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Una storia al femminile. Michela Zucca, Storia delle donne da Eva a domani Edizioni Simone, Napoli 2010 PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Laura Cantelmo

La ricerca dell’antropologa Michela Zucca è sempre stata focalizzata sulla vita delle donne, in particolare su quello che la società, nel suo lavoro  di esclusione di genere, ha  con crescente enfasi inteso nascondere, ignorare, condannare. La storiografia ufficiale ci ha sufficientemente informati sull’esistenza di donne aristocratiche, colte, mogli di uomini illustri, o con ruoli di rilievo nella società del tempo, come le badesse, ad esempio, mentre ben poco si è indagato su quegli strati della società che stavano al di  fuori dei “centri di comando”, fuori dai castelli o dai monasteri, nelle campagne e sui monti.

 

Da questo lavoro molto ricco di informazioni e di riflessioni emerge un metodo di affrontare la storia  apertamente influenzato da Duby e la scuola de Les

Michela Zucca

Annales, rivolto più al dato socio-culturale che a quello evenemenziale (basato, cioè, sui fatti compiuti da grandi uomini) e a quella importante sovrastruttura costituita dalla memoria collettiva su cui si fondano i comportamenti del gruppo. La storia viene così a mescolarsi con l’antropologia e fondamentale importanza assumono la vita privata  delle persone, la dimensione inconscia della civilizzazione, le fonti orali con quella considerevole parte di non detto, fatto di  dimenticanze, di risposte vaghe, di improvvisi silenzi o  cambiamenti di argomento.

 

Le rivoluzioni non esistono, esistono invece moti ed esplosioni popolari che rappresentano il  momento di maturazione di istanze e comportamenti che si sono andati affermando  attraverso i secoli.

 

L’antropologia storica

Una storia siffatta ha come campo d’indagine  l’opacità dei dati culturali di un momento storico, più che  l’evidenza di quelli sistematicamente raccolti negli archivi, costruiti ex-post  secondo presupposti discutibili.  In questo metodo di ricerca, definito antropologia storica, la ricostruzione avviene certamente  sulla base di  fonti documentarie, cioè d’archivio (parrocchie, comuni, tribunali, case private, studi notarili, ecc.), valutando, però, ove possibile, quanto in esse  dipenda dalle ipotesi e dalle scelte di partenza del loro curatore, che solitamente – particolare non trascurabile - è un maschio.

Partendo dai presupposti dell’antropologia storica, le trasformazioni che modellano la vita individuale avvengono durante tempi lunghissimi, addirittura nei millenni, secondo un ritmo non lineare né tantomeno progressivo, indipendentemente dalla volontà dell’individuo. Ciò che conta è “la somma delle capacità, delle volontà e delle possibilità di fare e di cooperare: tutte quelle cose che le donne, relegate nella marginalità della non esistenza, della non importanza, della non creazione, sanno  (e sanno fare) benissimo.” (p. 9)  Il che capovolge metodologie storiografiche date per scontate,   mettendo in crisi l’interpretazione dell’uomo maschio come “fattore di progresso”.  Il pensiero colto, le ideologie, non spiegano le metamorfosi culturali, ma ne sono la conseguenza  e richiedono spiegazioni di tipo antropologico relativamente ai  cambiamenti di mentalità, di sensibilità. Il non scritto e il non detto dei fenomeni sociali, ciò che muta in modo impercettibile rappresenta l’esistenza della gran patte degli esseri viventi, delle classi subalterne e di norma viene spregiativamente definito come folklore, contrapposto alla rilevanza di  ciò che le classi colte e urbanizzate  hanno prodotto.

Si capisce come l’indagine di Michela Zucca giunga a sfatare miti e leggende accarezzati da alcuni movimenti, a capovolgere stereotipi sul ruolo delle donne, sulla loro partecipazione alla caccia e alla guerra nella preistoria, sul tema della fragilità femminile.

Per quanto  mi riguarda, la parte più interessante e innovativa di questo studio concerne la preistoria  e le epoche successive, fino al Medio Evo, perché in essa l’Autrice rivela al meglio  la propria formazione di studiosa dell’antropologia ”alpina e del popolo dei boschi”, cioè di quelle zone ancora oggi isolate dai centri urbani che hanno conservato valori, forme di vita e credenze tramandati per via orale e per consuetudine . Ed è a questi periodi,  che si limita questa mia relazione.

 

Alcuni stereotipi da sfatare

La preistoria

Partendo dal primo uomo, che era femmina e non maschio, era nero e non bianco - Lucy, i cui resti,  risalenti a 4 milioni di anni fa, furono rinvenuti in Pitture rupestri, Lascaux, Francia, 10.000-15.000 a.C.Etiopia - vengono  messe in questione le teorie evoluzioniste e diffusioniste, ritenute semplificatorie sulla base dei ritrovamenti più recenti: probabilmente non vi fu una coppia primordiale dalla cui discendenza sarebbe stata popolata la terra, bensì  il nostro pianeta sarebbe stato da sempre abitato da piccoli gruppi negroidi (le etnie si differenziarono in ere molto più recenti), secondo quanto ci direbbero i reperti dei Balzi Rossi in Liguria e le ricciute Veneri paleolitiche.

Difficilissimo ricostruire la storia delle donne in epoche così remote, anche perché la lettura dei reperti data dagli  studiosi risente di pregiudizi  maschilisti difficili da abbattere. Uno dei quali è “la fragilità” femminile:  nel Museo Storico di Stoccolma esiste uno scheletro di donna risalente a 7.000 anni fa, ritrovato in Svezia, a Barum, in una sepoltura corredata da lame, una fiocina e punte di frecce. Attribuito, ovviamente, a un maschio, dopo esami più approfonditi sul bacino,  lo scheletro risultò appartenere a una femmina che aveva partorito addirittura dieci o dodici volte. Lo schema interpretativo classico è sempre uguale: qualora nelle tombe si ritrovino armi, si pensa che appartengano a un maschio , oppure che siano “doni” del marito, simboli sacerdotali e quant’altro e cosi pure nei graffiti rupestri, a meno che non si notino evidenti segni  sessuali, come il triangolo della vulva. Secondo Zucca varie prove ci autorizzano a pensare che esistesse una forma di parità dei sessi relativamente ai ruoli, che conferma l’uso della violenza  anche da parte delle femmine.

L’esclusione delle donne dall’uso della forza che pure possiedono come ben sappiamo dalle prestazioni di certe atlete,  è ascrivibile  al  fatto che la forza muscolare , come dice Marvin Harris in Cannibali e re, è determinante nella costituzione di un  gruppo di combattimento, e quindi la presenza di  femmine forti e ben addestrate confliggerebbe con la gerarchia sessuale  necessaria  alla trasmissione del potere e della ricchezza.

Benché il conflitto non sia mai stato assente, anche in società primordiali, ove le incursioni dei vicini mettevano in continuo pericolo l’esistenza, la storiografia corrente parla solo di  un esempio isolato di donne guerriere, limitato alle misteriose Amazzoni, citate da Erodoto, che si ribellarono alle armate greche e, incrociandosi con i nomadi Sciti, imposero l’egualitarismo a cui erano avvezze. Al contrario, gli screening osteologici su reperti di sepolture smentiscono l’affermazione  che solo i maschi combattessero, rilevando una presenza di giovani soldatesse stimabile tra il  10% e il 19% .

La storiografia classica  ritiene che l’avvento del patriarcato abbia avuto luogo nel Neolitico, con il passaggio dal nomadismo dell’economia pastorale all’agricoltura, inevitabilmente stanziale. Lo  studio di Marja Gimbutas  parla di culture egualitarie stanziali di tipo urbano che conservavano strutture matrifocali, sconvolte poi da invasioni che imposero con la forza il patriarcato e, nel corso del tempo, registrarono l’inizio dell’accumulazione. Il passaggio si realizzò  nei millenni, giungendo alla costruzione di un nucleo ereditario teso a conservare i beni all’interno della famiglia, il che  poteva avvenire solo in linea maschile.

Il tema del matriarcato,– ossessione  o speranza di una parte del movimento delle donne –   connesso con l’ipotesi dell’esistenza di civiltà o gruppi pacifici e sessualmente egualitari esistenti prima della società patriarcale, fu sostenuta dall’importante opera dello svizzero Jakob Bachofen , Il Matriarcato (1861) e, nel secolo scorso, dalla Gimbutas.  Si tratta di una delle tesi che Zucca tende a smontare. Recenti scoperte archeologiche  dimostrano che presso il popolo dei kurgan (Sciti, Sarmati, ecc., nomadi  abitanti in tende dette kurgan) la donna poteva accedere ai ruoli più alti della scala sociale , ma si trattava di una cultura matrilineare non pacifica, come  ipotizzato dai teorici del matriarcato, bensì tra le più ferocemente guerriere.

Che la guerra fosse  sconosciuta  presso quel tipo di civiltà  egualitarie è stato un sogno accarezzato da diverse storiografe femministe. La Gimbutas   sostiene che l’assenza di fortificazioni in alcuni luoghi  e in epoche pre-neolitiche dimostrerebbe l’assenza della guerra. In realtà si trattava di popolazioni nomadi, per le quali l’esigenza della mobilità era superiore a quella della difesa.

Senza escludere l’esistenza di gruppi matrilineari o matrifocali, si trattava di società spesso ferocemente guerriere.

Con queste premesse Zucca si sofferma sullo stereotipo della “povera fanciulla indifesa”, costitutivo della costruzione dell’identità femminile, mettendo in evidenza che l’aggressività a scopo difensivo in epoche più vicine a noi viene incentivata solo nei maschi  e trova il suo campo di addestramento nella caccia, come preparazione alla guerra.  Attribuendo una presunta massa muscolare “ridotta”, alle femmine veniva impedito anche semplicemente di toccare le armi.

Un’altra illusione  da abbattere è quella della “primitiva libertà sessuale”. In ogni tipo di società il sesso è stato sempre regolato, essendo troppo profonde le implicazioni dell’atto sessuale  - non solo la riproduzione, ma il piacere, l’amore, il fattore economico ed ereditario.  In epoche in cui la proprietà privata non esisteva, la competizione per i beni di sostentamento era limitata, vi furono esempi di permissività al termine dell’adolescenza, ma non in modo uguale tra femmine e maschi.

Eppure fino agli anni Cinquanta del ‘900, tra le contadine delle Alpi la possibilità di autodeterminazione  (scelta del coniuge, relazioni con l’altro sesso, ecc.) erano assai superiori a quelle delle donne di città.  Non a caso le risorse derivavano da  proprietà collettive, il che evitava problemi  di passaggi ereditari.  Zucca ipotizza   che  ciò derivasse dal riprodursi di stili di vita ancestrali che si tramandano indisturbati fino quasi a oggi.

 

Una preistoria al femminile

Ne deriva la possibilità di individuare una “preistoria al femminile”: si devono alle donne le principali scoperte scientifiche  dell’epoca, la tessitura, la preparazione e la conservazione dei cibi, la ceramica, l’addomesticamento di piante e animali, forse la scrittura, l’arte e la religiosità. A questo proposito  Michela Zucca nota la importante presenza - questa sì, di tipo matriarcale -  del culto della Dea, la Grande Madre, testimoniata da rappresentazioni simboliche legate al mondo naturale  - pietre, alberi, stagni, frutti, selve e da statuine di donne dagli attributi femminili molto pronunciati, le Veneri paleolitiche. Il suo stesso nome – la cui radice sta nei lemmi mater, materies, matrix e, in tedesco Mutter, Moder (fanghiglia), Meer (mare) - è legato alla materia e ne indica il potere creativo, la fertilità, la terrificante forza generatrice , che è quella di tutte le donne .

Il culto della Dea – cui   Zucca dedica un’ampia analisi - inglobava gli opposti - terra e cielo, luna e sole  ed è sopravvissuto ben oltre il Neolitico in ambienti alpini o comunque vicini alla natura. Ancora oggi esistono santuari  dedicati alla  madonna, versione cristiana della Grande Madre  (v. la madonna nera di Oropa (Biella) ) cui ci si rivolgeva come protettrice della nascita e della fecondità.

 

Il patriarcato

Il Neolitico

Da una certa tradizione storiografica femminista la perdita di potere delle donne è attribuita al patriarcato,  nato dallo sviluppo dell’agricoltura stanziale nel Neolitico.

Tuttavia la stessa Gimbutas ha dimostrato che esistevano culture agricole stanziali in cui permanevano strutture sociali matrifocali,  successivamente sconvolte da invasioni che imposero il patriarcato e la necessità della monogamia femminile per ragioni di passaggio ereditario.

 

I Celti

Sappiamo che tra i Celti, ritenuti pericolosi barbari, non vi erano miti di fondazione riferiti alla guerra. Le loro migrazioni avvenivano senza combattere.  Non solo, rispetto alla civiltà greca e a quella romana,  nella quale si affermarono il Diritto romano e poi il cristianesimo, la condizione femminile era  più favorevole, forse per il permanere di antiche usanze, almeno  nei territori montuosi e  più continentali. Su tutto ciò la vulgata storiografica tradizionale  non si è mai espressa diffusamente e nulla è stato insegnato nelle scuole. Si conoscono solo i racconti di romani, stranieri dunque, come Cesare, Strabone, Tito Livio, Cassio Dione, poiché i Celti prediligevano la tradizione orale. Dei Celti si conosce quanto rivelato dai reperti archeologici, per altro occultati nei nostri musei, perché non abbastanza “belli”. Una società matrifocale su cui Tacito riferiva che le donne gestivano il culto  e godevano di grande considerazione e la violenza veniva usata solo a scopo difensivo.

 

Urania, musa dell'astronomia e della geometria nella mitologia greca. Figlia di Zeus e Mnemosine.La civiltà greco-romana

Sappiamo della condizione delle donne ad Atene, influenzata da costumi di derivazione orientale, dove esse nulla contavano, tanto che a loro venivano preferiti i giovinetti.

A  Sparta, invece,  la donna nobile,  rispettata e protetta dalla legge, era estremamente libera e dedita alla guerra al pari del maschio.

E sappiamo pure che nella Roma dei Re, il cui mito fondatore, celebrato per secoli è rappresentato da uno stupro di massa, cioè il ratto delle Sabine, tra i plebei esistevano residui di diritto matriarcale  insieme a legami  con i culti del passato legati alle acque e alla Dea, che veniva celebrata alle Idi di Marzo. Le  patrizie, invece,  ottenevano indipendenza dal marito solo se avevano generato almeno tre figli.

Benché l’avvento del cristianesimo pare essere responsabile della diminuita libertà delle donne,  a Roma il clima culturale stava cambiando da tempo. Agli inizi la religione cristiana, professata dalla setta che era prevalsa sulle altre, fornì speranza  di maggiore eguaglianza sociale e di consolazione a una popolazione sempre più disperata per le condizioni di vita dovute alla  decadenza morale ed economica dell’Impero.

Tuttavia già Paolo di Tarso (Lettera ai Corinzi, I, 1 e XXI, 7) raccomandava che la donna   dovesse essere sottomessa, dovesse tacere, accudire la casa e non parlare pubblicamente.  Dopo il II secolo crebbe la repressione sessuale, da alcuni pensatori venivano predicate  la castità e l’ascetismo e Tertulliano  sferrò un attacco violento contro la donna “sfrontata” a cui veniva richiesto di tacere, di non compiere esorcismi, di non insegnare né battezzare. La demonizzazione del sesso procede con maggiore vigore dopo l’Editto di Milano (313) che sancisce il cristianesimo come religione di stato e contemporaneamente all’uomo attribuisce   potere sulla donna, presentato come dovere di protezione. Già nel IV secolo gli sposi si votavano alla continenza e le donne libere che si univano  agli schiavi venivano condannate al rogo.

 

La caduta dell’Impero romano

Il cristianesimo

La  convinzione che l’Impero romano sia caduto  per le invasioni dei barbari è un caposaldo della storiografia tradizionale.  Al contrario, si sa che non vi fu resistenza ai confini dell’Impero: i “barbari” erano tribù di gente stanca e affamata che varcò facilmente i confini mescolandosi alle popolazioni romane.

Il diritto germanico di matrice celtica presentava aspetti interessanti relativamente alla libertà e all’autodeterminazione femminile, tanto che molte donne andarono a vivere oltre confine, svolgendo un ruolo fondamentale  nella fusione tra i popoli. In verità nei territori dell’Impero le popolazioni conquistate non si erano mai mescolate con i romani, da cui  erano disprezzate e sfruttate. Quelle germaniche erano società tribali matrifocali che praticavano  credenze religiose di tipo animistico-sciamanico  amministrate da sacerdotesse.

Nelle città rimasero nobili e preti cristiani,  soggetti di cui si è occupata la storiografia tradizionale, quasi che fino al Rinascimento lo sviluppo dell’Europa si fosse arrestato. Furono cancellati almeno otto secoli  di storia dei ceti subalterni, quelli che lasciarono le città, divenute covi di malfattori e abbandonarono le strade romane, infestate da predoni, per muoversi lungo i sentieri dei boschi, praticando un’economia di auto sussistenza, insieme al culto della Dea madre .

A partire dal V secolo, però, volgendo l’attenzione alle regioni di montagna (e qui l’Autrice entra in profondità nel suo campo d’indagine), lontano dalle città dell’Impero  in piena decadenza materiale e morale, luoghi dove, secondo le teorie tradizionali si realizzava la storia, la cultura viene prodotta e fiorisce nei castelli, dove si trasferisce la classe dominante e nei monasteri, tra monaci e semi-nomadi, come i trovatori. E contemporaneamente, nelle foreste e nei campi, contadini e pastori continuano a vivere perpetuando usanze e rituali antichi, ben lontani dal cristianesimo. Un mondo misterioso e terrificante agli occhi di chi vive in città,  popolato di fate e gnomi, brulicante di uomini e donne che dalla condizione di  schiavi sono tornati a essere cacciatori e raccoglitori, come in ere molto precedenti. Un ritorno al lavoro svolto collettivamente, una vita vissuta in comune, tanto che nei castelli signori e contadini per secoli mangiarono, dormirono,  concepirono figli nella stessa stanza,.

Senza desiderio di avanzamento sociale, il popolo dei boschi e dei monti si muoveva nelle selve, obbedendo alle proprie credenze. Sulle Alpi e sui Pirenei  vissero per quasi un millennio popolazioni tra le più ricche , con un alto tasso di alfabetizzazione, presso cui la donna viveva una condizione elevata.

Secondo un’ottica nuova, che legge la complessità dei dati con uno sguardo attento alle dinamiche di classe , di genere e di territorio, Zucca vede la caccia alle streghe e la sconfitta delle donne come operazione necessaria al capitale nascente che risiedeva nelle città.

Essendo la popolazione impegnata almeno per tre quarti a produrre beni alimentari, a un certo punto si rese necessario ridurre la natalità. Molti storici  riferiscono dell’uso dell’astinenza prematrimoniale, di matrimoni in età “avanzata”, tra i 24 e i 26 anni. Per i cristiani il matrimonio divenne un sacramento solo dopo il Concilio di Trento,  a partire dal XVI secolo, mentre tra i contadini quasi non esisteva. La sessualità si svolgeva tra loro  anche fuori dal legame  matrimoniale e nei manuali di confessione si trovano accenni alle pratiche contraccettive ad opera di donne definite “streghe”  che nelle prediche venivano tacciate come esseri di natura diabolica. In realtà nelle campagne e sui monti le pratiche di controllo delle nascite, come l’aborto e la contraccezione, venivano esercitate da donne professioniste, che conoscevano profondamente l’effetto terapeutico di certe erbe e di alcune radici. Le “streghe”esercitavano in tal modo una funzione sociale utile alla sopravvivenza della comunità.

In un’economia di auto sussistenza che non praticava gli scambi di mercato, la famiglia produceva il necessario, evitando gli sprechi e riuscendo a realizzare per millenni il ciclo chiuso: produzione, consumo, riutilizzo, cura dell’ambiente.  Questo tipo di organizzazione, tutt’altro che semplice, permetteva uno sfruttamento della natura con un ridotto danno ecologico. Proprio quello che oggi sarebbe necessario onde evitare il disastro ambientale.

Furono le donne a compiere questo miracolo, conservando l’eguaglianza  e la capacità di gestire il potere, in un tempo in cui  gli abusi da parte dei nobili erano ridotti dal fatto che contadini e signori non vivevano negli stessi luoghi e questi ultimi evitavano di percorrere le strade, rese pericolose dagli assalti dei predoni. Lo stesso ius primae noctis era più che altro una leggenda, perché, quando si verificava, causava immediatamente  rivolte sanguinose .

In un mondo in cui erano sparite le mollezze della vita dei patrizi latini, sostituite da una dinamica esistenza di rapidi spostamenti di cavalieri dediti alla guerra, nei castelli le donne, a quanto pare, erano libere di decidere della propria vita, svolgevano ruoli di responsabilità, mantenevano rapporti epistolari con uomini potenti, prendevano decisioni importanti, pur se la scelta  per loro si giocava tra il matrimonio e il convento.

La nobiltà di sangue si trasmetteva per linea femminile  e  la ricchezza, la condizione sociale di figli e parenti accresceva il prestigio della posizione della donna. Le dame godevano anche di una certa libertà sessuale, con poca differenza di comportamento tra i due sessi, anzi, erano le donne a prendere l’iniziativa.

Nel Medio Evo la donna non è mai stata per definizione debole: l’adulterio è praticato di frequente, la sua mancanza di modestia e di sottomissione (come l’uso della forza  per risolvere i conflitti ) è stata tramandata dalla testimonianza di ecclesiastici.  La stessa figlia di Carlo Magno, Berta, ebbe per amante un abate. Ma  questa vivacità delle donne ebbe spazio  finché non tornò a essere imposto il diritto romano.

La cultura era  attività in gran parte riservata alle donne. Intorno all’anno mille,  Roswita della famiglia degli Ottoni scriveva commedie  e nel XII secolo la badessa di un monastero, Herrat di Landsberg compose un’enciclopedia. Il monastero fu il luogo di potere dove le badesse – donne provenienti dall’aristocrazia -  coltivarono il sapere e le lettere insieme a semplici monache per quasi un millennio.

Le badesse erano sovrane di un piccolo regno, strettamente gerarchico, di modello feudale, all’interno del quale si coltivavano il sapere, le lettere e anche i piaceri della vita. Ricordiamo, come esempio, Eloisa, famosa intellettuale  del suo tempo, che fu amante di Abelardo ed era entrata in convento dopo essere rimasta incinta.

 

Le streghe

Dioniso, II secolo dopo Cristo, Museo del Louvre, Parigi.Nei millenni, in epoca pre-romana e tra i Celti, ossia in tutto il continente europeo si celebrò il culto di tipo estatico-sciamanico della Grande Dea, derivato dai riti dionisiaci (ricordiamo che Dioniso è divinità  molto più antica degli dei dell’Olimpo) celebrati dalle menadi, che in un certo modo precorrono la religione delle streghe di montagna.

La cosiddetta strega è una donna  che  fugge dal consesso umano per recuperare uno stato di naturalità, rifugiandosi in luoghi frequentati solo dalle fiere. Si maschera da animale, coprendosi di pelli, si dà alla caccia, uccide. Cade in trance, il suo linguaggio è inarticolato, crolla esausta in danze frenetiche, è ritenuta possedere poteri soprannaturali. Con lei, durante tutto il Medio Evo, sui monti si celebrano i riti della fecondità. Se i riti druidici non avevano retto all’attacco del cristianesimo, su Alpi e Pirenei permanevano i ministri del culto di origine dionisiaca, le fate e le streghe.

Il cristianesimo stesso, visto con l’ottica della “fenomenologia delle religioni” , si presenta in quel periodo come un sistema politeistico: un Dio padre (benevolo, ma assente), un figlio che si è fatto uomo ed è mediatore tra il Padre e gli uomini e infine la Dea, sua madre, seguita da una schiera di semi-dei minori, protettori di varie attività. Lo Spirito Santo non era quasi considerato, restando di difficile comprensione.  Le divinità sono in lotta contro le entità del male, i Demoni.

Non si promuovono crociate contro questo sistema di credenze, ma la Chiesa comincia a istillare il “timor di Dio” e la paura della morte. Nel Trecento e nel Quattrocento si notano le prime avvisaglie dell’Inquisizione: la religione popolare non è più ritenuta semplicemente folklore ed è punita con la tortura e la morte la celebrazione del Sabba, nella quale il sesso ha un posto rilevante,. Con l’affermarsi del potere della Chiesa, le streghe sono considerate agenti di sovversione sociale. Vi furono vescovi e missionari che cercarono di inglobare alcuni aspetti della religione popolare nella dottrina cristiana, ma  alcuni Concili vescovili (Arles nel 452, Tours nel 567 e Nantes nel 568) che condannarono fermamente la religione animistica degli alberi. Ciononostante la cristianizzazione non riuscì a cancellare in tutte le Alpi “le ultime dimore dei pagani” - le grotte, le rovine dei castelli. Le erbe terapeutiche, le radici degli alberi che  si nutrivano dei liquidi vitali del ventre della Madre Terra rimangono i simboli intorno a cui le comunità si stringono  trovando la loro identità. Secondo Jung e Ginzburg si tratta di tipi di ritualità diffuse in tutto il continente e forse “insite nella storia dell’umanità”.

Si giunge così alla condanna di eresia per coloro che praticano quei culti e che non si adeguano alla dottrina cristiana: Catari, Valdesi, Umiliati, Dolciniani, che si muovono tra le montagne in mezzo a coloro che conservano le antiche credenze. I Valdesi, poi, vi rimarranno. Nelle sette ereticali condannate per stregoneria furono protagoniste le donne:  come avvenne tra gli Albigesi, presso i quali avevano funzioni dirigenziali.

 

L’attacco al popolo dei monti e dei boschi

L’attacco al popolo dei monti e dei boschi fu in un primo tempo di carattere giuridico ambientale con modalità che si ripeterono uguali in tutta Europa.

Si pretese che ogni singolo individuo dimostrasse di possedere una residenza fissa, così da responsabilizzare la comunità di appartenenza per ogni crimine  commesso, evitando che gli abitanti si allontanassero dal proprio villaggio. Se ciò assicurava in qualche modo un controllo sociale, veniva al  tempo stesso a colpire un popolo  - la population flottante - che si muoveva per i monti e le campagne, comprendente mercanti, donne che occasionalmente si prostituivano, frati perdonatori,  questuanti, poeti di corte, trovatori, compagnie di attori, predicatori, malfattori che fuggivano la legge e un’infinità di altre categorie.  A questi si aggiungono, nel tardo Medi Evo, gli zingari arrivati dall’India.  La montagna era divenuta anche rifugio di tutti coloro che per motivi di vario tipo lasciavano la città spinti dalle guerre, dalle imposte e dalla fame.

La legge contro il vagabondaggio permise di infrangere il legame di solidarietà tra le persone. Il vagabondo o il ribelle venivano consegnati alla legge dalla stessa comunità, che in tal modo si auto proteggeva evitando di pagare i costi delle ribellioni contadine.

Venne  sancita l’imposizione del cognome ai plebei e alle donne e chiunque non riuscisse a dimostrare di avere un lavoro e una residenza poteva venire arrestato per vagabondaggio. Inoltre, le donne che portavano il cognome materno venivano bollate  come illegittime e destinate a cedere a qualsiasi richiesta dei maschi vicini. Su queste basi culturali , secondo Zucca,  ha origine la caccia alle  streghe.

 

La streghizzazione

In questo contesto, come in qualsiasi società tradizionale,  le disparità di fortuna economica o sociale  che appaiono inspiegabili agli occhi  della comunità vengono attribuite ad atti di stregoneria che permettono di ottenere potere a totale danno dei vicini. Una spiegazione logica dell’ingiustizia sociale in comunità che non hanno strumenti per comprendere l’origine di tale iniquità.

Le  accuse di stregoneria consentivano la riappropriazione e la redistribuzione di ricchezze sospette possedute dalle cosiddette streghe.  Crudelissime esecuzioni sommarie  furono così compiute dalla rabbia popolare, senza neppure arrivare ai tribunali. In certi casi si ricorreva alla repressione di  coloro che venivano ritenuti “improduttivi” – folli, mendicanti, vagabondi, “donne perdute”. Qualcosa di riconoscibile e presente ancora oggi nell’attuale società.

Molti dei fenomeni  individuati dagli studi di questa antropologa sono dunque tristemente giunti fino a noi permeando la nostra cultura, specie nelle modalità che portano all’esclusione.

Un  lavoro documentato e interessante, quello di Michela Zucca, utile anche a comprendere il costituirsi di alcuni stereotipi sull’immagine della donna che hanno portato alla sua esclusione  dal potere, il cui risultato  è stato una guerra tra i sessi tesa a sminuire e disconoscere le sue  potenzialità e le sue evidenti capacità.

Una guerra che non è ancora finita, ma che forse mostra qualche segno di crisi.