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Canetti e la lunga durata in tempo di pandemia PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Venerdì 17 Aprile 2020 14:01

Di Franco Romanò

Premessa

Il concetto di lunga durata è di Braudel, ma si può adoperare anche nel caso dello scrittore viennese, sebbene egli sia lontano dalla visione strutturalista che informa l’opera dello storico francese. Entrambi, però, cercano nel caos del presente storico tumultuoso, ciò che sta fermo o poco si muove. Un’emergenza come quella che stiamo vivendo è un osservatorio ideale per mettere alla prova la consistenza delle loro ricerche. La pandemia da Covid 19 è un fenomeno di massa imponente che coinvolge addirittura il mondo intero, sia da un punto di vista clinico, sia da quello della gestione planetaria dell’emergenza da parte dei poteri statali, delle istituzioni sanitarie, dei corpi intermedi della società civile, dei movimenti. Canetti, in uno scritto de La provincia dell'uomo, afferma:

Scrivendo Massa e potere sono finalmente riuscito ad afferrare questo secolo per il collo.

Il secolo di cui si parla è quello scorso, ma forse tale frase lapidaria è ancora più adatta all’oggi. Con quel libro, egli si spinge oltre l'orizzonte propriamente storico per cercare di risolvere un enigma che lo tormentava come uomo e non solo come studioso: anzi, un duplice enigma, quello della massa e del potere, due termini che hanno connotato due secoli di storia e che oggi vediamo all’opera su scala planetaria in una dimensione che ci lascia sgomenti. Secondo Canetti, in sintonia su questo con Braudel, la storia scritta e ancor più quella solo politica, non possono andare alle radici profonde di questi enigmi, perché esse si trovano molto più indietro nel tempo e s’allargano a uno spettro interdisciplinare, sconfinando nell’analisi di quel patrimonio inestimabile che sono i miti; quello della massa e del potere è infatti un enigma antropologico che ha a che fare dunque con le caratteristiche della specie umana dai suoi primordi e dunque con una lunga durata. La ricerca di Canetti va prima di tutto rapportata ad altre a lui contemporanee, intorno alle medesime problematiche. Sotto questo aspetto, la sua è una posizione particolare nella cultura del secolo scorso, controcorrente sia rispetto a Freud e Le Bon, sia a Reich, ma lontana anche dall'antropologia d’impronta strutturalista. La peculiarità dell'impostazione canettiana è ben documentata in una conversazione che egli ebbe nel 1962 con Adorno e che fu ripubblicata anni fa su Micromega.[1] Secondo Canetti:

Per Freud la massa ha sempre bisogno di un capo cui riferirsi; in realtà non esiste per Freud una massa ma sempre degli individui2.

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Cinema delle rovine PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Domenica 20 Maggio 2018 07:57

di Adriana Perrotta Rabissi

Comunicare nel modo più ampio possibile con il linguaggio cinematografico la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e dallo sfavillio dei consumi noi, prostrati dalla paura e dalla miseria gli altri, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

To communicate, in the widest possible way, the moral drift that all of us are involved with, using movie language. In the western side of the world we are dazzled by the sparkling of consumption, while others are worn out by fear and poverty. The movies considered in this essay reveal the historical roots of the unhappiness of   billions of people trying to cause better awareness of phenomena that normally one prefers to ignore. Last but not least the movies are opened to new opportunities of resistance and struggle.

Intentamos comunicar, de manera lo más amplia posible, la deriva a la cual están llegando estas nuevas subjetividades, para ello se ha utilizado el lenguaje cinematográfico. En el mundo occidental muchos están deslumbrados/as por los fulgores del consumismo, mientras otros están postrados de miedo y pobreza. Las películas consideradas en este ensayo tratan de descubrir las raíces históricas de la infelicidad de muchas personas en todo el mundo y, favorecer una toma de consciencia de los fenómenos que se pretende ignorar y, abrir así, a posibilidades y perspectivas inéditas de resistencia y lucha.


Conversazione tra una madre in Italia e il figlio professore in una università degli USA, si parla di Loveless, un film, appena visto da entrambi perché la programmazione è stata contemporanea nelle due città di residenza, tristissimo, ma efficace sul tema dell’alienazione dal consumismo, dell’egoismo sociale e dell’apatia etica di molte/i abitanti della Russia attuale.
Il professore commenta il film e dice: sto proprio scrivendo tutto un capitolo del mio libro sull’ideologia dominante dell’ordine capitalista.
La madre: intendi il pensiero unico, l'ordoliberismo, la sussunzione della vita nei processi produttivi, lo sfruttamento delle fasce più povere delle popolazioni?
Il professore: esatto!
La madre: attento, poi finisce che ti espelleranno dagli USA.
Il professore: ma va! In Accademia sono le cose più trendy da dire.

Non so se questo squarcio di colloquio mi ha fatto più ridere o piangere.

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Dalla Fondazione Prada all'Expo: prima puntata PDF Stampa E-mail
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Martedì 10 Novembre 2015 14:42

di Franco Romanò

I cambiamenti di Milano negli ultimi venti anni sono stati profondi ma poco guidati. Il testo è l'inizio di un viaggio interno alla città per tornare a scoprirla.

Milan deeply changed during the last twenty years, but these changes were not ruled. This essay is the beginning of a journay inside the city, in order to discover it again.

Während der letzen zwanzig Jahren, hat Mailand sich verwandelt, sondern waren diese Wandels nicht gefhürt. Diese Schrift ist den ersten Rastplatz einer Reise ins Mailand.

Prima puntata

La città sta cambiando di nuovo, anche nelle periferie. Non dico a ritmi cinesi (un palazzo di dieci piani costruito in una settimana), ma è indubbio che due cicli di trasformazioni si sono compiuti: il primo è quello seguito alle dismissioni industriali interne al tessuto urbano, avvenute durante gli anni '80 del secolo scorso e completato agli inizi del decennio '90; poi il secondo, nato dallo scontro sulla destinazione delle aree urbane. Tale fase si è intrecciata con i fasti della new economy, seguiti rapidamente dai suoi nefasti. In mezzo e in contrasto con tutto ciò, nuove pratiche di opposizione e resistenza territoriale si sono fatte strada faticosamente, nel mezzo del vuoto politico a sinistra, sempre più grande.

Centro direzionale Milano 1975 Porta Nuova

Due cicli interi di trasformazioni nel corso di una trentina d'anni non sono poca cosa e forse tentare un bilancio di quanto avvenuto non è tempo perso; per questo mi sono messo in viaggio per Milano e ho cercato libri e analisi che potessero aiutarmi nell'impresa.

Gli anni successivi alle dismissioni industriali furono di alto degrado: ricordo ancora la vecchia stazione della Bovisa a pezzi, intorno il deserto. Ci fu un delitto che scosse la città: una ragazza fu aggredita di notte, violentata e uccisa. Tutto il quartiere si mosse, ci fu una fiaccolata commovente, ma essa attraversava un territorio lacerato, con qualche sacca di resistenza costituita dalle vecchie sedi dei circoli operai intorno a Piazza Bausan: ma anch'esse sembravano assediate. Poi, pian piano, sono venuti il Politecnico, la biblioteca di via Baldinucci cominciò ad assumere un ruolo di aggregazione per cui è diventata famosa in tutta, sono sorti centri di aggregazione, nuove occupazioni, nacque la Scighera, un locale che continuava e rinnovava (e tuttora lo fa) la tradizione della vecchia Bovisa operaia, a contatto con i movimenti e i centri sociali di più recente formazione. Tutto bene allora? Per niente se l’espressione viene presa alla lettera: le aree abbandonate, le terre di nessuno sono ancora tante (ma a Berlino è anche peggio nel profondo est della città), però si è ricostruito un tessuto sociale e da qui si può ripartire, purché si capisca che occorre farlo dal basso.

La prima sensazione, dopo qualche giorno di peregrinazioni, tanto per cominciare e quindi in un modo discretamente casuale, è di sgomento; non tanto per quello che vedo (anche), ma per la distanza che esiste fra quello che è già avvenuto e avviene e la percezione che la popolazione ne ha e ancor più per l'assenza di riflessioni da parte di chi dovrebbe farlo: la politica, ma non solo.

La sinistra tutta, una volta espunte da ogni riflessione recente parole come ristrutturazione capitalistica e conseguente trasformazione dei modi di produrre e dei modelli territoriali e architettonici, obnubilati dalla teologia neoliberista alcuni, altri ad esercitare contro di essa le virtù di una rassegnata testimonianza critica, senza la capacità di andare alle radici delle trasformazioni avvenute, è caduta nell'afasia, al di là degli slogan oppure delle periodiche manifestazioni altrettanto impotenti del violentismo black block.

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Destrutturare per ricostruire, un’azione irriverente e libera PDF Stampa E-mail
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Giovedì 07 Maggio 2015 07:40

di Adriana Perrotta Rabissi

Una ricerca che dà visibilità, sulla base della documentazione raccolta e delle interviste alle protagoniste, ai nuovi gruppi e alle iniziative femministe sorte dal 2000 al 2013, che non hanno avuto risonanza mediatica a causa della loro natura di opposizione radicale alle norme sociali nei settori della sessualità, dell'ambientalismo, dell'econonmia, della cura delle relazioni con gli/le altr* e con il mondo

Ha compiuto un anno il libro di Barbara Bonomi Romagnoli Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio, Roma, Editori riuniti, marzo 2014, e deve avere avuto una buona circolazione, a giudicare dal numero di volte che si trova citato in rete e sui social media. Offre infatti  diversi percorsi di lettura, che siano motivati dall’esigenza di conoscere quanto si sta muovendo nel variegato campo del femminismo in Italia, a più di quarant’anni dalla nascita.

Il femminismo, intorno al quale si consumano dibattiti spesso pretestuosi che ne affermano la morte e/o l’inabissamento carsico, è abbastanza conosciuto nelle varianti che approdano ai mezzi di comunicazione di massa, anche se non ha la stessa visibilità riservata a fenomeni più marginali e meno perturbatori dell’ordine sociale. Ma è completamente oscurato nelle parti forse più radicali e quindi meno addomesticabili.

Alle esperienze che si richiamano a questi aspetti  è dedicato il libro, esperienze che l’autrice ha conosciuto, delle quali ha raccolto pazientemente la documentazione, arricchendola con interviste alle partecipanti, i femminismi che non fanno notizia, come sono chiamati nel primo capitolo.

Ne risulta una costellazione di gruppi, alcuni già finiti, altri ancora attivi, nati a partire dal 2000, che rivelano una realtà di movimento ignorata  dalla maggior parte delle persone, tranne che dalle donne e dagli uomini che la intercettano - o l’hanno intercettata - nel proprio cammino politico-intellettuale.

La ricerca anima in qualche modo il contesto di conflitto e di lotta al sistema politico e sociale,  che per altri versi appare abbastanza desolato in questo inizio di secolo.

Un primo percorso di lettura è quello della documentazione, attività propria del femminismo degli anni Ottanta, quando, all’esaurirsi del primo ciclo di lotte degli anni Settanta, sono sorti gli Archivi, le Biblioteche, i Centri  e le Case delle donne per preservare dalla distruzione il patrimonio di riflessioni, analisi, teorizzazioni e consapevolezze maturate all’interno del movimento.

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Due giorni e una notte. Battersi bene. PDF Stampa E-mail
Rubriche - Letture e spigolature
Martedì 25 Novembre 2014 17:17

di Adriana Perrotta Rabissi

Un film centrato sulla ricerca, come forma di lotta, della verità nelle relazioni in una fabbrica guastate dall'individualismo cui induce la crisi economica.

Il mio è uno spunto di riflessione indotto da un film per me “epocale”, ‘Due giorni e una notte’ dei fratelli Dardenne. Mi si passi l’enfasi dell’aggettivo a proposito di un film che, malgrado l’argomento trattato, è attento a non scivolare mai in facili retoriche, consolatori sentimentalismi e rassicuranti moralismi.

Molti film degli ultimi vent’anni, da quando si è manifestata in tutta la gravità la crisi globale del nostro sistema produttivo e riproduttivo, hanno rappresentato la realtà di frustrazione, miseria, disperazione per donne e uomini, legata alle forme del lavoro attuale, o alla perdita di esso.

Le soluzioni contemplate variavano dalla rivolta individuale a forme di organizzazione collettiva, più o meno creative e/o più o meno coincidenti con le forme di lotta tradizionali per salvaguardare il posto di lavoro.

‘Due giorni e una notte’ prospetta una soluzione eccentrica rispetto a queste forme di lotta, perché punta l’iniziativa sulle relazioni tra le persone colte individualmente nella loro soggettività, non sul loro essere masse, classi, categorie sociologiche.

Questo presuppone un cambiamento culturale che, senza negarla, vada oltre la dimensione appunto di una generica solidarietà di classe, perché chiama in causa la consapevolezza di ognuno/a della propria vulnerabilità sociale e della interdipendenza reciproca contro la tendenza all’individualismo e alla competitività come unici modi per sottrarsi a un destino di miseria e degrado.

In altre parole il film invita a fare dell’ attenzione a persone, ambienti, animali e cose il valore fondante della convivenza civile e il principio trasformatore dell’attuale modello di produzione di beni e servizi e di riproduzione sociale. Il momento è favorevole perché lo sviluppo tecnologico raggiunto permetterebbe di liberare tempo ed energie di uomini e donne per questo fine, a patto di rinunciare a mantenere invariati i profitti per i soliti pochi.

 

Questo suggerisce il film in controluce, anche se narra una vicenda che esita in una apparente sconfitta.

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