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Sicurezza alimentare. Intervista all'ecofemminista tedesca Maria Mies. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Marina Impallomeni

da Dwpress Weekly Report

Roma. Il Women's Day on Food ha avuto luogo nel novembre 1996, è stata un'intera giornata dedicata al punto di vista delle donne sulla sicurezza alimentare, tenutasi nell'ambito del Forum delle ONG,. Ha mostrato, se ancora ce n'era bisogno, quanto sia ricco il pensiero delle donne. Tra le molte voci che al Forum si sono incontrate, vi è stata quella di Maria Mies, una delle maggiori teoriche dell'ecofemminismo e della critica alla globalizzazione del mercato, fondatrice insieme ad altre donne del giornale beitraege zur feministischen theorie und praxis, nonché coautrice, insieme a Vandana Shiva, del libro Ecofeminism (Londra, 1993).

Ci sembra importante riproporre oggi l'intervista.

 

 

 

Le donne presenti al Forum delle ONG qui a Roma hanno rivendicato alcuni dei loro diritti fondamentali, come il diritto a possedere ed ad ereditare laFood security terra, l'accesso al credito, all'istruzione, alle tecnologie. In molti casi le loro rivendicazioni si pongono sul piano della parità rispetto agli uomini. Lei propone però, insieme a Vandana Shiva ed altre donne, una critica del sistema economico e della liberalizzazione dei mercati a livello globale...

Certamente. Le donne che sono qui, in particolare quelle provenienti dai paesi del Sud del mondo, non necessariamente condividono la stessa analisi, e molte di esse ancora rincorrono lo sviluppo. Ma molte altre stanno invece cominciando a sfidare radicalmente questo paradigma, sia nel Nord che nel Sud del mondo.

 

Può aiutarci a capire qual è la specificità di genere della sua analisi, rispetto alla critica della globalizzazione?

Naturalmente, ci sono anche molti uomini che hanno una posizione critica nei confronti della globalizzazione del mercato, ma la maggior parte di essi non si domandano come sia possibile il basso costo del lavoro. Dall'inizio degli anni '70, quando ci fu la crisi petrolifera, il capitale europeo e americano ha iniziato a trasferire tutte le fabbriche nei paesi a basso costo del lavoro, come le Filippine, Hong Kong, la Corea. Ora, gli studi dicono che dall'80 al 90% di questa forza lavoro è costituita da donne, ed in particolare da donne giovani e non sposate.

 

Per quale motivo?

Fondamentalmente, queste donne non vengono considerate lavoratrici, ma casalinghe. A mio parere, non si può comprendere il meccanismo della globalizzazione se non si guarda al lavoro delle donne, e se non si tiene conto di quella che ho chiamato casalinghizzazione del lavoro. Se le lavoratrici fossero trattate come tali, sarebbero sindacalizzate, avrebbero la tutela delle leggi sul lavoro. Questo vale anche per il lavoro nelle case, in cui le donne svolgono una produzione di tipo artigianale. Il livello di sfruttamento del loro lavoro è tremendo, e si basa proprio sul non riconoscimento delle donne come lavoratrici. E se vengono considerate casalinghe, questo significa, concettualmente, che hanno a casa un marito che lavora e che viene retribuito, per cui quello che fanno le donne è, secondo questa concezione, soltanto un aiuto, un di più. Questo implica che ogni donna è fondamentalmente e naturalmente una casalinga: dunque, un'ottima forza lavoro per la globalizzazione.

 

Lei si è soffermata sulla situazione delle donne del Nord del mondo, che stanno ormai diventando quasi esclusivamente consumatrici. Ci sono, a suo parere, delle differenze, nel loro approccio, rispetto a quello delle donne del Sud?

"Io condivido la mia analisi con donne di altri paesi, anche del Sud, come Vandana Shiva, Farida Akhter ed altre, in solidarietà reciproca. Le donne che vivono nei paesi del Nord del mondo stanno diventando sempre di più consumatrici passive. Quasi più nessuna di loro lavora nei campi, ed anche le fabbriche si vanno svuotando. La critica delle donne del Sud è molto più legata all'esperienza diretta della violenza del sistema, la nostra prende le mosse invece dall'osservazione della violenza indiretta, dall'alienazione, dalla violenza contro le donne, dall'ineguaglianza, anche se questa violenza sta diventando sempre più diretta. Le donne stanno perdendo posti di lavoro, gli stati non si sentono più responsabilizzati. Io chiamo questo processo Terzo-mondializzazione del Primo Mondo".

 

Food securityC'è, a suo parere, anche una questione di classi sociali, connessa alla questione di genere, nei problemi legati alla sicurezza alimentare?

"Vi è certamente anche una questione di classi sociali, ma il concetto di classe, se facciamo riferimento alla teoria marxiana, che individua il rapporto tra detentori dei mezzi di produzione e coloro che invece non ne dispongono, non è adatto a spiegare il fenomeno che ho chiamato casalinghizzazione del lavoro. Se ad esempio definiamo come appartenenti alla classe lavoratrice solo coloro che percepiscono un salario, allora la maggior parte di questa è costituita da uomini. Le casalinghe, ad esempio, vengono escluse dall'analisi. Ritengo più corretto il concetto analitico di sfruttamento. La domanda è: chi sfrutta chi? In effetti c'è una gerarchia di livelli di sfruttamento: il capitale sfrutta il lavoro, i lavoratori sfruttano le lavoratrici, forse entrambi sfruttano i bambini, e tutti sfruttano la terra".

 

Questo Forum delle ONG si svolge parallelamente al Summit della FAO. Crede nella sua utilità, e più in generale nell'utilità delle grandi Conferenze Internazionali organizzate dalle Nazioni Unite?

Questa Conferenza è la prima a cui partecipo. Non me ne sono mai interessata in modo particolare, perché non credo molto nei cambiamenti dall'alto. Credo invece nei cambiamenti dal basso, dalla gente, e mi interessa molto di più mobilitare le persone. Le Conferenze ufficiali possono essere utilizzate, come abbiamo fatto qui, come grandi occasioni di incontro e di scambio di opinioni, ed è quello che abbiamo cercato di fare".

 

Forse il problema è fare sì che i governi rispettino gli impegni assunti in sede internazionale...

No, non sono d'accordo. Il problema è prima di tutto raggiungere le persone, creare un movimento sufficientemente forte. Non capisco questo lavoro di lobby sui governi. Trovo ridicolo, in un paese democratico, che noi che abbiamo eletto la nostra rappresentanza dobbiamo poi fare un'azione di lobby nei suoi confronti, perché non ci rappresenta adeguatamente. Quando la politica diventa una professione, quando si fanno derivare dalla politica il proprio staus ed il proprio reddito, allora si crea un grosso divario tra le persone ed i rappresentanti politici. Io ritengo che dobbiamo creare relazioni differenti tra di noi, tra la gente, mettendo in relazione tra loro i vari movimenti, quelli delle donne, quelli pacifisti, quelli del Terzo Mondo. Se ci rafforziamo, potremo anche portare avanti la nostra riflessione sul tipo di governo di cui abbiamo bisogno, magari un tipo di governo completamente diverso, un diverso concetto di democrazia.