali i rapporti reciproci fra di loro, ma nessuno di essi scompare. Esiste un criterio per stabilire se vi sono degli avanzamenti, che attraversano tutti e tre i sistemi? Oppure occorre accettare che anche nel dominio delle scienze umane il principio epicureo e lucreziano del nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma ha un valore costante? Propendo per questa seconda ipotesi, che porta molto lontano e alle provvisorie conclusioni.

PANDEMIA MASSE E POTERE

Due in particolare sono i momenti nevralgici che contraddistinguono i comportamenti della massa: l’aggregazione/esplosione e la disgregazione, che hanno aspetti comuni perché entrambi hanno a che fare con il pericolo – percepito o reale che sia – e con i due atteggiamenti speculari di reazione al panico che ne conseguono: lo scontro o la fuga, talvolta non in alternativa fra loro ma in sequenza, retta o inversa. Nei capitoli di Massa e potere in cui Canetti si occupa invece delle istituzioni che in altre parti del libro ha definito sociologiche, egli dimostra di comprenderne bene l’importanza; tanto bene da rilevare come nel lungo cammino di quella che si definisce civiltà, uno dei compiti sia stato proprio quello di creare tali istituzioni, atte a contenere e a superare i comportamenti originari da muta e a far prevalere le forme di specializzazione che da rudimentali cristalli di massa si sono fatte sempre più sofisticate, così da indirizzare i comportamenti verso il lato positivo del crinale. Tuttavia, ammonisce indirettamente Canetti, dalla prima all’ultima pagina del suo libro, tali comportamenti sono latenti e sempre presenti e possono declinarsi sia nelle innocue performance di navigatori solitari e trekkers, sia nelle antiche forme originarie più ferine. Canetti prende in considerazione molte di queste istituzioni e penso che possiamo estenderle, senza forzare il suo pensiero, a tutti quegli strumenti sia giuridici sia sociali che nella nostra terminologia possono essere indicati come corpi intermedi e quindi le istituzioni scientifiche, il sistema mass mediatico, le associazioni, le reti solidali, i movimenti sociali di massa. Stanno reggendo e reggeranno alla pandemia da Covid 19? In secondo luogo: come il potere statale sta reagendo? Questa avventura mondiale è appena ai suoi inizi e la clausura ci dà almeno del tempo da utilizzare bene per poter raccogliere testimonianze e pensare: cominciamo a farlo.

 

 


[1] Purtroppo trovandomi fuori sede non ho con me il testo dell’intera intervista. In rete tuttavia si trovano molti riferimenti. In realtà più che una conversazione è un dialogo fra sordi perché fra le domande e le risposte c’è quasi sempre uno iato, uno spostamento causato quasi sempre da Canetti, i cui interventi sembrano provenire da un pensiero laterale che riesce spesso a spiazzare il suo interlocutore e a evitare i giudizi troppo netti.

2 Ivi. Questo giudizio su Freud verrà ripreso più volte da Canetti anche nella sua Autobiografia.

3 Nella versione tedesca il termine che Canetti usa è Mensch/Menschen: Die Meute besteht aus einer Gruppe erregter Menschen, die sich nichts heftiger wünschen, als mehr zu sein. La traduzione corretta quindi è genere umano o umani e non uomini, tanto che parlando invece delle cosiddette masse doppie Canetti parla di donne e uomini (Frau, Mann), vivi e morti, amici e nemici. Questo per dire che quando parla delle mute lo scrittore non intende affatto un gruppo di uomini ma di esseri umani, in un momento in cui la divisione sessuale dei ruoli non è per lui presente, tanto meno la divisione sociale del lavoro. La muta di Canetti è un organismo in cui i gruppi umani hanno appena imparato da lupi a vivere in piccoli branchi o gruppi. Non esiste una critica femminista all’ipotesi canettiana, almeno in Italia. In Austria e più in generale nella letteratura di lingua tedesca, i movimenti femministi si sono impegnati nella diffusione delle opere di Veza Canetti, assai rilevanti ma - occorre dire - non in ombra rispetto al marito. Occorre comunque sottolineare l’importanza della scelta linguistica di Canetti, che non può essere casuale, dal momento che nella lingua tedesca non esiste l’ambivalenza che ha la lingua italiana in cui la parola uomini viene usata sia per indicare i maschi sia l’umanità intera.

4 Come punto di riferimento e confronto con la ritualità dei Jivanos e anche per cercare di mettere ordine nella datazione, scelgo una pellicola di fiction antropologica intitolata La guerra del fuoco, ma basata su una solida documentazione. Non intendo tanto la cronologia vera e propria poiché sappiamo che viene continuamente spostata da nuove ricerche, dai reperti sottoposti al carbonio 14 e altro. Quello che m’importa mettere in evidenza è che ne La guerra del fuoco, abbiamo a che fare con due tipi diversi di mute proprio nel senso canettiano del termine. La prima è formata da tre uomini cui si aggiunge una donna fuggita da un diverso gruppo e che avrà una relazione con uno dei componenti della muta. La caratteristica fondamentale di questo aggregato è che i suoi membri, pur conoscendo già il fuoco, non sanno ancora come custodirlo. La loro vita fino a quel momento assai precaria conosce una svolta quando incontrano un altro gruppo misto che sa come farlo. Entrambi i gruppi, essendo poco numerosi, capiscono il reciproco vantaggio cui la loro unione può portare e invece di scontrarsi si mettono d’accordo. Nella scena finale si avviano tutti insieme con grida di gioia. Possiamo immaginare che daranno vita a una piccola tribù? Se stiamo a Canetti no, si tratta solo di un aggregato più ampio di prima, forse possiamo avvicinarlo al cristallo di massa, nel senso che si tratta di un gruppo più dotato di competenze che ne agevoleranno la sopravvivenza. Il film, tuttavia, è interessante per un secondo aspetto che riguarda quanto Canetti afferma sulla tribù degli Jivanos. Il film si colloca in un momento precedente, perché la ritualità degli Juvanos, come abbiamo visto, è già complessa, certamente più complessa di quella dei due gruppi che vediamo nel film, assai più prossimi al concetto canettiamo di muta; tanto che, nonostante la presenza di una coppia e di una donna che darà alla luce un figlio, non è nella procreazione naturale per via sessuale che il gruppo può aumentare la propria capacità di sopravvivenza, ma perché si è unito a un altro gruppo: la logica dell’accrescimento sembra corrispondere a quanto ipotizzato da Canetti e si rifà quindi a un periodo molto arcaico, quando la riproduzione per via sessuale non svolgeva ancora un ruolo primario nell’aumento della popolazione.

5 L'ipotesi da me formulata, si scontra, me ne rendo conto, con un'evidenza che non può essere negata: l'inesistenza di rapporti documentati fra Canetti e Jung. Pare proprio improbabile che il secondo si sia mai interessato all'opera di Canetti. Difficilmente poteva ignorarne l'esistenza, visto anche il comune soggiorno a Zurigo e alcune frequentazioni comuni, ma non vi sono tracce di un qualsiasi interessamento di Jung alla sua opera. Diverso il caso contrario. In un passaggio importante de Il frutto del fuoco, Canetti si riferisce a una lunga discussione avuta da lui stesso con il fisico Pauli. É quest’ultimo che, durante la conversazione, dice a Canetti che le sue ricerche gli ricordano quelle di Jung e lo invita a seguire la via junghiana. Lo scrittore racconta in modo asettico l’evento Pauli, senza farci in alcun modo intendere se quel consiglio fosse da lui gradito e sia stato in qualche modo seguito. Il modo anodino con cui ne riferisce sembrerebbe suggerire una presa di distanza: ma perché allora ricordare un episodio come quello, se lo si ritiene insignificante? Meglio non tacerne del tutto? Una seconda volta Canetti incontra - per così dire - Jung ed è quando Adorno, nella reciproca intervista già citata, compie a mio avviso un vero e proprio sondaggio per capire di più quali siano i rapporti fra il pensiero di Canetti e quello dello psicoanalista; lo fa tessendo un panegirico del metodo seguito da Canetti per avvicinarsi al mito, metodo cui Adorno riconosce una grande flessibilità, contrapponendolo alla rigidità degli archetipi junghiani. Canetti non abbocca, fa letteralmente finta di non sentire e parla d'altro, lasciando cadere il sondaggio. Credo che l'indifferenza di Canetti nei confronti dell'opera di Jung sia dovuta a diverse e complesse ragioni che non vengono però mai esplicitate del tutto. Non è possibile fare altro che avanzare qualche timida ipotesi. Una prima potrebbe essere la naturale diffidenza di Canetti, anzi il suo atteggiamento scettico e addirittura avverso alla psicanalisi in quanto tale. Su questo punto, l’unico forse, egli prende posizioni molto nette e contrasta Freud in modo esplicito. I toni usati, così poco consueti, indurrebbero a pensare che sia proprio la psicanalisi in generale il suo bersaglio e che scetticismo e diffidenza vadano dunque estesi a tutte le correnti, Jung compreso. Sempre in un altro volume della sua Autobiografia Canetti tornerà sul problema: lo fa nei suoi dialoghi con il personaggio del dottor Sonne, dai quali traspare la virulenza un po' cieca con cui egli attacca Freud sulla pulsione di morte. Non bisogna dimenticare che Canetti era cresciuto culturalmente in quella parte della Vienna del suo tempo che tendeva piuttosto a dileggiare che non ad ammirare la nuova teoria. Karl Kraus fu uno dei suoi grandi maestri e gli epigrammi al vetriolo contro la psicanalisi erano pane quotidiano sulla Fackel, la rivista di Kraus. Una seconda e più prosaica ipotesi può avere a che fare con la puntigliosa difesa (a volte narcisistica) che Canetti fa della propria originalità, almeno in modo indiretto e per quanto riguarda gli altri pensatori del contesto europeo; diverso il suo atteggiamento con culture quale la cinese, verso la quale egli si sente in debito, riconoscendolo ampiamente. Tutto questo non può chiarire fino in fondo una questione che riguarda le persone dei due studiosi: quanto alle affinità, secondo me non possono essere negate, ma per apprezzarle meglio è bene considerare anche le differenze, a cominciare da quella fondamentale e cioè che per Canetti, antropologicamente, la muta viene prima dell’individuo.

6 Leggendo il testo di Jung si ha una doppia sensazione; da un lato abbiamo la vicenda umana della Miller, dall'altro l'acume e la straordinaria e spesso affascinante interpretazione di Jung di molti miti dell'area mediterranea. La Miller entra ed esce dal testo e Neumann, che partirà dal testo junghiano per scrivere il suo sulla storia della coscienza, se ne dimentica completamente per la semplice ragione che le interpretazioni di Jung rimarrebbero tranquillamente in piedi anche senza il caso Miller. La stessa introduzione al testo, scritta da Roberto Majore, ne fa ampio accenno. Risalire all'inconscio collettivo attraverso l'analisi di pazienti, sembra del tutto incongruo e le ragioni di tale cervellotica impostazione vanno cercate nel complesso paterno mai del tutto risolto che Jung ha nei confronti di Freud. Su questo, la già citata introduzione di Roberto Majore si sofferma a lungo e con intelligenti osservazioni. Qual è l'appiglio concreto a cui Jung può attaccarsi per costruire la propria ipotesi? È il fatto che la nevrosi di Alice Miller si esprime creativamente attraverso la poesia e la prosa; non solo attraverso i sogni. Insomma la Miller metterebbe in atto una loro “trasposizione artistica'”. Non si può negare una potente immaginazione ai deliri della Miller, (non si può negare nemmeno e questo è più inquietante, che alcuni prodotti poetici della Miller affascinino di più di molta poesia contemporanea, oggi; ma questo non ha a che fare con la povera Miller, ma con lo stato della poesia contemporanea!) così come a quelli di Schreber al quale vorrei tornare un momento per rendere più chiaro il mio pensiero. Nel suo delirio, Schreber vede schiere di angeli che entrano nella sua testa e descrive con una fantasmagoria di colori tale discesa. Ebbene, se si riprendono alcuni passi dei Libri profetici di Blake non è difficile cogliere echi sorprendentemente simili, così come in altre parti sembra di udire qualcosa che ci ricorda l'Apocalisse. Ma perché Schreber non è un poeta mentre Blake lo è, e grandissimo? E perché anche di miss Miller si può affermare la stessa cosa? Ciò che distingue le opere di Blake o l'Apocalisse dai prodotti di Miller e Schreber è il fatto che in essi noi avvertiamo che il loro autore è cosciente del movimento pendolare fra sé in quanto autore e l'opera che sta fuori di lui come oggetto autonomo e non parte di sé in senso letterale; cosa che non avviene per gli altri due. I miti, le fiabe, le leggende, i grandi prodotti artistici sono prodotti consapevoli (non mi addentro qui nella questione se la consapevolezza sia quella dell'io cosciente, del logos o di un inconscio oppure di altro ancora) e collettivi, patrimonio dell'umanità. Queste opere, non i deliri nevrotici di alcuni pazienti, sono la una traccia di ciò che Jung definisce come archetipi e le mute di Canetti potrebbero essere proprio il gruppo antropologico più plausibile come sede e luogo di esperienze esistenziali originarie e di formazione delle immagini simboliche relative. L’importanza degli studi di Jung rimane perché le sue interpretazioni, come dicevo, reggono indipendentemente dal caso Miller e gettano una luce nuova su molti aspetti della conoscenza, ma non hanno bisogno di quel supporto di prove scientifiche, né della testimonianza della loro utilità terapeutica. Insomma un residuo positivista rimane anche in Jung, nonostante le accuse opposte di irrazionalismo che gli vengono solitamente imputate.

 

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