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Rubriche - Dizionario

Decrescita è il termine col quale si rimanda a ipotesi di uscita dai modelli produttivi del capitalismo.

Per un approccio alla questione proponiamo l’articolo di Benedetto Vecchi  Il Manifesto, 28 gennaio 2010, nel quale l’autore prende in esame la proposta di Serge Latouche, noto studioso francese di economia, che alla ‘decrescita’ ha già dedicato molta della sua opera teorica.

La questione ha già suscitato nella redazione commenti critici che saranno oggetto di dibattito redazionale nel prossimo numero, o successivo.

 

L'ultimo saggio di Serge Latouche ha un titolo che lascia pochi dubbi. Per lo studioso francese l'economia, cioè quella disciplina che privilegia l'analisi del «vivere in società» a partire dalla produzione delle condizioni materiali della sua riproduzione, è un'invenzione. Latouche non è nuovo a queste tesi, già presenti nei suoi precedenti studi dedicati all'Africa e a quel «pianeta dei naufraghi» che è diventata la Terra con la diffusione planetaria dell'«industrialismo». Il saggio, da oggi in libreria per BollatiBoringhieri - L'invenzione dell'economia (pp. 257, euro 18) - , ha però l'ambizione di ricostruire i frames culturali che hanno reso possibile questa invenzione, cercando le sue radici nell'Europa del Settecento, quando lo sviluppo è diventato un dogma a cui intellettuali, uomini di chiesa, ministri e uomini politici hanno fatto propri.

Per Latouche, infatti, nelle società precapitaliste la produzione di beni per garantire la sopravvivenza della specie non contemplava la distruzione sistematica delle risorse naturali, né la colonizzazione della vita da parte del lavoro. Da qui, l'enfasi data a quelle «economie della sussistenza» che caratterizzava buona parte il mondo conosciuto: economie di sussistenza sopravvissute nel Sud del Mondo fino ai nostri giorni. Ma Latouche non è uno studioso che si limita a registrare asetticamente questo o quel fenomeno sociale. Ha lavorato a lungo in Africa ed è stato testimone di come «l'adozione» del modello di sviluppo «occidentale» abbia determinato in quel continente la cancellazione di legami sociali, di culture che hanno, per molti secoli, rappresentato forme di vita e relazioni sociali «altre» da quelle vigenti in Europa e Stati Uniti. E provocatoriamente ha spesso presentato le forme sociali precapitaliste come un antidoto al «fallimento» del modello di sviluppo industriale, vista la loro  capacità di salvaguardare l'ambiente e per il loro «antiutilitarismo». Latouche è però latore anche di una proposta politica che è stata riassunta dal termine «decrescita», cioè di quella possibilità di cambiare stili di vita, modelli produttivi che prendano congedo da quell'immane ammasso di merci che è il capitalismo. E le sue riflessioni acquistano un altro significato perché presentate come una risposta «politica» all'attuale crisi economica. Lo studioso francese è una firma nota ai lettori de «il manifesto», ma l'intervista che segue nasce proprio dalla discussione nata attorno alla sua proposta di decrescita, laddove viene presentata come un decalogo di buone intenzioni difficilmente traducibile in proposte a breve periodo.

-Lei parla di «decrescita». Ne ha ha anche stilato un manifesto ne La scommessa della decrescita (Feltrinelli) e nel Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri). ma in molti hanno sollevato obiezioni sulla sua praticabilità.....

-Le critiche hanno spesso messo l'accento sul fatto che uscire da un modello di crescita basato sull'accumulo di bene comporta un abbassamento della qualità della vita. Posso dire che la descrescita significa uscire da un modello di sviluppo e da un cambiamentoprofondo nel nostro stile di vita. Ma questo non significa una qualità della vita peggiore rispetto a quella che caratterizza le società nel nord del pianeta. Semmai vanno cambiati i criteri, i parametri che stabiliscono la qualità o meno della vita in una società. L'industrialismo ha significato un accumulo di merci che andavano consumate per poi essere nuovamente prodotte. Questo ha determinato inquinamento e un «consumo» delle risorse naturali senza la loro riproduzione. È lo stato del pianeta che consiglia di cambiare direzione di marcia, perché così facendo c'è il rischio che il crollo del capitalismo coincida con la fine della specie umana. La decrescita può dunque costituire una soluzione. Questo non significa che bisogna rinunciare  macchine e utensili che hanno migliorato la nostra condizione. Piuttosto va accentuato il loro valore d'uso e non di scambio. Da qui l'uso di materiali meno inquinanti nella prospettiva che durino molto più nel tempo e che consumino meno energia. C'è poi il tema degli stili di vita. Qui il cambiamento deve essere radicale, perché occorre tener presente i limiti naturali dello sviluppo.

-La decrescita pone  anche problemi di democrazia. Chi decide? E quali sono gli organismi di controllo sui decisori?

-Beh, se il poblema si riassumesse nelle due domande che lei fa saremmo già a buon punto. Saremmo cioè in una situazione in cui ci si pone di organizzare democraticamente la fuoriuscita dalla «società della crescita». In tutti gli incontri che faccio è questo il problema che pongo ai miei interlocutori, perché la decrescita indica la direzione di marcia, ma non pone vincoli a come intraprenderla. Dobbiamo sperimentare forme di vita e di costruzione di legami sociali  democratici dove la sobrietà, riduzione dei consumi e uso di energie rinnovabili svolgano una funzione, appunto, di indirizzo, di orientamento nelle scelte. In altri termini, serve una preliminare rivoluzione culturale che metta a tema la critica della teologia dello sviluppo economico, cioè di quella ideologia che imbriglia uomini e donne in relazioni sociali che non consentano una vita felice. Uso il termine felicità, come sinonimo di libertà, superamento della mercificazione dei rapporti umani e liberazione dalla necessità. Un discorso, il suo, dove sono presenti echi di temi marxisti, come la critica all'alienazione, ma anche delle teorie che fanno coincidere il capitalismo o l'economia di mercato con la modernità...... Conosco le critiche che alcuni amici marxisti fanno alla decrescita. Aloro rispondo sempre che uscire dal capitalismo è anche il mio obiettivo. Ma, a differenza di loro, mi pongo un problema preliminare: come far uscire il capitalismo dalle nostre vite? e qui ritorno alla necessità di una rivoluzione culturale prima che politica. Cito André Gorz, un francese amato anche in Italia, almento in alcune componente della sinistra italiana. Nella sua opera Gorz parla espressamente che il movimento operaio è stato, per lungo tempo, convinto che ilsuperamento del capitalismo non significasse necessariamente una critica dell'industrialismo. Ed è stato lo stesso Gorz che ha parlato del socialismo reale come una variante dell'industrialismo, prigioniero com'era del feticcio dello sviluppo e del progresso. Siamo nella situazione in cui possiamo applicarci alla costruzione di una società libera, senza dover necessariamente pagare degli alti tributi alla distruzione dell'ambiente e delle risorse naturali come è accaduto nel socialismo reale.

-Lei ha affermato che la crisi economica rende la decrescita una soluzione politica a portata di mano.....

-Si, ma la mia concenzione del tempo non ha nulla a che vedere con la contingenza. La decrescita è un processo sociale e politico di lungo periodo. Per il momento bisogna continuare a denunciare i limiti sociali dello sviluppo economico.

Prendiamo la Cina. Se continua lo sviluppo economico del tipo industriale c'è il rischio del collasso ecologico. e infatti anche a Pechino cominciano a manuifestarsi forti dubbi sulla strada intrapresa. C'è poi negli Stati Uniti una forte attenzione verso la cosiddetta green economy. Segnali incoraggianti, che vanno aiutati a crescere. Saperndo però che sono solo piccoli segnali di una inversione di tendenza. Occorre lavorare affinché dai piccoli passi nascano grandi movimenti per trasformare la società.