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Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Martedì 11 Maggio 2010 00:00

di Antonella Picchio

Quella che qui presentiamo è la relazione presentata il  20/04/2009 al  Quinto Seminario  della Libera Università delle donne di Milano, dal titolo Il corpo al lavoro; la divisione sessuale del lavoro e l’organizzazione dello spazio privato e pubblico, pubblicata sul sito dell’Università delle Donne di MilanoAntonella Picchio è docente di  Economia Politica alle Università di Modena e Reggio Emilia.

Mi fa piacere essere qui con voi a discutere insieme il legame tra condizione di vita e condizioni di lavoro, intrecciando pratiche e linguaggi diversi. Tina Modotti - piccolo stand con giocattoli, 1926-29Da tempo il mio lavoro di ricerca universitaria si è concentrato sulla questione teorica del salario e dell’inserimento, nella visione del sistema economico, del lavoro non pagato di riproduzione sociale, che le donne e, in misura molto minore, gli uomini fanno nelle case. E’ per me importante confrontarmi con altre donne che, partendo dalla loro esperienza, riflettono sulle nuove tendenze del mercato del lavoro e verificare con loro il senso di una ricerca per me radicata nella mia militanza femminista, ma svolta, a livello accademico, in gran parte da sola.

 

In questi ultimi anni ho lavorato sulla questione del lavoro non pagato con alcune giovani economiste, non ‘femministe’ per questioni anagrafiche, ma brave, intelligenti, consapevoli del peso del doppio lavoro e delle ineguaglianze tra uomini e donne. A Modena c’è ora un gruppo che fa economia in una prospettiva di genere ed è stato anche istituito nel triennio un corso di Economia di genere, credo il primo in Italia. Con loro ho un forte rapporto di stima e di alleanza, ma mi mancano alcune dimensioni di movimento. Il rischio è quello di chiudersi nel cerchio dell’università e nei suoi rapporti di forza interni e, quindi, in riduttivismi e opportunismi, inevitabili se si perde il legame con un movimento fuori che indichi la radicalità delle tensioni inerenti al corpo, la differenza sessuale, e le condizioni del vivere. La complessità del processo del vivere, nel dettaglio quotidiano e nel lungo percorso di una vita, può essere vista in tutti i suoi spessori solo se lo sguardo ha come prospettiva l’esperienza delle donne e il loro essere soggetti di resistenza tenace e di cambiamento. Naturalmente il problema non è solo quello di aver perso il legame con il movimento (questione forse personale), ma di aver forse perso il movimento, problema di tutte noi.

Dal punto di vista accademico mi muovo su due piani distinti, per me connessi , ma non legati nei discorsi conoscitivi correnti, sia economici che politici. Uno è quello della teoria del salario negli economisti classici che assumevano una teoria del profitto come residuo dal prodotto del lavoro (Smith, Ricardo, Marx, Sraffa) ed in questo vedevano margini, diversi, di conflitto nella normalità del sistema, l’altro, quello di rendere visibile e contabilizzare il lavoro domestico e di cura non pagato e di vederne i legami con la struttura macroeconomica del sistema. Ciò significa individuare una prospettiva che tenga insieme, nella stessa immagine, il processo di produzione di merci e quello di riproduzione sociale della popolazione, le condizioni del vivere e quelle del produrre, la rete delle istituzioni fondamentali (famiglia-stato-mercato), l’economia monetaria e non monetaria, il lavoro totale (pagato e non pagato). Questo quadro, esteso ed approfondito per inserire anche il livello del processo di riproduzione di vite e relazioni in contesti sociali dati, consente di individuare linee di tensione e leggere conflitti in atto, in tutti i loro spessori e nella varietà dei soggetti, dotati di corpo (e quindi di mente) e, proprio per questo, sessuati e in grado di riflettere su di se e sulla società.


Io insegno Storia del pensiero economico (oltre ai corsi di Economia di genere e Sviluppo umano) e quindi sono tenuta ad attraversare le teorie economiche alla ricerca di sguardi, parole, concetti. Questo esercizio mi aiuta a svelare aspetti della realtà che sono stati sistematicamente nascosti, e mistificati, per usare le donne e per chiuderle in una ‘femminilità’ subalterna e sacrificale e, in quanto tale, adattiva. Questo lavoro di attraversamento delle teorie, mi apre degli spazi per riuscire collocare la massa del lavoro domestico e di cura non pagato al centro della questione fondamentale della teoria economica (valore, prezzi e distribuzione), e il processo del nascere, vivere (e morire) al centro del conflitto tra riproduzione sociale e riproduzione di merci, e tra profitto e salario. Uso il termine popolazione lavoratrice, recuperato dalla storia del pensiero economico, perché mi permette di allargare i soggetti che agiscono i conflitti e di connotarli anche per sesso e generazione. I soggetti di riferimento della produzione non sono solo i maschi adulti, usati come norma e liberati dal loro corpo e dal ciclo di vita, ma donne e uomini, salariati e non salariati, giovani e vecchi, che vivono effettivamente in uno spazio e in un tempo specifico. Secondo me, la molteplicità di questi soggetti non viene espressa adeguatamente nel termine ‘moltitudine’ per me troppo vago e ‘precapitalista’, nel termine popolazione lavoratrice i soggetti vengono riferiti in modo esplicito al processo del vivere (corpi ed esperienze) e al conflitto, tuttora radicale, sul mercato del lavoro, centro del sistema capitalistico. Per quanto mi riguarda, mi pare di dover mantenere, da un lato, l’approfondimento del conflitto alle condizioni del vivere, nelle loro molte dimensioni e nella loro natura di processo quotidiano, dall’altro, di inserire tutte queste dimensioni e soggetti al centro del conflitto di classe tra ‘profitto e salario ’ che deve essere attraversato e continuamente rivisto alla luce delle trasformazioni storiche in corso, che riguardano sia la produzione che la riproduzione.


Questo doppio livello può spiegare le tensioni dell’intreccio tra condizioni di vita e di lavoro, tra lavoro pagato e non pagato e tra interiorizzazione delle responsabilità riproduttive e costrizioni produttive. Nel caso delle donne queste tensioni sono pienamente visibili, ma non si tratta di una questione femminile, il conflitto è radicato nella struttura del mercato del lavoro salariato e le figure ‘forti’, i maschi bianchi adulti, lo nascondono scaricandolo sul lavoro non pagato delle donne. Il soggetto che maggiormente assorbe le energie delle donne sono i maschi adulti, opportunisticamente nascosti dietro bambini ed anziani. I maschi adulti non sono in grado di affrontare gli spessori della loro vita -corpo, cura di se, assunzione di responsabilità verso gli altri (figli e genitori)- e delegano alle donne una funzione di supporto per loro fondamentale. In questo si fonda una corruzione delle relazioni personali tra uomini e donne che colora anche le relazioni sessuali e affettive. Ciò implica un problema di livelli e sicurezza del salario che devono essere misurati direttamente con riferimento al processo del vivere e al suo senso, solo così il conflitto si evidenzia in tutti i suoi spessori e si possono recuperare tutti i soggetti coinvolti.


Per quanto riguarda il movimento delle donne questo significa fare del loro terreno, le condizioni del vivere, materiali e simboliche, il terreno del conflitto, sociale e individuale. Su di esso infatti si incrociano i conflitti legati al salario e alle condizioni di lavoro pagato ed i conflitti legati alle relazioni sessuali e alla divisione delle responsabilità riproduttive tra uomini e donne. Si incrociano, quindi, condizioni strutturali macroeconomiche e culturali e relazioni personali, poiché la vita, in ultima analisi, e’ sempre un’esperienza individuale specifica. L’ingegneria e l’arte di combinare tutte le sue dimensioni non può che essere l’esperienza di uno specifico individuo, uomo e/o donna, non isolabile e mai identificabile completamente nel collettivo.
In questi anni mi sto addentrando sempre più nelle teorie economiche per vedere dove si possono collocare corpi, passioni, relazioni e responsabilità nella visione del sistema di produzione, distribuzione e scambio dei beni. La via da seguire, mi pare, porti direttamente al centro della questione del valore delle merci e del lavoro salariato e alla messa in luce di una profonda tensione tra produzione per il profitto e valore della vita della popolazione che direttamente o indirettamente dipende da un salario. Si tratta di una tensione conflittuale sulla distribuzione del reddito, sui modi della produzione, ma soprattutto sulle condizioni del vivere e sul loro senso. Questa tensione viene, in parte, coperta se le condizioni del vivere vengono viste solo come un problema di livello e composizione dei consumi. In questo caso possono emergere solo le tensioni legate alla diseguaglianza crescente dei redditi tra categorie di consumatori, ma non si vedono i conflitti inerenti all'intero processo di riproduzione sociale insiti nella natura stessa del mercato del lavoro salariato e alla qualità particolare delle relazione capitalistica tra produzione di merci e riproduzione sociale della popolazione lavoratrice, visibile se si analizzano le condizioni di scambio dei segmenti forti del mercato del lavoro (maschi, adulti, bianchi, occidentali, stabilmente occupati). Il problema diventa quello di svelare che la loro apparente forza nasconde in realtà un contratto ineguale che costringe le loro vite ad interiorizzare un'insicurezza profonda ed una mortificazione sistematica del senso del vivere, affrontabili solo con una strumentalizzazione quotidiana delle donne come sostegno materiale e sfogo emotivo. Questo uso sistematico delle donne segna le relazioni sessuali a tutti i livelli.


La vita è un processo nel tempo che richiede lavoro, beni, relazioni tra persone, una condivisione di responsabilità e una molteplicità di linguaggi per esprimere passioni (es. paura) e sentimenti (es. simpatia), legati ai bisogni e ai piaceri del corpo e alle aspirazioni individuali e sociali. Anche la morte, che fa parte della vita, è un processo nel tempo che sconvolge corpi, sentimenti e relazioni e l'intero processo del vivere quotidiano e anch'essa richiede beni, lavori, relazioni e assunzione di responsabilità. Per sistemare nella visione del sistema economico la profonda conoscenza, radicata nell'esperienza di relazione con vite di persone reali e specifiche, che le donne hanno della complessità del processo del vivere si devono fare alcuni radicali spostamenti di prospettiva. Si tratta di un lavoro di scandaglio delle strutture profonde sulle quali si poggiano le relazioni tra individui sessuati che vivono in società date nel tempo e nello spazio. Questo lavoro di svelamento dei fondamenti del sistema in cui viviamo si può compiere solo collettivamente, mettendo in relazione, conoscitiva e politica, soggetti, donne e uomini, in movimento, anche se continuamente alla ricerca degli assestamenti necessari per una vita quotidiana sostenibile e per il mantenimento di relazioni personali basate su rapporti di fiducia e conoscenza reciproca. Il continuo sforzo delle donne per garantire la sostenibilità del vivere quotidiano, barcamenandosi tra cambiamento e assestamento, le rende un soggetto ambivalente, sconosciuto, temuto e mitizzato, da chi non sperimenta e non riflette sulla stessa complessità di dimensioni umane: corporee-materiali (cibo, casa, vestiti, igiene, etc.), e affettive (cura delle passioni del corpo e della mente).


In questa esperienza della complessità del vivere si colloca anche la dimensione del lavoro, sia quello pagato di produzione di beni e servizi che quello non pagato di riproduzione sociale delle persone e delle relazioni. Il legame tra i due lavori, per le donne indissolubile, come dimostra il loro sistematico intreccio tra lavoro pagato e lavoro non pagato, viene visto come una questione femminile, ma svela, invece, per chi la vuole vedere, la natura del sistema capitalistico e la particolare qualità della relazione produzione e riproduzione che la caratterizza.


Il lavoro di riproduzione sociale non pagato è diverso da quello reso visibile da un salario. Si tratta di un lavoro tanto denso da scomparire dalla visibilità politica e analitica del sistema nel suo complesso. Esso viene relegato nella dimensione privata e intima degli spazi domestici. Per sollevarlo in un quadro di sistema si deve sollevare l'intero processo del vivere come questione politica e sociale e non solo individuale, sempre mantenendo, tuttavia, le dimensioni di individualità non riducibili e risolvibili nel collettivo.


Devo ricordare che il punto di partenza della mia prospettiva è il lavoro politico fatto nei gruppi del 'salario al lavoro domestico' nei quali ho concentrato la mia militanza femminista negli anni '70. In quell'esperienza politica io trovavo illuminante il legame tra il conflitto tra uomini e donne, nella divisione ineguale del lavoro domestico e delle responsabilità rispetto al processo del vivere quotidiano (famiglia), e le condizioni strutturali del sistema capitalistico (stato e mercato). Questa chiarezza, a mio avviso, permette di cogliere la radicalità della soggettività politica delle donne e la radica nelle condizioni materiali, sociali ed affettive del vivere. Questo intreccio consente, da un lato, di allargare ed approfondire il conflitto di classe con nuove dimensioni e soggetti, dall'altro, sottrae il conflitto tra uomini e donne ad una dimensione privata ed intima in cui le tensioni emotive sono tanto forti da far perdere lucidità rispetto a nessi causali e possibili alleanze. Questa prospettiva rispondeva anche alla mia esperienza di un conflitto domestico carico di passioni e rabbie.


Il lavoro non pagato, domestico e di cura, di uomini e donne, in quantità è un po' più del lavoro totale pagato di uomini e donne. E’ una dimensione enorme, un grande aggregato dell'economia generalmente ignorato. Si tratta di un lavoro di riproduzione sociale svolto in ambito domestico, al quale, per altro, si deve aggiungere il crescente lavoro domestico e di cura pagato, che diventa opaco proprio per la vicinanza a quello non pagato.


Come dicevo, questa enorme massa di lavoro sfugge a negoziazioni politiche e a sistemazioni analitiche, e questa è la sua vera invisibilità. Mentre su lavoro pagato, da centinaia di anni, ci sono inchieste, analisi, negoziazioni, conflitti, leggi, rivoluzioni, riforme, teorie, ideologie, quello di riproduzione non pagato è un lavoro che si negozia privatamente, come dico sempre, nelle stanze da letto e nelle cucine. Si confonde, infatti, con le relazioni sessuali, che massacra perché i rapporti sessuali tra corpi e menti di uomini e donne riflettono il peso della responsabilità, scaricata sulle donne, di cura dei corpi e delle passioni degli uomini. I linguaggi dell'intimità diventano quindi quelli del tradimento, dell'incomprensione, della lamentela e dell'esasperazione, linguaggi che raramente riescono a modificare i rapporti di forza individuali e che non spostano quelli sociali.


Il mio sforzo analitico è quello di mettere in relazione la grande massa del lavoro non pagato delle donne con la grande massa del lavoro salariato maschile. Ciò che io voglio svelare non è la debolezza e la marginalità delle donne per suggerire politiche di protezione, o sostenere politiche di pari opportunità emancipatorie o di sostegno agli uomini per indurli a fare un po' più di lavoro domestico e di cura dei loro figli e dei loro genitori, ma piuttosto quell o di mettere in luce quanto lavoro delle donne sostiene direttamente i maschi forti, non solo i bambini, i vecchi, gli anziani, i malati. Da un lato, le regole del mercato del lavoro salariato si fondano sul fatto che il peso della riproduzione sia scaricato da qualche parte in quanto costo invisibile, dall'altro i maschi adulti nascondono il fatto che non sarebbero in grado di reggere le loro vite se non ci fosse quest'enorme massa di lavoro e di rassicurazione emotiva garantita dalle donne e controllata con molti strumenti di coercizione.


Quindi il problema non è solo quello di andare a vedere le condizioni delle donne nel mercato del lavoro, nei loro mercati del lavoro, ma anche quello di rendere visibile il loro sostegno ai soggetti forti, le insostenibilità nascoste della normalità e l'incapacità maschile di gestire corpo ed emozioni. Anche nel cosiddetto regime fordista le condizioni normali di scambio tra salario e lavoro non erano sostenibili senza una grande massa di lavoro non pagato delle donne e senza il contributo di redditi aggiuntivi di donne che facevano le domestiche, le sarte, le affittacamere e di bambini. Come diceva Marx, l'unico modo per stabilire se un salario è alto o basso è quello di metterlo in riferimento alle condizioni di vita dei lavoratori e alle condizioni di riproduzione sociale normali della popolazione lavoratrice (definita razza da tutti gli economisti classici, Marx compreso).


Nel Settecento, Mandeville diceva che in una società che non ha più schiavi, la povertà è necessaria perché l'unica cosa che può rendere accettabile il lavoro duro è la paura di morire di fame. E siccome i lavoratori sono lo strumento di produzione fondamentale bisogna stare attenti che essi non siano sicuri, bisogna anche fare in modo che la loro umanità sia mortificata, perché se vanno a scuola diventa più difficile costringerli a lavorare. Il salario è una categoria ambivalente: da una parte è mezzo di sussistenza come il fieno per i cavalli e l'olio per le macchine, dall'altra i lavoratori sono in continua tensione per non essere trattati e trattate come mezzo (come cavalli e macchine) e quindi di avere nel salario anche una parte del sovrappiù prodotto e per non vedere mortificati i loro livelli di umanità.


Gli economisti classici, Smith e Ricardo, già vedevano lo spazio di un conflitto tra salario e profitto, insito nel fatto che il salario è l'accesso alla sussistenza e quindi alle condizioni di vita dei lavoratori e della popolazione lavoratrice in generale. Questo salario deve garantire quanto basta per metterli in condizione di lavorare, ma non troppo, perché non divengano pigri e arroganti. La ricerca di questa misura costituisce anche la base delle politiche di assistenza pubblica. La misura giusta si può trovare solo nella pratica di sistemi economici specificati nel tempo e nello spazio e di conflitti storici. Se i salari sono troppo bassi e le politiche pubbliche troppo restrittive la qualità della forza-lavoro peggiora, se, invece, aumentano i livelli di benessere e di sicurezza collettiva si devono trovare misure di contenimento. E' un continuo stop and go che non si spiega con la scarsità di risorse, ma con il bisogno di controllo sul mercato del lavoro e sul processo di riproduzione sociale.


A mio avviso questo è anche il problema delle politiche attuali. Siamo in una nuova fase regressiva non per un problema di scarsità di risorse, che si stanno redistribuendo in modo massiccio alle classi ricche ed utilizzando per armamenti e apparati di polizia. In realtà le politiche di welfare del dopoguerra - soprattutto sanità e scuola - per quanto ancora inadeguate se viste dal punto di vista della popolazione lavoratrice, hanno contribuito a diffondere troppa sicurezza nel quotidiano, livelli troppo alti e generalizzati di salute e istruzione, troppa sicurezza nel futuro. Questa relativa sicurezza è diventata insostenibile per il mantenimento del saggio di profitto che in ultima analisi dipende dal residuo tra produzione e risorse che vanno alla popolazione lavoratrice. Il conflitto tra profitto e condizioni del vivere delle classi lavoratrici è al centro della questione del salario e questo è il primo punto da tener fermo nella nostra discussione sul lavoro.


Il lavoro nel sistema capitalistico è per definizione una merce, questa merce tuttavia non è (per il momento) prodotta dai capitalisti; la sua riproduzione è responsabilità dei lavoratori e delle lavoratrici, anzi in questa libertà di riproduzione sta la differenza tra lavoratori salariati e schiavi. Per gli schiavi la famiglia non esisteva: il padrone decideva di vendere i bambini, decideva con chi abitavano. Quando gli schiavi neri sono stati liberati il simbolo della loro libertà  era che potevano decidere di avere moglie e figli. Il lavoratore salariato si distingue proprio sulla base di questa libertà: la sua riproduzione non è gestita direttamente dal padrone, ma attraverso autonome decisioni che devono tuttavia essere alla fine controllate e piegate alle esigenze del processo di accumulazione capitalistico. Gli strumenti di controllo sulla riproduzione del lavoro salariato passano attraverso lo stato e i media, mentre nel sistema schiavistico erano diretti e violenti. Il lavoro è la merce fondamentale per la produzione di tutte le altre merci e la fonte del sovrappiù, ciò significa che non deve essere persistentemente scarsa e deve essere costretta a vendersi sul mercato del lavoro per vivere. Innanzitutto deve riprodursi in quantità sufficiente, e da qui discende il profondo bisogno di controllo sulla quantità dei figli, l'età del matrimonio, l'infanticidio, l'aborto, tutti elementi che devono essere controllati dallo Stato attraverso leggi e istituzioni che svolgono il compito di controllare la quantità della popolazione. Da qui deriva anche il bisogno di controllare i flussi di immigrazione.


Il controllo è necessario, come abbiamo visto, anche sulla qualità, vale a dire sulle condizioni di vita, da intendere non solo come redditi e consumi, ma anche come sanità, istruzione, diritti e senso di se e del vivere collettivo.


All'inizio, per gli economisti classici il capitale era definito dalle sussistenze dei lavoratori (un mucchio di cibo, di vestiti, di case) e il valore era misurato in questa lista concreta legata alle condizioni materiali di vita dei lavoratori. Poi l'attenzione si è spostata sul tempo di lavoro, passando dalle condizioni del vivere alle condizioni di lavoro, all'occupazione, ai ritmi, alle tecnologie, etc. Essendo un lavoro di massa lo si poteva misurare in tempo unità di misura controllata dall'orologio. Il lavoro veniva considerato astratto e i corpi perdevano di peso, politico e analitico. Da questo spostamento dalle condizioni di vita a quelle della produzione non ci siamo mai ripresi.


Che cosa sta succedendo ora? Indubbiamente il lavoro non si misura più a tempo, nel senso che non ha senso dire quanto tempo sei stata al computer, in macchina, a telefonare. Sembra, quindi, che quando le donne vogliono misurare il lavoro domestico come uso del tempo siano arretrate rispetto alle tendenze moderne. In realtà in questo modo riportano alla luce il processo di riproduzione di corpi e emozioni. Rendendo visibile una massa di tempo enorme storicamente necessario alla riproduzione di persone fisiche e specifiche per età , bisogni, abitudini e aspettative, ricollegano il tempo (astratto) ai corpi (concreti), in contesti sociali dati nel tempo e nello spazio. Queste dimensioni del vivere sono alla base anche dei lavori moderni anche se sempre più astratti. I lavori diventano immateriali ma i lavoratori e le lavoratrici rimangono concreti e a questa concretezza di deve dare rilevanza politica sia nelle negoziazioni sul posto di lavoro che in quelle sociali con lo stato.


La questione del lavoro non pagato di riproduzione non si risolve in una questione di tempo e di conciliazione di tempi di vita e di lavoro. La tensione inerente all'intreccio tra produzione e riproduzione è una questione strutturale molto profonda. La qualità di questo intreccio emerge, invece, solo come dimensione personale e come dimensione di sofferenza nella vita delle persone. Tensione e sofferenza non risolte, perché se è vero che i giovani uomini lavano un po' più i piatti, è anche vero che le tensioni permangono e sono così profonde, interiorizzate e dilanianti, che devastano i rapporti personali ed intimi delle nuove generazioni. Esse non possono essere risolte nel privato delle relazioni personali e le tensioni del sistema tra produzione e riproduzione sociale stanno aumentando.


Una mia nipote ventenne convive con un compagno con cui non è sposata, tutto funziona in modi di convivenza 'moderni'. Due bambini piccoli, un lavoro di cui lui è follemente innamorato, che lo tiene a lavorare fino alle dieci di sera. Lei ha fatto l'università, si è laureata, bravissima -110 e lode, si è sempre sentita uguale a lui, e ora è a casa con i due bambini e non capisce che cosa le stia succedendo. Non riesce a redistribuire in modo soddisfacente tempo e responsabilità riproduttive, riesce solo timidamente a dirgli: "se andiamo avanti così io e te non abbiamo più un rapporto". Lo fa timidamente perché se sei a quei livelli di stanchezza, di incertezza, tu non puoi aprire un conflitto. Io, mi ricordo, cantavo e il mio giovane marito diceva “ma come sei di buonumore!”.


Ecco che queste giovani donne all'università fanno grande fatica a parlare di rapporto con la loro casa, con il loro salario, non riescono a proiettarlo nel futuro: non sto dicendo che devono avere dei figli per forza, ma devono avere la scelta di avere dei figli o no, oppure di pensare alla loro vecchiaia, alla loro malattia, alle loro nevrosi. Se devono andare in analisi perché si sentono in crisi sul lavoro, figurarsi se hanno un grande amore che va male, se dal grande amore poi hanno avuto un paio di figli e se magari lo mollano in quarantotto ore, come ho fatto io.


Le relazioni personali vengono devastate da queste tensioni, ma non solo nella generazione del femminismo, soprattutto nella generazione che le tace. Noi ci siamo salvate perché in qualche modo abbiamo nominato il conflitto di sesso intrecciandolo anche al conflitto di classe. Quando andiamo a parlare dei nuovi lavori flessibili e in qualche modo della tracotanza delle giovani che fanno le "marchette", dicendo "negozio io", sarebbe utile evidenziare anche la qualità della vita che stiamo negoziando, altrimenti in queste condizioni di debolezza collettiva non rimane che la tracotanza individuale.


Non possiamo permetterci il lusso di nasconderci i fondamenti del comando sulle nostre vite. Le condizioni di vita - materiali, emotive e di senso - si stanno appesantendo a dei livelli insostenibili. Dovremmo, come movimento, riaprire un discorso sulle condizioni di vita, sul conflitto che intreccia le condizioni di vita e i lavori. Questo riguarda i redditi, il welfare, la procreazione assistita, la conciliazione dei tempi, ma anche molto di più.


Una volta che abbiamo messo al centro le condizioni di vita, mettendoci il corpo, il simbolico, la cultura, le relazioni, le responsabilità e tutto quello che il pensiero di donne è riuscito ad esprimere partendo dalla loro esperienza, e le collochiamo nella visione e nella politica del mondo, possiamo agire un conflitto profondo e diffuso tra produzione di merci e riproduzione sociale della popolazione lavoratrice, globale e sessuata. Se noi continuiamo a partire da noi, secondo la migliore pratica femminista, e a rimanere a noi, secondo la peggiore pratica femminista, non riusciremo a trovare pratiche politiche che effettivamente migliorino la qualità delle nostre vite individuali e collettive e non riusciremo ad opporre resistenza adeguata all'attacco reazionario in corso a livello mondiale, portato avanti dall'alleanza tra un'ingordigia capitalista molto aggressiva, fondamentantalismi religiosi di tutti i tipi, militarismi riemergenti, apparati statali in disfacimento (vero e/o presunto), aggressività e insicurezza maschile, etc.

Ciò significa che come femministe dobbiamo andare molto più a fondo nelle nostre analisi, consapevoli che le nostre battaglie per una soggettività autonoma, libera e socializzata mettono in discussione i fondamenti del pensiero e dell’azione politica. Dobbiamo riuscire a creare spazi di autoriflessione che consentano di trovare parole e visioni per esprimere i conflitti che attraversiamo. Questo per altro è stata per me la pratica dell’autocoscienza. Non si trattava solo di introspezione ma anche di nominare insieme alle altre conflitti mai espressi, su corpi e relazioni, e dare visibilità alle nostre pratiche di resistenza, chiuse in definizioni di femminilità per noi inaccettabili.


In quel periodo il personale è diventato chiaramente politico, più difficile è stato invece indagare sulle dimensioni personali del politico: welfare, salari, et. In fondo le nostre vere manifestazioni di massa autonome si sono ridotte alla dimensione riproduttiva dei corpi delle donne, in questo abbiamo trovato e ci è stato riconosciuto uno spazio politico autonomo, sul resto abbiamo continuato a delegare alle organizzazioni politiche maschili (cosa che continuano a fare le giovani donne che militano in Rifondazione e nel movimento no global). Nel femminismo si faceva autocoscienza e riflessione sulla differenza sessuale e si costruiva uno spazio ideologicamente separato oltre che tatticamente separatista, la separazione continuava, tuttavia, mantenendo separati i piani della realtà che non riuscivamo a ricomporre. Lo stretto intreccio tra i conflitti e i soggetti dei processi di produzione per il profitto e quelli della riproduzione sociale di uomini e donne, non è stato mai veramente affrontato. Con il risultato che gli uomini ancora non hanno imparato a addossarsi in prima persona le responsabilità e le passioni della cura di se stessi e a svelare le sconfitte delle loro negoziazioni, e le donne femministe non hanno affrontato un conflitto con lo stato e i capitalisti in grado di riflettere la radicalità delle tensioni inerenti alla strumentalizzazione dei loro corpi (menti e passioni comprese), delle loro relazioni con l’altro sesso e con le altre generazioni. Ciò significa che il privato continua a travolgerci perché il pubblico non ne affronta le tensioni.


Se vogliamo affrontare la questione del nuovo mercato del lavoro dobbiamo porre al centro la politicità dell’intreccio tra condizioni di vita e condizioni di lavoro. Un modo per farlo, riduttivo come tutti gli aspetti quantitativi, è quello di ragionare in termini di lavoro totale, pagato e non pagato. Questo ci consente di svelare una dimensione di lavoro enorme per quantità e qualità, generalmente ignorata e chiusa in una questione di relazioni personali intime tra uomini e donne in cui le tensioni si giocano all’interno dei nuclei di convivenza. Il lavoro non pagato (e anche quello pagato che lo integra e sostituisce) ci porta ai corpi, agli spazi fisici che li contengono, alle ansie, alle relazioni. Il totale del lavoro non pagato (di uomini e donne) è leggermente superiore al totale del lavoro pagato (di uomini e donne), le sue negoziazioni restano però un fatto privato ed assumono il linguaggio delle recriminazioni, non della sedimentazione di regole del conflitto e della progettazione di mondi diversi.


In realtà continuiamo a non sapere con chi negoziare e non riusciamo ad indicare punti di conflitto chiari con i capitalisti e con lo stato, così continuiamo ad essere travolte, anche se mostriamo le nostre forze con orgoglio e sveliamo con soddisfazione le debolezze maschili. Il problema è che le nostre forze non sono mai state sufficienti e che la debolezza maschile ci ha sempre intrappolato. Come dico sempre ciò che distrugge le donne non è la forza degli uomini, ma la loro enorme debolezza da noi conosciuta fino alla più piccola paura e codardia. I patriachi non si sono mai retti in piedi da soli, per questo hanno costruito un sistema patriarcale di controllo sul corpo e le menti delle donne. Non sono solo le pratiche ed i simboli del sistema patriarcale, per altro in continua trasformazione, che ci opprimono, ma la nostra assunzione di responsabilità rispetto alla qualità della vita dei nostri compagni e dei nostri figli. Noi abbiamo un delirio di onnipotenza e loro hanno delle profonde debolezze nascoste e coperte da noi.