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Con Marx e oltre il marxismo
L’infamia originaria PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Mercoledì 09 Novembre 2016 12:50

di Lea Melandri

Il corpo della donna, nel modo in cui compare sulla scena sociale è già altro da sé. È essenzialmente forza lavoro produttrice di figli, di lavoro domestico e di piacere per l’uomo. Questo costituisce l'originaria violenza sessista patriarcale.
The woman's body, in the way how it appears on the social stage, is from the beginning somethin else: it is essentially labour force producing children, housework and pleasure for the man. All that constitutes the original, sexsist, patriarchal violence.

Riportiamo un capitolo di un testo fondamentale di Melandri, pubblicato in prima edizione nel 1977, perché riteniamo che l'analisi della originaria violenza sessista nei confronti della donne in epoca patriarcale, sia un elemento da tenere in considerazione, soprattutto oggi, in presenza  di una certa confusione e una inedita alleanza tra istanze neo-liberali e istanze fondamentaliste all'interno dei femminismi italiani.

Dal capitolo Lo scarto irriducibile, pagg. 32-35 (Lea Melandri, L'infamia originaria. Facciamola finita col cuore e la politica, Roma, Manifesto libri 1997)


L’economicismo e l’idealismo sono vizi che la sinistra marxista ha ereditato dalla borghesia, ma sono anche evidentemente il prolungamento di un più antico privilegio patriarcale. La confusione tra economia/economicismo, bisogni individuali/individualismo, sessualità/intimismo, nasce, in una forma di cui solo oggi riusciamo a vedere la contraddittorietà, nelle analisi di Marx e Engels.

Prendiamo L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato.

Engels ricostruisce la storia della famiglia,  del rapporto uomo-donna, servendosi delle stesse categorie interpretative che Marx aveva usato per l’analisi dello sfruttamento economico.

Quando si dà per sottinteso che non esiste una differenza specifica uomo-donna, relativa alla sessualità, e che la sessualità femminile coincide col desiderio dell’uomo, l’equivalenza donna=proletario diventa fin troppo facile. Il corpo della donna, nel modo in cui compare sulla scena sociale è già altro da sé. È essenzialmente forza lavoro produttrice di figli, di lavoro domestico e di piacere per l’uomo.

Il predominio maschile non nasce dunque con la proprietà privata e con la famiglia monogamica, come dice Engels, ma si situa all’origine del rapporto tra i due sessi in un atto di espropriazione che solo ora comincia ad affiorare alla coscienza.

Con il predominio della sessualità maschile si instaura anche il primato, materiale e ideologico, delle relazioni economiche su tutti gli altri rapporti sociali.

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Contropiano dalle cucine. Quarant'anni per (non) pensarci. Seconda parte PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Domenica 07 Febbraio 2016 10:36

di Deborah Ardilli

La seconda parte del saggio che qui proponiamo dà conto di quanto le attuali tematiche  della cura e della teoria del gender siano debitrici alle analisi e alla teorizzazione dei Gruppi di Lotta Femminista degli anni Settanta.

The second part of the essay here published, shows how much the present themes of “Care” and “Gender Theory” are debtors to the analyses and to the theories elaborated by the Groups of Lotta Femminista during the '70s, in the past century.

In riferimento alla rivendicazione salariale, viene ribadita la crucialità di un punto connesso alla necessità di denunciare l’assegnazione femminile al lavoro domestico, anziché di intestarsela come principio di autovalorizzazione da premiare con una gratifica alla produttività:

'Salario al lavoro domesticoì' significa che il capitale dovrà pagare per l’enorme quantità di servizi sociali che attualmente ricadono sulle nostre spalle. Ma la cosa 'più importante' è che chiedere salario per il lavoro domestico significa rifiutare di accettare questo lavoro come destino biologico. E questa è una condizione indispensabile per la nostra lotta. Niente, infatti, è stato tanto efficace nell’istituzionalizzare il nostro lavoro gratuito, la famiglia, e la nostra dipendenza dagli uomini, quanto il fatto che il nostro lavoro è sempre stato pagato non con un salario ma con l’ 'amore' [Federici 1975: 58]. 

Qui sta il nodo: la precedenza del politico sull’economico, il primato dell’agire sul beneficiare di risultati concepiti indipendentemente dai movimenti che potrebbero produrli. In altri termini: se l’aspetto più importante della richiesta di salario consiste nel prendersi a forza il tempo per la battaglia finalizzata a garantirselo; se ad essere decisivo è il gesto collettivo che interrompe il ciclo, mandando in frantumi la parvenza di naturalezza che impone di misconoscere la prestazione domestica come lavoro subordinato per riaffermarla come disposizione interiore preesistente alla norma sociale che la istituisce; se tutto questo è vero, ne discende che i rilievi avanzati a partire dal punto di vista della paga versata per continuare a svolgere i compiti di sempre mancano clamorosamente il bersaglio. Lo mancano, perché muovono dal presupposto che sia possibile strappare quei soldi allo Stato senza mettere in crisi i rapporti familiari e sessuali che istituzionalizzano, disciplinano e naturalizzano l’erogazione di lavoro gratuito. E lo mancano perché, tramite il riferimento a una battaglia ideologica di cui non colgono appieno il versante materiale, finiscono -nonostante i migliori propositi dichiarati- per abbracciare il paradosso di una politica femminista orientata a governare i propri effetti in modo che nulla di essenziale nella vita e nel modo di organizzarla cambi. È invece a quest’altezza, secondo le femministe del salario, che va individuato e aggredito quel nesso profondamente normante tra lavoro non retribuito, istituzionalizzazione del ruolo e sopravvivenza simbolica che una battaglia tutta centrata sul piano delle coscienze rischia invece di smarrire. Come sciogliere quel nodo, senza creare contestualmente le condizioni per una dimostrazione vivente della possibilità di sovvertire la norma?

Ma perché milioni di casalinghe non riescono a rifiutare o non vogliono rifiutare il lavoro domestico? Nostro compito è cercare di capire il perché di questo comportamento tenendo ben presente che 'le donne hanno sempre fatto bene i conti' per la loro sopravvivenza. A questo proposito è opportuno demistificare un’opinione corrente presso alcune donne del Movimento: cioè che le donne in generale si sposano, fanno il lavoro domestico, fanno i figli, perché non hanno ancora preso coscienza del ruolo che è stato loro imposto, del loro sfruttamento e della loro oppressione. Queste donne del Movimento ne deducono che compito del Movimento è dare battaglia su questa ideologia e far prendere coscienza anche alle altre donne del loro ruolo. Da qui a costruire un contro-ruolo, e poi cercare di imporlo alle altre donne, il passo è breve. Solo che questa sarebbe 'un’ennesima violenza' contro le donne stesse. Ma il problema, dal nostro punto di vista, non è quello di combattere un’ideologia e costruirne un’altra. Il problema è quello di costruire un’'alternativa materiale' in base alla quale le donne possano 'fare altri conti'. […] Non esiste lavoro più istituzionalizzato di quello domestico e conseguentemente non esiste ruolo più istituzionalizzato di quello femminile. Proprio perché  il lavoro domestico non è mai stato scambiato con un salario, le lotte su tutte le condizioni del lavoro domestico, private della base materiale indispensabile, la lotta sulla retribuzione, sono state più deboli. Conseguentemente noi donne siamo state 'straordinariamente congelate', istituzionalizzate, nella condizione di lavoratrici domestiche. Quante volte abbiamo detto, noi come tutte le femministe, che l’ideologia corrente vorrebbe far passare la donna non come una persona, ma solo come un ruolo, come un’istituzione? E quante volte però abbiamo ribadito che i padroni, per costruire questa ideologia, hanno dovuto negare anzitutto il lavoro domestico come lavoro contrabbandandolo come missione o espressione d’amore? [Collettivo Internazionale Femminista 1975: 25-27].

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Di cosa parliamo quando parliamo di cura PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Venerdì 27 Febbraio 2015 17:03

di Adriana Perrotta Rabissi

La 'cura', concetto al quale la riflessione femminista degli ultimi decenni ha dato nuova valenza, può funzionare da elemento fondante di un nuovo paradigma di convivenza, nella prospettiva di eliminazione della divisione sessuale del lavoro su cui si regge il patriarcato, in tutte le sue specifiche forme.

'Care' is a conception which, feminism has been giving a new value sine the last decades. According to these studies, care can be the founding element of a new paradigm of living together between men and women. The perspective is of eleiminating the sexual division of work on which patriarchate, in all of its forms, is based. is based.

Gemäß der 'Fürsorge', der Feminismus hat dieser Worte einen neuen Wert gegeben. Wirkclich, kannt sie als Fundament legen für eine neue Paradigma der Mitarbeit. Die neue Perspektive ist die Entfernung der sexuelle Arbeits Teilung, über die ist Patriarchat gestützt.

I gruppi dirigenti dei paesi occidentali stanno distruggendo, direi senza rendersene troppo conto, le basi stesse della convivenza civile. Si tratta di un processo che finirà per travolgere, alla fine, anche il loro potere. Purtroppo, prima di questo, travolgerà le nostre società, le nostre famiglie, le nostre vite”. (1)

La parola 'cura'. Una storia recente

Nel 1991 fu pubblicato dal Centro di studi storici sul movimento di Liberazione della donna in Italia, che operò a Milano dal 1979 fino al 1994, Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana (2), uno strumento per l'indicizzazione del patrimonio documentario relativo al femminismo degli anni Settanta, raccolto dal Centro e in fase di catalogazione e classificazione.

Fu necessario trovare uno strumento adeguato all’indicizzazione dei libri e dei documenti dell’archivio e della biblioteca perché il sessismo che caratterizzava i linguaggi documentari allora in uso, peraltro ritenuti neutri rispetto ai generi, si erano rivelati nella pratica inutilizzabili per descrivere i contenuti prodotti dalle analisi, dalle pratiche esperite e dalle teorizzazioni femministe. La costruzione del thesaurus fu accompagnata da numerosi incontri, Seminari e Convegni (3) nazionali e internazionali, con documentaliste delle realtà italiane e europee, tutte alle prese con lo stesso problema di messa a punto di strumenti efficaci e efficienti per la rappresentazione semantica dei documenti dei rispettivi archivi e biblioteche.

In Linguaggiodonna abbiamo adoperato il descrittore Lavoro di cura, collocandolo contemporaneamente nei due microthesauri lavoro e riproduzione corredandolo della seguente nota: “Da intendersi in senso lato come lavoro di accudimento a soggetti inabili, anziani e minori sia all’interno che all'esterno della famiglia". Lavoro di cura è recentemente entrato a far parte del Thesaurus del Nuovo Soggettario della Biblioteca Nazionale di Firenze, che indica come fonte del termine proprio Linguaggiodonna. Il descrittore mi sembra riassuma bene quell’esigenza che emergeva dalla nuova coscienza delle donne, quasi mezzo secolo fa, di mettere sotto critica la separazione e contrapposizione di genere tra produzione e riproduzione, alla base della divisione sessuale del lavoro sulla quale si è costruita la nostra civiltà.

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Sulla cura PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Mercoledì 18 Febbraio 2015 10:18

di Franco Romanò

La dimensione antropologica e sociale è l'alveo in cui l'individuo viene al mondo. Porre la cura come paradigma al centro della riflessione politica ed economica, significa rovesciare le priorità e i falsi valori della società patriacale e capitalistica in tutte le sue forme.

Human beings are born in an anthropological and social environment. To consider the care as a paradigm to be put at the basis of political and economical analysis, means to overcome the priorities and the false values of the patriarchal and capitalist society in all of its historical settings.About care.

Die Menschen in einem  gesellschaftigen Milieu goboren werden. In diesem Werk,  Die Fürsorge eine Grundlage der politischer und oekonomischer Analyse erwogen wirdst, weil sie die Prioritäte der kapitalistischer und patriarchalischer Gemeinschaft stürzt.Um die Fürsorge.

 

La cura, per le autrici del manifesto Cosa accade se l'Europa si prende cura,[1] riguarda ogni aspetto della vita, perché la dinamica intrinseca del turbo capitalismo distrugge il tessuto sociale. In termini di teoria marxiana, la resistenza di classe dei capitalisti (come scrive Paolo Rabissi) alla caduta tendenziale del saggio di profitto si manifesta scaricando all'esterno del processo produttivo tutti i costi, togliendo al tempo medesimo allo stato gli

strumenti per gli ammortizzatori sociali. La cura diventa quindi una forma di resistenza, a valle dei processi di distruzione del sociale, sui quali, almeno per il momento, non si riesce a intervenire a monte, perché questo  implica una capacità e una volontà di prendere decisioni di carattere macropolitico ed economico, lontani dai parametri neoliberisti. Tale prospettiva non sembra all'orizzonte immediato, sebbene qualcosa cominci a muoversi. Tuttavia, tale contingenza può essere l'occasione per ripensare i modi in cui si riconoscono e si aggregano i soggetti colpiti, costituendo reti solidali che siano momenti di lotta ma anche di ricostruzione delle relazioni; solo facendo questo si potrà di nuovo intervenire nei processi a monte della desertificazione sociale in un modo diverso da quello che la tradizione ci offre.

Questo aspetto comunitario e solidaristico è documentato in particolare da Silvia Federici, che offre nei suoi libri e in una recente intervista una panoramica planetaria di queste lotte e forme di resistenza che combinano in modi diversi conflitto e ricostruzione di socialità positive.[2]

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Sergio Bologna, Banche e crisi. Dal petrolio al container, Derive e Approdi, 2013 PDF Stampa E-mail
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Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

Riportiamo integralmente la prefazione al libro, di mano dello stesso autore. In essa egli richiama ancora una volta, non senza polemica, all’unica modalità realmente euristica di leggere Marx : stare dentro le lotte operaie e comunque non perdere di vista l’estrazione di plusvalore che continua ad avvenire dentro le forme della globalizzazione. Per una disamina del lavoro pratico-teorico condotto da Sergio Bologna nel corso della sua militanza operaista rimandiamo alla recensione di Christian Marazzi leggibile a questo link.

Sergio Bologna fondatore di 'Primo Maggio' insieme a Piergiorgio Belloccchio e Grazia Cherchi fondatori dei  'Quaderni Piacentini'Quando Marx inizia la collaborazione con la «New York Daily Tribune» è alle prese con la prima stesura di quel nucleo d’idee che sarà sviluppato nei tre libri de Il Capitale. È un magma incandescente che prende forma pian piano, alimentato più che dalle conoscenze e dalle riflessioni sedimentate negli anni precedenti, dalla realtà di tutti i giorni dell’innovazione capitalistica[1]. Non sappiamo come definire questa coincidenza. Un caso o in realtà non si tratta di coincidenza ma di genesi? Marx si è costruito propri schemi di lettura ma la realtà superava la sua immaginazione e lo aiutava a perfezionare i suoi schemi, a renderli più sofisticati, più calzanti. Mi è sembrato utile, quando scrissi questo saggio qui ripubblicato, capire meglio cosa stava accadendo in quel momento nel mondo, alla metà dell’Ottocento, piuttosto di scavare nell’intimità del processo di pensiero di Marx. Era cominciata la seconda rivoluzione industriale, non era una cosa da nulla, si stava facendo il passo decisivo verso la creazione di un mercato mondiale. Si agiva su due piani: sul piano immateriale, con la moneta, con la finanza, e sul piano fisico, con le infrastrutture, con i mezzi di trasporto. La forma «società per azioni», le banche d’affari, nascono per realizzare queste infrastrutture fisiche, il Canale di Suez, le reti ferroviarie, i porti. Uno dei principali partner finanziari dei fratelli Péreire, grandi protagonisti degli articoli di Marx per la «Tribune», è quel De Ferrari a cui si deve il lascito che ha permesso di costruire il porto moderno di Genova. Uno dei principali partner finanziari di Lesseps, non a caso da lui nominato Vicepresidente della Compagnia del Canale di Suez, è quel barone Revoltella al quale si deve la prima impostazione «logistica» del porto di Trieste.

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L’esperimento fallimentare del socialismo sovietico nella ricostruzione di Rita di Leo. PDF Stampa E-mail
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Giovedì 10 Gennaio 2013 17:06

di Paolo Rabissi

Per tre quarti del Novecento l'URSS è stata la nazione del comunismo realizzato. Al suo crollo il silenzio è calato su quell'esperimento. Rita di Leo, che a quella storia ha dedicato una vita, la ricostruisce nell'ultimo suo libro.

During a large part of the past century, USSR was the land of  communism. After it collpsed, the silence had dropped on that experiment. In her latest book, Rita di Leo, who has dedicated her life to the study of communism, reconstructs its history.

Dreiviertel des zwanzigsten Jahrhunderts stellte die Sowjetunion das Land des realisierten Kommunismus dar. Nach dem Zusammenbruch senkte sich Stille über dieses Experiment. Rita di Leo, deren Geschichte er ein Leben widmete, bildet er in seinem letzten Buch nach.

Cresciuta a contatto delle lotte dei braccianti comunisti pugliesi prima, degli edili romani e degli operai del Nord dopo, nella temperie culturale dell’operaismo italiano più radicaleBoris Kustodiev(Quaderni Rossi, Classe Operaia), Rita di Leo ha seguito l’evolversi del socialismo in URSS sin dagli anni sessanta. Con “L’ esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa” del 2012 (Ediesse, Roma) prova a spiegarci come sono andate le cose, riapre cioè l’analisi di un’esperienza che, dopo il suo fallimento, è stata rimossa fino a diventare un tabù ‘per i suoi protagonisti, i suoi orfani e i suoi nemici’. La sua ricostruzione, al di là del grande interesse intrinseco suscitato da metodo e passione, ci sembra uno strumento importante per qualsiasi studioso del Novecento. L’esperimento profano in   questione (profano, non sacro come quello dei   gesuiti in  Paraguay nel Sud America o come   quello nel Nord dei quaccheri di W. Penn con   Filadelfia) nel XX sec. è  stato quello di rovesciare la logica del potere tradizionale dando alla classe operaia il potere che era stato dell’aristocrazia prima e della borghesia dopo. Come per molti della nostra generazione (i nati a ridosso della guerra) anche per l’autrice furono determinanti avvenimenti come il rapporto di Khrushcev al XX congresso del PCUS  del ’56, la tragedia ungherese dello stesso anno, e poi casi come quello di Pasternak. Per approfondire la conoscenza del paese sovietico si servì della lettura dei giornali, tra cui in  primis la stessa Pravda e il Trud, la lettura del Digest of the Soviet Press statunitense e poi soprattutto dei suoi viaggi in URSS (durante i quali doveva  sfuggire, o provarci, al copione esaltante dell’URSS che i funzionari tentavano di imporle).Tutto ciò contribuì a  suggerire all’autrice (direi più precocemente che a tanti altri) che 1) le classi in URSS non erano state affatto eliminate,  2) che gli intellettuali erano perlopiù antisovietici e 3) che gli operai sovietici erano in realtà scontenti della loro condizione e che la denunciavano in tutti i modi possibili. Di tutto ciò l’autrice ha dato conto nelle sue pubblicazioni dagli anni ’60 in avanti.
La maggioranza dei suoi contatti nel paese del socialismo realizzato era composta da intellettuali: economisti, storici, sociologi, filosofi: dalle conversazioni con costoro emergeva che essi si consideravano penalizzati due volte: socialmente in quanto poco valorizzati, politicamente perché non avevano alcun accesso alle leve del potere, al quale comunque aspiravano. La caratteristica dominante tra loro era l’avversione verso il lavoro manuale e il popolo lavoratore, al quale il partito garantiva l’egemonia politica. Gli intellettuali avversarono quella classe al potere dall’inizio alla fine, finché appunto con Gorbaciov e Yeltsin la parabola del ‘popolo al potere’ si chiuse.
Paradossalmente, dice di Leo, quel popolo al potere ce l’avevano mandato altri intellettuali, i rivoluzionari di professione del ‘17. Add a comment
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Frizioni PDF Stampa E-mail
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Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di José Natanson

da Le Monde Diplomatique. Edizione latino americana, numero 153, marzo 2012

Traduzione e cura di Aldo Marchetti

La caduta del muro di Berlino ha eliminato progressivamente l'influenza degli USA in gran parte dell'America latina. Ciò ha permesso l'insediamento di governi progressisti che hanno ottenuto successi economici e politici: la povertà è fortemente diminuita, la crescita economica è superiore a quella degli stati europei.

The Fall of Berlin Wall has progressively eliminated the infuenze of the Usa in a large part of Latin America. This has permitted the rise of progressive governments that have obtained economical and political achievements: poverty has strongly diminished,  the economic growth is bigger than in the European area.

Der Berliner Mauerfall hat den Einfluss der USA über die Mehrzahl Lateinamerikas fortlaufend beseitigt . Als Konsequenz sind neue fortschrittliche Regierungen gebildet worden, die politische und ökonomische Erfolge erreichen. Die Armut ist viel geringer geworden und das Wirtschaftswachstum ist höher als das der Europäischen Länder.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione del campo sovietico hanno aperto lo spazio all'ascesa di un nuovo tipo di sinistra che è quella che oggi governa quasi tutti i paesi latino americani e tutti quelli del Sudamerica, tranne Colombia e Cile. Il paradosso di una sinistra nuova che nasce quando la vecchia sinistra muore è solo apparente. La fine del dominio bipolare del periodo della guerra fredda infatti ha consentito la salita al potere di partiti e leader che in passato erano stati bloccati dagli Stati Uniti attraverso la destabilizzazione (come in Bolivia), la guerra mercenaria (come in Nicaragua), l'invasione (come in Repubblica dominicana) o il colpo di stato (come nel Cile di Allende).

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Beni Comuni PDF Stampa E-mail
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Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Paolo Rabissi

E' in corso uno sforzo  di dare definizione giuridica sempre più precisa alla nozione di Beni Comuni. Certe loro caratteristiche sorprendenti aprono percorsi politici molto interessanti.

The present effort to give legal definition to the concept of Common Goods opens very interesting political paths, due to their peculiar and surprising features.

Gemeingut? Man bemüht sich immer mehr eine exakte juristische Definition des Gemeinguts zu geben, dessen? überraschende Eigenheiten leiten interessante politische Debatte ein.

C'è un filo rosso pratico-teorico che si chiama 'beni comuni' che sembra voler fare da collante a quella miriade di iniziative e riflessioni di segno antagonista che hanno già alle spalle una storia non breve ma che negli ultimi mesi ha conosciuto un'accelerazione tale da far pensare alla possibilità del costituirsi di una nuova egemonia culturale e politica, di una nuova soggettività politica con caratteristiche interessanti soprattutto per la sua trasversalità di classe, di genere, di nazioni, per il suo collocarsi fuori dai binari di partiti e istituzioni ufficiali, per la sua connotazione critica antisistemica (mercato, neoliberismo, ecc.)Quando si sente dire che i referendum di giugno dell'anno scorso sono stati un momento chiave di questo processo che oggi ad esempio si concretizza in ALBA, si coglie nel vero se si aggiunge che quell'esito positivo è stato preparato dal lavoro di centinaia di iniziative locali individuali e collettive dei mesi e anni precedenti, quasi invisibili a causa, non a caso, della scarsa risonanza sui media. 

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Jaques Attali, Karl Marx ovvero lo spirito del mondo, Fazi Editore, 2006 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Aldo Marchetti

Attali non è un marxista e non lo è mai stato. Ha trovato tuttavia nella lettura dei testi di Marx un'utile guida nelle sue ricerche sull'economia del tempo presente. Il ritratto che ha disegnato dell'autore de Il Capitale quindi non haJaques Attali, Karl Marx ovvero lo spirito del mondo, Fazi Editore, 2006 nulla di apologetico e mette in evidenza le lacune, i difetti e le contraddizioni del pensiero marxista. Ciò nonostante la figura del filosofo di Trevisi emerge in tutta la sua grandezza come uno dei massimi pensatori della modernità. Quello forse che con maggiore chiarezza ha saputo analizzare il sistema capitalista in tutti i suoi risvolti compreso quello della tendenza alla globalizzazione. E' proprio la globalizzazione, questo il messaggio di fondo del libro di Attali, a rendere nuovamente attuale il suo sterminato lavoro.

Jaques Attali nell'introduzione del suo libro precisa: “Non sono mai stato e non sono marxista in nessuna accezione della parola”. Quello con l'autore del Capitale è stato per lui un incontro tardivo dovuto a uno scambio di lettere con Louis Althusser. Da allora tuttavia non ha più potuto abbandonare la lettura del filosofo di Treviri, affascinato dalla forza della sua dialettica, dalla potenza del ragionamento e dalla lucidità dell'analisi. Per lui Marx rappresenta:

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Eric Hobsbawn, How to Change the World - Tales of Marx and Marxism, Little, Brown, London 2011 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Laura Cantelmo

Una storia delle sue applicazioni e di come nel socialismo reale si elaborò quella teoria dello stato che Marx e il suo sodale Engels non portarono mai a compimento. L'enorme influsso sulla cultura e sulla teoria politica delEric Hobsbawn, How to Change the World - Tales of Marx and Marxism, Little, Brown, London 2011 XX secolo ne  rendono imprescindibili la conoscenza, l'approfondimento e  il suo riconoscimento come formidabile metodo di analisi della società capitalistica  e delle sue crisi.

Il “racconto” dell'evoluzione della teoria marxiana e l'individuazione dell'umanesimo insito in essa. La sua attualità è dimostrata dall'attenzione ad essa rivolta dagli economisti di scuola liberista. Una storia delle sue applicazioni e di come nel socialismo reale si elaborò quella teoria dello stato che Marx e il suo sodale Engels non  portarono mai a compimento. L'enorme influsso sulla cultura e sulla teoria politica del XX secolo ne rendono imprescindibili la conoscenza, l'approfondimento e il suo riconoscimento come formidabile metodo di analisi della società capitalistica e delle sue crisi.

Marx: un fantasma che si aggira per il mondo e di cui il mondo non riesce a liberarsi. In tempi di anti-comunismo, di demonizzazione indiscriminata di quanto il comunismo reale ha prodotto, potrà  forse sorprendere che le opere marxiane non siano mai veramente finite “in soffitta”, come polemicamente affermava Bordiga. 
Il lavoro di Hobsbawn vuole essere un racconto più che una trattazione accademica o un manuale operativo per militanti.

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Quale potenziale di lotta anticapitalistica nella teoria della decrescita? PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Adriana Perrotta Rabissi

La riflessione di un matematico e di un filosofo sulla possibilità di fondare una teoria e una pratica volte a superare l’attuale  sistema economico e politico, coniugando una categoria marxiana con la teoria della decrescita.

La dimensione attuale di sacrificio di persone (sia in riferimento a diritti e libertà, anche minime acquisite  negli ultimi decenni, che a relazioni sociali, collettive e individuali ), di sacrificio di animali e di cose (risorse ambientali) costringe a prendere in considerazione qualunque ipotesi non dico di eliminazione, ma almeno di  rallentamento di questo consumo rapido, rapace e distruttivo del pianeta e dei suoi abitanti,  in nome dello sviluppo economico.

Di qui il ricorso frequente al  termine decrescita nei numerosi saggi di studiose e studiosi  dello stato di cose presenti, che ha sostituito l’espressione  sviluppo sostenibile,  rivelatasi un ossimoro.

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L'inchiesta di ricercatori e studenti cinesi sulla Foxconn la più grande azienda del mondo nel settore dell'elettronica PDF Stampa E-mail
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Giovedì 28 Gennaio 2016 14:03

di Paolo Rabissi

La coraggiosa inchiesta di un gruppo di ricercatori cinesi rivela il regime di sfruttamento della più grande azienda elettronica del mondo, le forme di rifiuto, i suicidi e la resistenza opposta dalle maestranze in un paese privato di tutti i diritti per noi fondamentali.

The fearless survey written by a groups of chinese reserchers reveals the regime of exploitation of workers in the biggest electonmic farm in thje world and the different forms of rejection, the suicides, and the resistence opposed by the workers, in a country lacking of rights that we consider as fundamental.

Nella fabbrica globale, vite al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn, ombre corte / culture, 2014, è il risultato di una ricerca svolta sul campo da ricercatori studenti cinesi dentro e intorno alla Foxconn, la più grande azienda terzista del mondo nel settore dell’elettronica (per i principali marchi come Apple, Ibm, Hewlett & Packard, Nokia, Samsung) con 1,3 milioni di occupate/i, di cui un milione in Cina e gli altri sparsi sul pianeta, perlopiù giovanissime/i che abbandonano la fabbrica appena possono. Non a caso l’inchiesta ha preso le mosse dalla catena di suicidi del 2010 (tra il gennaio 2010 e la fine del 2011 si sono buttati dai piani alti dei dormitori ventiquattro operai di cui sette donne). Il volume rivela le condizioni di lavoro nelle numerose fabbriche dell’impresa e dunque anzitutto documenta e informa ma si fa da subito anche discorso critico: parte dalla Foxconn e dai suoi specifici modelli di produzione (taylorismo, fordismo e toyotismo messi insieme) nonché dalla resistenza opposta per sottrarsi alle sue forme più opprimenti ma coinvolge nella denuncia l’intero sistema capitalistico mondiale di produzione delle merci. Il regime di produzione altamente dispotico, il sistema di lavoro dei dormitori, lo sfruttamento della manodopera studentesca, i trucchi per evitare il riconoscimento delle malattie professionali e degli incidenti sul lavoro,  le forme di resistenza e le lotte senza sindacato sono i temi della ricerca. Il sottotitolo del libro ci avvisa: in esso si parla anzitutto di ‘vite al lavoro’, un’espressione che è molto chiara anche a noi in Occidente. Qui nella fabbrica cinese però la vita delle relazioni, degli affetti e degli interessi non legati alla produzione viene in pratica svelta dal corpo e dalle menti in maniera più rozza, diretta e efficace e basti qui l’esempio che ci sembra particolarmente significativo dell’organizzazione dei dormitori attigui alle fabbriche. Per questo riportiamo dal libro qualche pagina tratta dal capitolo secondo - “Il regime di produzione della Foxconn” - nel quale gli autori descrivono la vita interna alla macchina Foxconn, le condizioni di lavoro, il sistema di norme, controlli, disciplina, punizione e umiliazione che vuole garantirsi obbedienza e sottomissione.

I luccicanti dispositivi che i nostri nipotini maneggiano con gioia e disinvoltura da una parte e la grande quantità di merci che arriva in Occidente a basso costo sottendono un mondo di sfruttamento ai limiti del sostenibile che spiega la crescita impressionante della potenza industriale, e non solo, della Cina. Sui caratteri di questo sviluppo dentro l’evoluzione storica del comunismo cinese si sofferma la prefazione al libro di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto, di essa pubblichiamo in coda un amplio stralcio.

La coraggiosa denuncia dei giovani ricercatori fa luce su un mondo concentrazionario ai limiti della schiavitù (li/le chiama iSlaves Ralf Ruckus, curatore dell’edizione tedesca del libro, gli operai e le operaie dell'azienda) inimmaginabile nemmeno nell’Europa della prima rivoluzione industriale. Qui la vita è senza respiro, operai e operaie maturano alla svelta la coscienza dello scarto tra le promesse tanto magnificate quanto bugiarde e la realtà e fuggono via appena riescono a superare le difficoltà incredibili che le autorità interne alla fabbrica oppongono. Del resto il turn over è garantito all’azienda da una disponibilità pressoché illimitata dei milioni di migranti dalle campagne (Gambino-Sacchetto nelle pagine della prefazione qui riportate  stimano 250 milioni negli ultimi venticinque anni) nelle quali peraltro difficilmente è possibile una ricollocazione tanto la vita è stata qui altrimenti desertificata.  Gambino-Sacchetto medesimi peraltro hanno curato nel 2015 per Jaca Book il libro Morire per un iPhone, una ricerca di Pun Ngai, Jenny Chan, Mark Selden in cui viene messo a fuoco il legame tra la committente Apple, uno dei più grandi marchi dell'elettronica e la Foxconn, nonché le lotte e le vite dei/le giovani operai/e. Se ne può òeggere una recensione sul Manifesto a questo link http://ilmanifesto.info/latelier-infernale-degli-smartphone/

CAPITOLO SECONDO

Il regime di produzione della Foxconn

di Deng Yunxue, Jin Schuheng e Pun Ngai

Il dormitorio come prolungamento della catena di montaggio .

Il sistema di lavoro dei dormitori si distingue principalmente dal fatto che i dormitori e le officine vengono diretti in modo simile. I dormitori sono il prolungamento delle catene di montaggio. In realtà per gli operai i dormitori dovrebbero essere uno spazio per vivere ma sono insopportabili come dei campi di prigionia. La severa gestione comincia con il check-in nel dormitorio mediante tessera magnetica. Se si dimentica la tessera o se si prova con una tessera altrui, non si entra. Un’operaia di una fabbrica a Tientsin ha riferito: “Una volta un’amica del mio villaggio aveva dimenticato la tessera aziendale e usava nel dormitorio quella di un altro. Gli addetti alla sicurezza se ne sono accorti e le hanno dato una lezione”. Se non si effettua il check-in con la tessera si può perdere il diritto di accesso al dormitorio. Un operaio a Langfang afferma:

Se vuoi entrare nel dormitorio, devi sempre fare il check-in con la tessera aziendale. Se non fai il check-in per tre giorni di fila, si parte dal presupposto che tu per tre notti non abbia dormito lì. Di conseguenza rischi di perdere il tuo letto nel dormitorio e non puoi più abitare lì. Allora devi prendere in affitto una stanza fuori.

Il rigido sistema di controllo degli accessi impedisce il contatto tra operai di diversi dormitori. Se si vuole raggiungere un altro dormitorio bisogna farsi registrare con la propria tessera aziendale. Ma già solo la registrazione può comportare delle noie. Un’operaia del complesso di fabbriche a Taiyuan racconta:

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Monete locali come ipotesi di uscita dalla moneta capitalistica? PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Venerdì 27 Febbraio 2015 08:27

di Paolo Rabissi

Ci sono attualmente in circolazione circa 5000 monete locali nel mondo, anche in regioni europee, Germania e Italia comprese. Per qualche esperto si tratta di esperimenti di possibile successo anche in senso antagonista grazie a certi loro aspetti alternativi al mercato e alla crescita a tutti i costi. Ma i dubbi sono molti.

In der ganze Welt, gibt es 5000 örtlischen Münzen: auch in Deutschland und Italien. Mehrere Fachmänner glauben, dass sie positven Experimente sein können. In der Tat, haben sie einige Merkmale, die alternative gegen Markt Õkonomie und die Welthanschaung des Wachstum dürfen sein. Jedoch, dieUnsicherheiten sind viele.

Nowadays, there are nearly 5.000 local currencies in the world, also in some parts of Europe, even in Italy and Germany. According to some experts in economics, they may be successful as experiments thanks to some features which are alternative to the market economy and to the ideology of the growth at all costs. Anyway, doubts are many.

C’è nella proliferazione delle monete complementari e/o alternative, sia pure di livello locale (o magari proprio per questo), qualcosa per cui le si possa avvicinare alle iniziative caratterizzate dal ‘prendersi cura’? E’ una domanda che volentieri vorremmo porre (non mancherà l’occasione) alla stessa Silvia Federici e alla quale tuttavia verrebbe a un primo esame da rispondere affermativamente. Le cose in realtà sono più complicate, come vedremo.

Breve parentesi: complicazioni o meno facciamo nostro l’invito di Federici a dare fiducia ai progetti sperimentali anche se non sono immediatamente di marca antagonista, ci interroghiamo, al di là della loro capacità di collegarsi con le molteplici realtà di movimento, se si muovono in un’ottica che riesca a far proprie anche istanze concrete provenienti dal mondo del lavoro cosiddetto di cura o riproduzione. Per non agitare solo problemi teorici richiamo ad esempio qui, anch’io come Romanò, l’esperienza della Ri-Maflow, la fabbrica milanese occupata e trasformata in un punto d’eccellenza del riciclo elettronico, che dunque pratica una logica rigenerativa delle risorse e che contemporaneamente in spazi liberati della fabbrica organizza un mercato permanente dell’usato, un laboratorio per il riuso di apparecchi elettrici ed elettronici, un Gas e un’attività di autoproduzione con prodotti del Parco agricolo Sud Milano e di SOS Rosarno (a cui fornisce una logistica alternativa alla grande distribuzione), una palestra, una sala musica, corsi, eventi culturali e spettacoli, un ostello per migranti e senza casa (più notizie qui ). Insomma un momento, non più solo teorico, di ricerca dei modi per gettare il ponte per noi necessario tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo. Una risposta solo di resistenza o è possibile intravederci dentro qualcosa di più? Questa e simili esperienze si sottraggono a pratiche di semplice solidarismo e mutuo soccorso prefordisti? E si sottraggono tanto più a semplici pratiche che fanno del ‘dono’ il loro orizzonte? Si muovono in altre parole dentro un orizzonte politico antagonista postfordista?

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I predicatori della virtù: Marco Bascetta legge L'uomo indebitato di Maurizio Lazzarato PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Marco Bascetta

Ci sembra utile riproporre la lettura di Marco Bascetta del libro di Maurizio Lazzarato, L’uomo indebitato, perché sintetizza con lucidità la situazione della guerra di classe condotta da una classe sola che l’autore del libro descrive. Dominio sempre più autoritario e ricattatorio dei governi della finanza contro cui Lazzarato propone non solo ‘mobilitazione’ ma anche ‘sottrazione’, intesa quest’ultima come un momento di «smobilitazione», di inoperosità o sottrazione, di rifiuto dei ruoli e delle identità. La recensione di Bascetta è stata pubblicata sul quotidiano Il manifesto con il titolo di cui sopra il giorno 11-12-2013.

È dall'inizio della crisi e poi con sempre crescente insistenza che in Europa si sente parlare di «virtù». Ne parlano i governi, ne parlano gli organismi dell'Unione, ne scrivono quotidianamente gli editorialisti della grande stampa. Di espressioni come «paesi virtuosi», «politiche virtuose», «bilanci virtuosi», «comportamenti virtuosi» siamo letteralmente subissati.

Il ritorno alla virtù è la promessa che i governi «responsabili» rivolgono ai mercati , alla Bce, alle agenzie di rating, a Berlino e a Bruxelles e, paradossalmente, anche alle proprie cittadinanze per le quali la vita virtuosa si traduce perlopiù in una vita grama fatta di bassi salari e disoccupazione, di smantellamento dello stato sociale e consumi declinanti, di un divario sempre più abissale tra i primi e gli ultimi, di una desolante mancanza di prospettive.

Del resto, il connubio tra povertà e virtù è un tema classico della predicazione d'ogni tempo. C'è davvero da rimpiangere, nel dilagare di queste retoriche del sacrificio virtuoso, quella narrazione delle origini (suggestivamente riassunta ne La favola delle api di Bernard de Mandeville,1704) che faceva onestamente discendere il rigoglio dell'industria e dei mercati dai vizi e dall'avidità che mettevano - e tutt'ora mettono - in movimento la macchina economica.

La parola d'ordine della virtù potrebbe fungere da leitmotiv del Governo dell'uomo indebitato, come recita il titolo che Maurizio Lazzarato ha scelto per il suo secondo lavoro dedicato alla centralità del rapporto creditore/debitore nel mondo contemporaneo (Deriveapprodi, pp.214, euro 13). Il debito non è, infatti, un puro e semplice rapporto economico, nemmeno una obbligazione giuridica, ma una vera e propria forma di governo che combina la coercizione esogena con l'interiorizzazione di una colpa, di una dipendenza, di uno stato di assoggettamento, determinando la condizione presente e ipotecando quella futura. E che segna un passaggio decisivo nell'appropriazione capitalistica dalla centralità del profitto, che ha dominato i due decenni della ricostruzione postbellica e del boom, a quella della rendita e dell'imposizione fiscale.

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Attualità del marxismo: postfordismo e globalizzazione vs postmodernismo PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Aldo Marchetti

Una breve rassegna degli studi su Marx degli ultimi decenni

Forse oggi è possibile avviare un primo bilancio di una coalizione di pensiero nelle scienze storico sociali che ha attraversato gli ultimi trenta anni e che ha avuto nel marxismo il suo principale punto di riferimento. Preferisco usare il termine coalizione piuttosto che scuola di pensiero. E’ vero che ci sono stati un comune riferimento culturale, influenze reciproche e rapporti di amicizia e tuttavia non è mai esistito un centro unico che abbia prodotto in modo organizzato dei risultati condivisi. Alcuni nomi che vengono in mente sono quelli di Giovanni Arrighi, David Harvey, Marshall Berman, Fredric Jameson, Beverly Silver, Immanuel Wallerstein, Samir Amin, Edward Thompson, Eric Hobsbawn. Alcuni come Arrighi, Hobsbawn e Berman ci hanno lasciati da poco tempo mentre gli altri continuano la loro vita e la loro attività . Si tratta di un semplice elenco che non è tuttavia arbitrario se si pensa che sono accomunati, come abbiamo detto, da un dichiarato riferimento al campo della cultura marxista, usata, peraltro, più come cassetta degli attrezzi che come strumento dottrinario di riflessione. Appartengono poi a discipline diverse che vanno dalla storia alla geografia, dalla sociologia all’economia e alla critica letteraria, ma per tutti i recinti disciplinari hanno significato poco e gli sconfinamenti sono stati piuttosto la regola che l’eccezione, dimostrando anche in questo di essere buoni seguaci del filosofo di Treviri . Un altro tratto comune è la militanza politica nei movimenti pacifisti, nei gruppi e partiti di sinistra: Arrighi negli anni della sua permanenza a Milano aveva fondato il Gruppo Gramsci, Harvey ha partecipato a “Occupy Wall Street”, Bermann ha avuta una lunga militanza nelle formazioni della sinistra americana degli anni ’60-‘70, Thompson e Jameson sono stati esponenti dei movimenti pacifisti inglesi e nordamericani. Vi è infine un’altra curiosa caratteristica comune. Tranne Amin hanno insegnato (e alcuni continuano a farlo) nelle grandi Università delle due coste dell’Atlantico: Cambridge, Oxford, Londra, Harward, New York, Baltimora. A ridosso, e con il fiato sul collo, di quelle onnipotenti sedi del mondo capitalistico occidentale che sono state l’oggetto principale delle loro attenzioni di studiosi. La critica più acuta del grande capitale - serpe in seno - continua a vivere, a contatto di gomito con le Borse di Londra e New York e con le sedi della Banca Mondiale e della World Trade Organization.

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Né rivoluzione né riforme: una nuova strategia per la sinistra PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Gar Alperovitz 
articolo pubblicato sulla rivista della sinistra nordamericana “Dissent”, Fall 2011

Traduzione e cura di Aldo Marchetti

In the Usa, owing to the financial crisis, new perspectives of social politics are opening in the so called fourth sector.


Gegen die finanzielle Krise reagieren die USA mit neuer sozialer und politischer Perspektive im Quartärsektor.

Negli USA, di fronte alla crisi finanziaria, si aprono nuove prospettive di politiche sociali nel cosiddetto quarto settore.

Per più di un secolo moderati e radicali hanno considerato la possibilità di cambiare il sistema capitalista da una di queste due prospettive: la tradizione riformista ritiene che le imprese come istituzioni debbano rimanere al centro del sistema ma crede che le politiche di regolazione possano contenere, modificare e controllare le corporations e i loro alleati politici. La tradizione rivoluzionaria assume che il cambiamento possa avvenire solo se le imprese come istituzioni vengono abolite o superate attraverso una crisi acuta, di solito ma non sempre, con la violenza. Ma cosa succede se un sistema non si riforma e non collassa in una crisi?

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Gramsci a Caracas PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Venerdì 11 Gennaio 2013 13:22

di Franco Romanò

Jorge Giordani, figlio di un esule italiano e di una militante spagnola, entrambi combattenti nella Guerra Civile del 1936, poi emigrati nel Venezuela, scopre il pensiero di Gramsci durante i suoi studi universitari in Italia e ne diventa uno dei maggiori esperti a livello mondiale, oltre che un divulgatore in America Latina. Il futuro Presidente del Venezuela Hugo Chavez, a sua volta, si appassiona a Gramsci e si laurea in carcere sul suo pensiero, sotto la guida dello studioso italiano. Nel 1998, Chavez nomina Giordani ministro dell'economia e dello sviluppo.
Jorge Giordani, the son of an Italian man and a Spanish militant, both fighting during the Spanish Civil War in 1936, and then emigrated to Venezuela, discovers Gramsci during his university studies in Italy and becomes one of the major experts on his thought all over the world and, in particular, in Latin America. The future President of Venezuela Hugo Chavez, too, is fond of Gramsci and takes a degree on his thoughts, while is in prison, under the lead of the Italian scholar. In 1999, Giordano is nominated Minister of Economy and Development.

Jorge Giordani, figlio di un esule italiano e di una militante spagnola, entrambi combattenti nella Guerra Civile del 1936, poi emigrati nel Venezuela, scopre il pensiero di Gramsci durante i suoi studi universitari in Italia e ne diventa uno dei maggiori esperti a livello mondiale, oltre che un divulgatore in America Latina. Il futuro Presidente del Venezuela Hugo Chavez, a sua volta, si appassiona a Gramsci e si laurea in carcere sul suo pensiero, sotto la guida dello studioso italiano. Nel 1998, Chavez nomina Giordani ministro dell'economia e dello sviluppo.

Jorge Giordani, the son of an Italian man and a Spanish militant, both fighting during the Spanish Civil War in 1936, and then emigrated to Venezuela, discovers Gramsci during his university studies in Italy and becomes one of the major experts on his thought all over the world and, in particular, in Latin America. The future President of Venezuela Hugo Chavez, too, is fond of Gramsci and takes a degree on his thoughts, while is in prison, under the lead of the Italian scholar. In 1999, Giordano is nominated Minister of Economy and Development.

Jorge Giordani, Sohn eines italienischen Verbannten und einer spanischen Aktivistin, beide Kämpfer im Bürgerkrieg von 1936 und spätere Auswanderer nach Venezuela, entdeckt den Gedanken von Gramsci während seines Studiums in Italien und wird zu einem seiner weltweit bedeutendsten Kenner  sowie Verbreiter in Lateinamerika Der künftige Präsident von Venezuela, Hugo Chavez, begeistert sich für Gramsci und absolviert im Gefängnis, unter der Leitung des italienischen Gelehrten, sein Studium über diesen Gedanken. Im Jahr 1998 ernennt Chavez Giordani zum Minister für Wirtschaft und Entwicklung.

Gramsci è studiato in tutto il continente americano, Usa compresi, ma il caso venezuelano è del tutto particolare.images

Per comprenderlo, bisogna partire un po' da lontano e cioè da un esule italiano di Imola che combatté nella guerra di Spagna. Ferito durante l‘assedio di Madrid, riuscì a fuggire insieme alla moglie Conception nella Repubblica Dominicana, dove, nel 1940, nacque il figlio Jorge. Il signore di cui stiamo parlando si chiamava Primo Giordani.

Nel 1944 la famiglia si trasferì in Venezuela, dove il giovane Jorge crebbe e studiò. Quando scoppia la rivoluzione cubana Jorge Giordani, allora diciassettenne, vuole arruolarsi e combattere, ma i genitori gli pongono un veto e lo convincono a venire a studiare in Italia. Lui viene, si iscrive al PCI e nel 1964 si laurea in ingegneria. Ritorna in Venezuela e lavora come ingegnere, ma non si ferma qui perché consegue una seconda laurea in Teoria dello sviluppo presso l‘università del Sussex e – cosa ancor più importante - continua lo studio del pensiero di Gramsci, in cui si era imbattuto durante il soggiorno in Italia. In pochi anni ne diventa uno dei maggiori esperti mondiali, mantenendo stretti contatti sia con l´Istituto italiano, sia con l'International Gramsci Society. Add a comment
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Capitalismo catastrofico PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Laura Cantelmo

Il capitalismo che accumula catastrofi nell'analisi di John Bellamy Foster: nel corso delle due ultime generazioni l'equilibrio biochimico del pianeta è stato stravolto.

According to John Bellamy Foster capitalism accumulates catastrophes. In the two latest generations the biochemical equilibrium of the planet has been upset.


Katastrophaler Kapitalismus? In der Analyse von John Bellamy Foster sammelt der Kapitalismus katastrophale Szenen: in den letzten zwei Generationen ist das biochemische Gleichgewicht verdreht worden.

Nella critica al capitalismo una delle tematiche che si è andata sviluppando con toni allarmati riguarda sempre più l'impatto sull'ambiente causato da quello che orgogliosamente è stato rivendicato come controllo dell'uomo sulla natura. La sua importanza diventa ineludibile in tempi di 'global heating' e di sconvolgenti variazioni climatiche. Il capitalismo e l'accumulazione delle catastrofi è il titolo di un articolo di John Bellamy Foster (Monthly Review, dicembre 2011) che comprende una disamina del tema fornendo un interessante excursus storico della percezione della catastrofe provocata dalla”vendetta della natura” che dal secolo XIX i filosofi e gli scienziati di indirizzo marxiano hanno avvertito.

Foster non esita ad affrontare senza mezzi termini la drammaticità del problema con dovizia di documenti di carattere scientifico elaborati da illustri climatologi che danno conto dell'estrema gravità della situazione in cui versa il pianeta e dell'ultima chance di salvezza che viene offerta ai suoi abitanti.

Interessante notare come gli esperti valutino la fragilità del pianeta in stretta relazione con l'atteggiamento predatorio nei confronti della natura, speculare a quello che l'attuale sistema tiene nei rapporti con gli esseri umani.

Il tema non è nuovo a chi si occupa di marxismo, a chi è convinto che quella di Marx sia prima di tutto un'indicazione di metodo nell'individuare le possibilità di sopravvivenza dell'intero pianeta, dell'umanità e di una vita non ridotta a merce, ma rispettosa della dignità di ciascuno.

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La vita rivoluzionaria di Frederick Engels, di Tristram Hunt, ISBN, Milano 2010 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Franco Romanò

Hunt ci offre la biografia intellettuale di Engels, le trasformazioni del suo pensiero a contatto con la rivoluzione industriale. Engels politico, organizzatore, antropologo, ma specialmente fondatore della Spd e curatore delle opere diLa vita rivoluzionaria di Friedrich Engels Marx.

1) “Byron e Shelley, erano letti solo dalla classe operaia perché in casa di un borghese erano disdicevoli.” Questa affermazione di Engels, citata da Hunt in questa biografia ci dà subito la cifra del libro: una meticolosa ricognizione della formazione del pensiero di Engels e delle sue osservazioni ‘sul campo’ o sarebbe meglio dire sui diversi campi (da manager dell’azienda di famiglia, a soldato e stratega durante la sollevazione prussiana, all’apprezzamento, da vero intenditore del vino di Provenza, fino all’organizzatore che porterà alla nascita del Partito socialdemocratico tedesco), sembrano costituire un unico modo di procedere da parte di una personalità che faceva dell’esperienza diretta il suo vero campo d'azione. In questo senso, dal libro emerge quello che già si sapeva ma che trova verifiche puntuali e meticolose: la sua complementarietà con Marx, diversissimo da lui, l'accettazione senza invidia (solo con qualche sofferenza durante il periodo ‘manageriale’ della sua vita che Engels subì per mantenere economicamente l'amico), del ruolo di spalla, sottolineata da una frase che ricorre più volte nel libro: "… Marx era un genio, noi altri al massimo avevamo talento…”.

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Su Howard Zinn, storico radical del popolo americano PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Bruno Cartosio

Marx aveva detto che la storia è la storia della lotta di classe; Zinn – da marxista che è avvertito sulla storicità dello stesso marxismo – aggiorna il maestro e alle classi aggiunge sesso, razza, appartenenza culturale e nazionale.

Un piccolo gioco di specchi: il 6 novembre 2008 Howard Zinn risponde su “The Nation” all’articolo con cui Edward Rothstein ha commemorato Studs Terkel sul “New York Times” di tre giorni prima. Terkel, giornalista radiofonico e storico era morto il 31 ottobre. Rothstein ha scritto che Terkel “sembrava un liberal incoerente…ma se lo guardi più da vicino non riesci a individuare il punto in cui il suo liberalismo scivola nel radicalismo”. Dello storico Studs Terkel – contro l’ideologia mistificante dell’obiettività come “assenza di ideologia” – Zinn difende il fatto che la sua “visione politica” sia presente nelle storie orali da lui raccolte e assemblate; ne difende le posizioni, che definisce “così ragionevoli da fare onore al ‘radicalismo’”.

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Sulla critica femminista dell’ordine liberale In margine a un libro di Wendy Brown PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Paola Rudan

(Questo articolo fa parte del dossier Il potere: forme, rappresentazioni, contestazioni


Concepita alla fine degli anni Ottanta come una critica femminista al potere dello Stato liberale nella tarda modernità, la riflessione proposta da Wendy Brown nelle pagine di States of Injury si interroga sui poteri all’interno dei quali prende forma l’opposizione politica democratica e radicale per comprendere come possa sottrarsi ai regimi contemporanei di unfreedom(1). Guarda ai movimenti sociali, dunque, ma senza confondere il «discorso politico accademico» con quello «popolare». Non propone un «programma politico» ma una critica teorica dalla quale emerge «an amorphous but insistent vision of an alternative way of political life» che non è legata a principi politici fissi ma è inseparabile dall’attività di critica del presente(2). Irriducibile a un “discorso sul mondo” – del quale non può mai trasmettere un’immagine completa e oggettiva –, intraducibile in prassi politica, la critica teorica rimane in una posizione “scomoda” rispetto alla realtà e ai movimenti sociali. Un «imbarazzo accademico» che è produttivo quando resta aperto alle tensioni tra il mondo e le sue “contestazioni”, limitandosi perciò a esercitare una funzione diagnostica, ripensando continuamente i propri assunti(3).
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