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L'altra globalizzazione
La sinistra, la Cina, la globalizzazione PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 08 Maggio 2019 13:04

Riproponiamo dal numero dell’autunno 2018 di Critica marxista il saggio di Romeo Orlandi ‘La sinistra, la Cina, la globalizzazione’, con due note redazionali.

Economista e sinologo, Romeo Orlandi è Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean. Insegna Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari. Ha diretto il think tank Osservatorio Asia. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Collabora a quotidiani e riviste specializzate. È autore di numerose pubblicazioni su Cina, India, Vietnam, Indonesia, Singapore e Asean. Per l’editore Derive Approdi ha pubblicato il romanzo “Il Sorriso dei Khmer Rouge”.

Lo scontro USA Cina dentro questa globalizzazione si fa sempre più complesso e rischioso. L’ottimismo ideologico del libero mercato si era spinto irragionevolmente, coinvolgendo anche tutte le sinistre compresa la nostra, a pensare che la globalizzazione sarebbe stata di segno occidentale e che la bandiera della democrazia sarebbe sventolata a Pechino e a Shanghai. E’ successo invece il contrario, la Cina è tutto fuorché democratica ma produce sempre di più e meglio mentre l’Italia punta ancora sul fascino antiquato del made in Italy piuttosto che sull’innovazione.

I fatti mostrano la loro proverbiale ostinazione anche quando registrano gli spostamenti dei container. Sette dei primi otto porti al mondo per tonnellaggio movimentato sono in Cina; Singapore (4°) costituisce l’eccezione. Il porto europeo più trafficato è Rotterdam, confuso al nono posto tra altre posizioni asiatiche e qualche intromissione australiana e statunitense. Alcuni decenni fa la lista era molto diversa, con un predominio delle due sponde dell’Atlantico. Spuntava ancora Genova. La classifica attuale è la fotografia più nitida della trasformazione della Cina in Fabbrica del Mondo. Si potrebbe obiettare che le merci movimentate siano destinate anche al mercato locale, così da ridurre l’impatto internazionale, come se i consumi interni assorbissero questa eclatante supremazia. In realtà, la grande maggioranza delle merci cinesi si dirige verso lidi stranieri. La Repubblica popolare è infatti dal 2009 il più grande esportatore al mondo, dopo avere insidiato e poi superato agevolmente il primato della Germania e degli Stati Uniti.

La sequenza logica che se ne ricava rasenta la banalità espositiva: i porti movimentano i container, che trasportano le merci, prodotte dalle fabbriche, generate dagli investimenti, stimolati dalle opportunità. Sembra di assistere alla famosa cantilena Alla fiera dell’Est. Infatti, la Cina è la destinazione preferita per gli investimenti produttivi provenienti dall’estero. Offre una calamita potente, un cocktail imbattibile di stabilità politica, costo contenuto dei fattori di produzione, eccellente rete infrastrutturale, promessa di un immenso mercato interno. Nessun paese è in principio così attraente come la Cina per le multinazionali. Questi due soggetti hanno dato vita al più bizzarro matrimonio di interessi della storia economica moderna. Spinti da fini diversi, ma complementari e convergenti, hanno registrato successi innegabili. La Cina, nella linearità di un’impresa titanica, ha trovato la scorciatoia per l’industrializzazione. Ha consegnato alla storia l’egualitarismo del modello maoista e ha adottato le dinamiche capitaliste. Gli aumenti del Pil, come mai nessun paese al mondo, testimoniano il successo di un’impresa epocale. Le grandi aziende – pur non sempre – hanno trovato gloria per le loro ambizioni: nuovi mercati e profitti crescenti. I numeri delle Nazioni Unite sono inequivocabili: nel 1990 la Cina contribuiva con il 3% alla produzione industriale mondiale; nel 2013 l’analogo valore risultava del 22%.

Le magnifiche sorti e progressive. Con la Cina?


I governi occidentali, anche quelli di centro sinistra o dell’Ulivo mondiale, hanno sostanzialmente assecondato questo passaggio. Non si sono cimentati a modulare una tendenza che sembrava vittoriosa ovunque: dalla sconfitta del Muro di Berlino al liberismo trionfante, dal destino di benessere per tutti alla improbabile fine della storia. Dominava la convinzione che togliere gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori di produzione avrebbe assicurato prosperità e democrazia ovunque. Negli stessi anni la produzione industriale in Europa scendeva dal 39 al 27% del totale. Nessun allarme suonava, il percorso era marcato: i settori maturi delocalizzati nei paesi emergenti, gli addetti dell’industria convertiti in tecnici informatici, assicuratori, progettisti, artisti. Brainware, not labour intensive. Il cervello avrebbe prevalso sulle braccia, la creatività sconfitto il sudore. Il destino di abbigliamento e calzature era segnato, nei casi più fortunati diretto nei capannoni in Asia. Ingentilito da comparti merceologici più sofisticati, il rapporto capitale lavoro non avrebbe sofferto di antagonismo.

Quando il campanello ci ha destato nel 2007, il sonno aveva generato l’ingovernabile. E' saltata la prima e più forte convinzione, il ruolo autoregolatore del mercato. Le contraddizioni e i lutti della crisi sono ancora evidenti. Eppure, con facilità si era rinunciato alla politica industriale, riducendo l’intervento dello Stato nell’economia e adottando le privatizzazioni nella convinzione – fideistica prima ancora che ragionata – di una loro maggiore efficienza. L’Italia ha subito una fortissima, quasi invincibile concorrenza dalla Cina e dai paesi asiatici. Ne hanno pagato le conseguenze i settori maturi che basavano le loro vendite su fattori di prezzo. Tra le grandi nazioni, l’Italia ha sofferto maggiormente l’emersione di nuovi soggetti perché la sua struttura produttiva – con piccole e medie aziende, conduzione familiare e inclinazione verso i beni di consumo – era il primo bersaglio delle merci cinesi, troppo a lungo identificate nel solito mantra: ridotta qualità, scarso valore aggiunto, basso costo unitario. Roba cinese, insomma, che tuttavia colpiva la nostra industria e peggiorava la bilancia commerciale con Pechino.

La speranza dell’ingresso della Cina nel Wto, nel dicembre 2001, era di assimilarla velocemente alle regole internazionali. In realtà, la riduzione delle misure tariffarie ha favorito le multinazionali e le esportazioni di Pechino. Fragile si è rivelata la difesa dell’industria nazionale, perché se ne è sopravvalutata la qualità strutturale. Il made in Italy sembrava inattaccabile, prestigioso e inimitabile. E' risultato invece ammantato di retorica, sparsa copiosamente come se lo scheletro industriale del paese fosse composto da raffinati beni di consumo ai quali anelavano le sterminate masse di cittadini asiatici. Anche la meccanica strumentale – il vero cuore produttivo del paese – sembrava annegare di fronte alle immagini patinate che connotavano l’Italia. La litania era costante, come in un disco rotto: venderemo al più grande mercato del mondo, 400 milioni di nuovi ricchi, se ogni cinese indossasse una cravatta italiana.

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Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 08 Maggio 2019 13:04

Riproponiamo dal numero dell’autunno 2018 di Critica marxista il saggio di Romeo Orlandi ‘La sinistra, la Cina, la globalizzazione’.

Economista e sinologo, Romeo Orlandi è Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean. Insegna Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari. Ha diretto il think tank Osservatorio Asia. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Collabora a quotidiani e riviste specializzate. È autore di numerose pubblicazioni su Cina, India, Vietnam, Indonesia, Singapore e Asean. Per l’editore Derive Approdi ha pubblicato il romanzo “Il Sorriso dei Khmer Rouge”.

Lo scontro USA Cina dentro questa globalizzazione si fa sempre più complesso e rischioso. L’ottimismo ideologico del libero mercato si era spinto irragionevolmente, coinvolgendo anche tutte le sinistre compresa la nostra, a pensare che la globalizzazione sarebbe stata di segno occidentale e che la bandiera della democrazia sarebbe sventolata a Pechino e a Shanghai. E’ successo invece il contrario, la Cina è tutto fuorché democratica ma produce sempre di più e meglio mentre l’Italia punta ancora sul fascino antiquato del made in Italy piuttosto che sull’innovazione.

I fatti mostrano la loro proverbiale ostinazione anche quando registrano gli spostamenti dei container. Sette dei primi otto porti al mondo per tonnellaggio movimentato sono in Cina; Singapore (4°) costituisce l’eccezione. Il porto europeo piu? trafficato e? Rotterdam, confuso al nono posto tra altre posizioni asiatiche e qualche intromissione australiana e statunitense. Alcuni decenni fa la lista era molto diversa, con un predominio delle due sponde dell’Atlantico. Spuntava ancora Genova. La classifica attuale e? la fotografia piu? nitida della trasformazione del- la Cina in Fabbrica del Mondo. Si potrebbe obiettare che le merci movimentate siano destinate anche al mercato locale, cosi? da ridurre l’impatto internazionale, come se i consumi interni assorbissero questa eclatante supremazia. In realta?, la grande maggioranza delle merci cinesi si dirige verso lidi stranieri. La Repubblica popolare e? infatti dal 2009 il piu? grande esportatore al mondo, dopo avere insidiato e poi superato agevolmente il primato della Germania e degli Stati Uniti.

La sequenza logica che se ne ricava rasenta la banalita? espositiva: i porti movimentano i container, che trasportano le merci, prodotte dalle fabbriche, generate dagli investimenti, stimolati dalle opportunita?. Sembra di assistere alla famosa cantilena Alla fiera dell’Est. Infatti, la Cina e? la destinazione preferita per gli investimenti produttivi provenienti dall’estero. Offre una calamita potente, un cocktail imbattibile di stabilita? politica, costo contenuto dei fattori di produzione, eccellente rete infrastrutturale, promessa di un immenso mercato interno. Nessun paese e? in principio cosi? attraente come la Cina per le multinazionali. Questi due soggetti hanno dato vita al piu? bizzarro matrimonio di interessi della storia economica moderna. Spinti da fini diversi, ma complementari e convergenti, hanno registrato successi innegabili. La Cina, nella linearita? di un’impresa titanica, ha trovato la scorciatoia per l’industrializzazione. Ha consegnato alla storia l’egualitarismo del modello maoista e ha adottato le dinamiche capitaliste. Gli aumenti del Pil, come mai nessun paese al mondo, testimoniano il successo di un’impresa epocale. Le grandi aziende – pur non sempre – hanno trovato gloria per le loro ambizioni: nuovi mercati e profitti crescenti. I numeri delle Nazioni Unite sono inequivocabili: nel 1990 la Cina contribuiva con il 3% alla produzione industriale mondiale; nel 2013 l’analogo valore risultava del 22%.

Le magnifiche sorti
e progressive. Con la Cina?
I governi occidentali, anche quelli di centro sinistra o dell’Ulivo mondiale, hanno sostanzialmente assecondato questo passaggio. Non si sono cimentati a modulare una tendenza che sembrava vittoriosa ovunque: dalla sconfitta del Muro di Berlino al liberismo trionfante, dal destino di benessere per tutti alla improbabile fine della storia. Dominava la convinzione che togliere gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori di produzione avrebbe assicurato prosperita? e democrazia ovunque. Negli stessi anni la produzione industriale in Europa scendeva dal 39 al 27% del totale. Nessun allarme suonava, il percorso era marcato: i settori maturi delocalizzati nei paesi emergenti, gli addetti dell’industria convertiti in tecnici informatici, assicuratori, progettisti, artisti. Brainware, not labour intensive. Il cervello avrebbe prevalso sulle braccia, la creativita? sconfitto il sudore. Il destino di abbigliamento e calzature era segnato, nei casi piu? fortunati diretto nei capannoni in Asia. Ingentilito da comparti merceologici piu? sofisticati, il rapporto capitalelavoro non avrebbe sofferto di antagonismo.

Quando il campanello ci ha destato nel 2007, il sonno aveva generato l’ingovernabile. E? saltata la prima e piu? forte convinzione, il ruolo autoregolatore del mercato. Le contraddizioni e i lutti della crisi sono ancora evidenti. Eppure, con facilita? si era rinunciato alla politica industriale, riducendo l’intervento dello Stato nell’economia e adottando le privatizzazioni nella convinzione – fideistica prima ancora che ragionata – di una loro maggiore efficienza. L’Italia ha subi?to una fortissima, quasi invincibile concorrenza dalla Cina e dai paesi asiatici. Ne hanno pagato le conseguenze i settori maturi che basavano le loro vendite su fattori di prezzo. Tra le grandi nazioni, l’Italia ha sofferto maggiormente l’emersione di nuovi soggetti perche? la sua struttura produttiva – con piccole e medie aziende, conduzione familiare e inclinazione verso i beni di consumo – era il primo bersaglio delle merci cinesi, troppo a lungo identificate nel solito mantra: ridotta qualita?, scarso valore aggiunto, basso costo unitario. Roba cinese, insomma, che tuttavia colpiva la nostra industria e peggiorava la bilancia commerciale con Pechino.

La speranza dell’ingresso della Cina nel Wto, nel dicembre 2001, era di assimilarla velocemente alle regole internazionali. In realta?, la riduzione delle misure tariffarie ha favorito le multinazionali e le esportazioni di Pechino. Fragile si e? rivelata la difesa dell’industria nazionale, perche? se ne e? sopravvalutata la qualita? strutturale. Il made in Italy sembrava inattaccabile, prestigioso e inimitabile. E? risultato invece ammantato di retorica, sparsa copiosamente come se lo scheletro industriale del paese fosse composto da raffinati beni di consumo ai quali anelavano le sterminate masse di cittadini asiatici. Anche la meccanica strumentale – il vero cuore produttivo del paese – sembrava annegare di fronte alle immagini patinate che connotavano l’Italia. La litania era costante, come in un disco rotto: venderemo al piu? grande mercato del mondo, 400 milioni di nuovi ricchi, se ogni cinese indossasse una cravatta italiana.

La storia, e? noto, ha preso strade diverse. La Cina si e? rivelata difficile da conquistare, i suoi acquisti si sono concentrati su beni strumentali e materie prime – necessari alla Fabbrica del Mondo – e solo recentemente si e? aperta ai consumi di lusso. Contemporaneamente, dai suoi porti partivano infinite distese di container indirizzati verso i mercati internazionali. Nei paesi industrializzati pochi se ne lamentavano. Il made in China non interferiva con le specializzazioni locali; offriva anzi beni di qualita? crescente a prezzi ridotti, per la gioia della distribuzione e dei consumatori. L’antagonismo verso le lanterne rosse dei negozi era contenuto; in Italia invece – secondo un’indagine della Pew di Washington – era il piu? alto al mondo. Effettivamente i prodotti cinesi, sempre piu? presenti, possono far chiudere le fabbriche. Il flusso inverso langue; pur con l’ottimo risultato del 2017 le esportazioni crescono pigramente; l’Italia in vent’anni ha quasi dimezzato la propria quota sull’import cinese (nel 2017 l’1,1% del totale, un quinto del valore tedesco). La bilancia commerciale della Germania e? in- vece in attivo nei confronti della Cina. Il Dragone – sempre dipinto come aggressivo e invasore – man- tiene fumanti le ciminiere tedesche e genera dunque reddito e occupazione, come avviene non a sufficienza per le aziende italiane. Sarebbe stato sufficiente studiare le diversita? tra i due paesi europei per evitare il disincanto. L’illusione della Cina come mercato di conquista ha provocato la disillusione successiva. Ancora fino al 2012 la somma delle esportazioni italiane verso le piu? importanti destinazioni asiatiche (Cina, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud) non raggiungeva in valore quelle destinate alla Svizzera (6% del totale).

Migliori ricompense hanno registrato gli investimenti internazionali, cioe? la lungimiranza di trasferire impianti oltre la Grande Muraglia. Tuttavia le aziende italiane – troppo piccole ed eurocentriche – ne hanno tratto vantaggio marginalmente. In un caso di scuola – ora sempre piu? numeroso – la Volkswagen produce piu? auto in Cina che a Wolfsburg. Le multinazionali hanno intercettato con pro- fitto la volonta? di riscatto cinese e le loro dimensioni hanno consentito investimenti sostanziosi, plu- riennali, negoziati. Bastava esaminare le loro esperienze, invece di ripetere all’infinito che Small is beautiful. Quando intervengono le trattative, l’accesso ai capitali, le economie di scala, le dimensioni contano, size matters. Mal difesa dalla sinistra, l’industria nazionale e? stata lasciata a patetici tentativi identitari, tesi a penalizzare i prodotti di Pechino. La Cina e? oramai nel Wto e le eventuali misure restrittive si decidono a Bruxelles, dove i margini italiani sono istituzionalmente ridotti.

Il feticismo dell’origine della merce

Qual e? peraltro il significato stringente dell’origine della merce? Cosa significa salvaguardare la produzione nazionale? La creazione del valore e? ormai globalizzata o almeno tende a esserlo sempre di piu?. La libera circolazione di merci, talenti, materiali, capitali, indirizza il loro reperimento ovunque sia disponibile al meglio. L’assemblaggio ha luogo nei posti piu? convenienti. La vicinanza alle materie prime per creare un’industria e? ormai un concetto che volge al tramonto. Un iPhone prodotto a Shenzhen e spedito negli Stati Uniti incide per 275 dollari nell’attivo commerciale cinese. Eppure il valore aggiunto nella Rpc e? di soli 10 dollari. Il resto appartiene ad altri luoghi, compresa la California per il progetto della Apple. Eppure ogni iPhone viene conteggiato come made in China. E? ancora opportuno affidare alle statistiche il monopolio delle informazioni commerciali? Non sarebbe piu? opportuno studiare i passaggi della creazione di valore, piuttosto che insistere sulla provenienza delle merci? No Cina, e? il cartello appeso nelle bancarelle, all’ingresso dei negozi di casalinghi e giocattoli. Ben altre contese avrebbe meritato il made in Italy, se da bandiera stinta si fosse trasformato in programma redditizio.

Un’altra statistica, drammaticamente ostinata, ci conduce al nocciolo della dinamica globale: la meta? delle merci esportate dalla Cina deriva da investimenti di multinazionali. La percentuale assolve in partenza le accuse di invasione commerciale rivolte al Dragone. La replica e? infatti semplice: Pechino sta facendo cio? che le e? stato chiesto, cioe? produrre. Ovviamente questo passaggio epocale ha dato forma alla globalizzazione. Il suo carattere economico e? stato largamente prevalente. La Cina – araldo dei paesi emergenti – vi ha trovato la soluzione per sconfiggere l’arretratezza e riproporre il suo peso politico. Il capitalismo occidentale ha scovato uno stimolo gigantesco, contemporaneamente scelta e necessita?, per i nuovi assetti. Senza contrasti ideologici, senza l’Unione Sovietica, il mondo era effettivamente sembrato piu? omogeneo, incline al benessere, pronto alla democrazia, inevitabilmente proteso verso la liberta?. The world is flat, senza ostacoli, ci ricordava il pensiero dominante. La tecnologia era disponibile, trasferibile, senza limiti; i gusti tendevano a uniformarsi, la storia sembrava al capolinea. Immaginare una globalizzazione dei diritti e delle opportunita? sembrava un ingombro fastidioso o un’illusione giovanile.

L’Asia orientale e? stata uno dei bastioni del nuovo sistema. Il trasferimento di attivita? produttive, ingigantito dalla Cina, aveva gia? interessato le quattro tigri (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapo- re), poi l’intero Sud-Est asiatico, infine il sub-continente indiano. Il suo destino era la creazione materiale di valore, potendo contare su una massa sterminata di forza lavoro disciplinata e partecipe. Ilcompito di estrarre valore spettava all’Occidente, nella sede emblematica di Wall Street. I redditi generati dalla finanza sostenevano i consumi, acquistando le sovrapproduzioni asiatiche. Il sistema aveva bisogno della compressione dei salari e dei consumi in Asia. Li?, la stabilita? permaneva la stella polare di tutti i governi. I mercati ricchi erano la destinazione immediata delle merci, con attivi commerciali reinvestiti copiosamente. Il consumo della Cina rappresenta ancora oggi il 38,6% del suo Pil; quello statunitense ha un valore notoriamente piu? alto (68,1%). Sembrava la negazione della logica economica; eppure gli assetti strategici hanno imposto questo equilibrio precario. Quando la Lehman Bros e? fallita nel settembre 2008, e? diventato evidente che i risparmi dei lavoratori cinesi non potevano continuare a finanziare i consumi della middle class americana. Per registrare le conseguenze sull’occupazione di questo eccezionale trasferimento di risorse – tra chi creava valore e chi ne godeva – e? stato invece necessario attendere i risultati elettorali piu? recenti.

Sinistra vs globalizzazione?

L’atteggiamento della sinistra verso la globalizzazione e? stato incerto, innervato da sfumature e interpretazioni. In un estremo concettuale permaneva la classica opposizione al capitalismo, del quale la globalizzazione rappresenta la versione piu? sofisticata. Se ne combatteva la spietatezza, lo scarso rispetto per i piu? deboli, l’esposizione al mercato e dunque la riduzione delle proprieta? pubbliche. Effettivamente il declino degli Stati nazionali, soprattutto in Europa, e? innegabile. Stanno sbiadendo le loro prerogative: il controllo delle frontiere, la stampa delle banconote, il monopolio della forza, l’omogeneita? culturale. Chi ha assunto questi poteri? Le organizzazioni internazionali, le banche multilaterali, le missioni militari della Nato, le multinazionali, l’egemonia statunitense. L’opposizione immediata e? stata dunque ideologica; quella seguente e? piu? concreta: i vincoli di bilancio sono spietati, non si puo? piu? svalutare e finanziare in deficit. Il primo bersaglio della globalizzazione e? il welfare. Per mantenerlo sarebbero necessarie alcune condizioni: un’eccellenza tecnologica diffusa, una specializzazione finanziaria e dei servizi e la sottomissione dei paesi emergenti. In Italia, la prima sta flettendo, la seconda non ha mai avuto luogo, la terza non e? piu? praticabile. Il riscatto dell’Asia ha intaccato i paesi deboli dell’Europa. L’opposizione della sinistra tradizionale alla globalizzazione si comprende, ma rimane una semplice testimonianza. Le risorse per reddito e occupazione – in assenza di prospettive di radicale cambiamento politico – non sono piu? disponibili. La protezione garantita durante la Guerra fredda, la possibilita? di finanziare il consenso attraverso il debito pubblico sono ormai inimmaginabili. La sicurezza dell’occupazione, la centralita? del lavoro, gli investimenti pubblici sono dei rimpianti. L’inflazione, la svalutazione, le assunzioni clientelari dovrebbero essere i rimorsi.

La Cina in trent’anni ha spostato 300 milioni di contadini nelle citta? trasformandoli in operai. Per la prima volta nella sua storia millenaria i centri urbani sono piu? popolosi delle campagne. Le fabbriche si trasferiscono con una disinvoltura inquietante. I governi occidentali sembrano impotenti. In questa cornice, e? stato opportuno irrigidirsi sulla battaglia, poi persa, dell’articolo 18? Non c’era una soluzione migliore della lenta agonia della cassa integrazione? E? stato saggio privilegiare le relazioni industriali esistenti, trascurando le forme contrattuali che si stavano affermando? Mentre si consolidavano nuovi mestieri – dai ciclofattorini alle partite Iva, nei call center e nei centri di distribuzione – nessuna spia si e? accesa quando i pensionati sono diventati la componente piu? numero- sa dei sindacati?

La sinistra di governo e? stata al contrario favorevole alla globalizzazione. Sciolta da legami ideologici, ha sposato le teorie liberiste. Ha tentato di rinnovare la vecchia tradizione socialdemocratica del deficit spending, convinta che la diluizione dello Stato avrebbe generato dinamismo e individualismo. La globalizzazione era cosi? identificata con la crescita della societa? civile, l’aumento della ricchezza, la sconfitta del sottosviluppo, la contaminazione culturale, l’affermazione di diritti universali. Inaugurata da Clinton e Blair – con evidenti affinita? con la destra moderata – ha oggettivamente raggiunto i risultati che auspicava, approfittando essenzialmente dell’assenza di antagonisti internazionali. Questa globalizzazione ha gestito con acume il disequilibrio sul quale poggiava. Il suo architrave era la certezza del progresso: il commercio e? uno strumento di pace, il panorama postideologico avrebbe omologato il mondo intero. Le praterie gratuite di Internet erano pronte a consolidarla. Il modello cinese – un concentrato indigesto di dittatura e bassi salari – era con fastidio considerato inapplicabile. Quando raggiunta dalla prosperita?, la classe media avrebbe reclamato nuove rappresentanze, dando vita al parlamentarismo. La bandiera della democrazia sembrava destinata a sventolare a Pechino e a Shanghai. La crisi ha fatto giustizia di queste convinzioni. Si e? affannato presto il respiro del benessere universale, un wishful thinking.

La Cina ha spento questi sogni, confinandoli alla loro ingenuita?. Ha confermato la sua irriducibilita? a logiche estranee, l’impermeabilita? a fattori di rischio, la serieta? del suo impegno, la diversita? nel tragitto di sviluppo. Soprattutto, ha reso la democrazia uno strumento, non un postulato. Si puo? produrre ricchezza – come mai nessun paese nella storia economica – anche senza la circolazione di idee e il disagio delle elezioni, con la guida del partito unico. Questa inoppugnabile verita? ha dapprima disorientato e poi colpito l’ottimismo delle societa? occidentali. Per un’ironica inversione dei fini, la globalizzazione non ha prodotto la democrazia in Cina, ma ha condotto a una precarizzazione nei paesi piu? deboli. Qui, la fabbrica fordista, lo Statuto dei lavoratori, la concertazione sindacale sono apparsi impraticabili, se esposti a una concorrenza spietata. Salpata con l’ideale della democrazia in Cina, la corazzata della globalizzazione e? approdata in porti mediterranei, affollati di disoccupazione e lavoro nero. Il numero degli addetti si e? tragicamente ridotto in Italia che, in aggiunta, ora e? prima in Europa per i Neet, amaro acronimo di Not in employment, education, or training. Si trova in questa situazione il 26% dei cittadini tra 18 e 24 anni. Piu? di un quarto dei giovani e? ufficialmente nullafacente. Nella stessa cornice, tornano specularmente gli stessi interrogativi: perche? la scorsa legislatura ha espunto l’articolo 18? Qual era il messaggio di tanta determinazione? Inoltre: ha portato effetti tangibili, op- pure soltanto la propaganda di decimali di punto per occupazioni sempre piu? precarie? Soprattutto: qual era l’opportunita? di dividere il paese e il partito di governo sul lavoro e su tante altre questioni? Non sarebbe stato piu? saggio trarre vantaggio dalla migliorata congiuntura internazionale per raggiungere qualche risultato, per offrire tregua e speranza? Solo ora la sinistra italiana sostiene di non aver capito la globalizzazione. Lo fa con lo stesso candore con il quale perde le elezioni, come se si sia trattato di un piccolo incidente di percorso e non di un errore epocale.

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Dopo la crisi. Destra vs globalizzazione!

Nell’ultimo decennio i disequilibri mondiali sono variati, ma i suoi nodi non sciolti. A parita? di potere d’acquisto il Pil cinese ha superato nel 2014 quello statunitense; le economie dei paesi emergenti sono nel complesso cresciute nove volte piu? velocemente di quelle industrializzate; decine di milioni di persone scavalcano ogni anno la soglia di poverta?; nel 2018 il reddito pro capite spagnolo ha sorpassato quello italiano. La globalizzazione ha accentuato il suo versante economico. Sono aumentati gli stati autoritari, le disuguaglianze, la dissipazione delle risorse. Il dominio dei gestori dei big data – aiutato da disinvolte misure antitrust – e? completo e inquietante. I partiti progressisti non hanno saputo arginare questa deriva, quando non ne sono stati artefici diretti. La novita? politica emersa e? singolare e inquietante: l’opposizione alla globalizzazione e? ormai patrimonio della destra; non quella classica e liberale, ma la sua declinazione nazionalista. Venata da fascismo, immagina un ruolo piu? incisivo dello Stato, sigilla le frontiere, difende le tradizioni, rimpiange il passato, evita il contagio, si affida al suo popolo, diffida dell’inglese, privilegia la cucina italiana. I suoi concetti chiave sono comunita? e identita?. Siamo dunque agli antipodi della globalizzazione, almeno dei suoi aspetti piu? inclusivi e progressisti. Non averne intercettato la novita? dirompente, affidandone l’opposizione alla destra e al populismo, e? stato un errore imperdonabile. Bloccata dall’infertilita? concettuale, ma soprattutto dall’imitazione di logiche subite, la sinistra italiana e? stata prigioniera dell’incapacita? di gestire un fenomeno complesso.

Inoltre, la supremazia della destra e? stata conquistata elettoralmente, facendo leva su rancori, in- soddisfazione, protesta, mancanza di sicurezza sociale e occupazionale. Donald Trump, con una magistrale campagna elettorale, ha dato forza a questi sentimenti e ha trovato epigoni anche nella vecchia Europa. La Casa Bianca ha ora rimesso in gioco il delicato equilibrio emerso tra enormi contraddizioni dopo la Guerra fredda. Le domande di Trump, al netto delle risposte, sono tutt’altro che banali. E? sostenibile il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina, pari a 376 miliardi di dollari nel 2017 (senza contare quelli con Messico, Germania e Giappone)? Si puo? negligere il risentimento degli operai del Midwest per la perdita del lavoro trasferito in Asia? Non si smarrisce l’identita? nazionale se aumentano i 55 milioni di cittadini di lingua spagnola gia? negli Stati Uniti? Perche? le spese della Nato devono ancora essere cosi? sostenute per Washington? Le precedenti amministrazioni avevano navigato tra un equilibrio complicato. Trump e? meno incline alle sofisticazioni, ma oggettivamente i nodi si sono ingigantiti. Riuscira? a scioglierli con minacce, muri, dazi, tweet e nuovi assetti che ne deriveranno?

Se la previsione si basasse sull’interferenza delle molte variabili, la risposta sarebbe negativa. Il mondo e? oggi cosi? interconnesso che soluzioni unilaterali appaiono improbabili. Soprattutto a livello economico, strappi clamorosi sembrano difficili da sopportare. La Cina interviene nei twin deficits statunitensi, sia commerciale che federale. Accumula risorse vendendo merci ai consumatori americani. Inoltre riceve i capitali degli investimenti produttivi. Ha accumulato la piu? alta concentrazione di riserve valutarie al mondo, che alcuni anni fa aveva superato l’astronomica cifra di 4.000 miliardi di dollari e ora – dopo il sostegno alla domanda in- terna – e? quantificabile in 3.200 mi- liardi. Le cifre esatte sono segrete, ma e? altamente verosimile che piu? della meta? sia costituita da treasury bond emessi da Washington per finanziare il deficit federale. Gli stessi dollari che comprano merci, poi da altre mani acquistano il debito. La Cina e? il piu? grande detentore di titoli di Stato Usa. Ha nei suoi forzieri una massa ingente di denaro che le da? ampi margini di manovra sui mercati. Diventa proprietaria di porzioni di Stati Uniti. Cosa succederebbe se vendesse o smettesse di comprare titoli, oppure se esigesse i suoi crediti? Quali scenari si aprirebbero se gli Stati Uniti decidessero di non onorare i loro debiti? Gli analisti che hanno descritto questa possibilita? come nuclear option non sono lontani dalla realta?. In questi casi la prudenza – non solo alla Casa Bianca – non e? solamente saggia ma obbligatoria.

Le cronache riportano le guerre commerciali tra gli Stati Uniti e i loro principali paesi fornitori. L’impostazione di Trump e? classica: aumentare i dazi all’importazione per favorire il consumo di prodotti interni che trainerebbe le assunzioni. Buy American, hire American. La tenzone a suon di nuove tariffe e? in atto. Probabilmente Trump riuscira? a strappare qualche concessione e a trasformarla in una narrazione conveniente. In via di principio ha certamente ragioni da vendere. Eppure le domande da porsi sono altre: e? praticabile questa via? Riuscira? il presidente a riportare l’occupazione industriale nel paese? Le sue azioni nel lungo periodo saranno redditizie? Le risposte piu? plausibili sono tutte intrise di dubbi. I dazi sono bivalenti. Se si importano componenti da assemblare, il costo finale del prodotto – pur se diventato made in Usa – potrebbe diventare proibitivo. Inoltre, la distribuzione lamenterebbe di non poter piu? «importare a costi cinesi e vendere a prezzi americani». Quando l’amministrazione Trump ha imposto i dazi su alluminio e acciaio cinesi, tre Associazioni nazionali di produttori lo hanno applaudito. Ben 46 grandi associazioni di utilizzatori dei due metalli – comprese le multinazionali piu? potenti – hanno espresso il loro disaccordo. Lo hanno fatto anche gli esportatori, timorosi dell’imposizione per reciprocita? di misure protettive nei paesi colpiti dall’iniziativa statunitense. Alcune aziende infine hanno scelto l’opzione opposta, come la Harley Davidson che ha deciso di delocalizzare per evitare proprio i dazi sulle sue moto. L’effetto combinato di questi eventi sarebbe probabilmente insostenibile nel lungo periodo.

In aggiunta, rinnovare una vocazione industriale dopo decenni di trasferimento di attivita? mature non sara? certamente agevole. Difficilmente i telai della Virginia riprenderanno l’attivita? tessile, le acciaierie di Pittsburgh a inquinare, i terreni di San Jose? a ispirare i racconti di Steinbeck sui lavoratori agricoli messicani. Ora, su quello stesso suolo, sorgono le aziende pulite della Silicon Valley. I loro algoritmi spingono verso un mondo globalizzato, senza frontiere o distinzioni, dove l’inglese e? al servizio del consumatore universale. Anche l’industria automobilistica – che ha dato comunque segnali di grande vitalita? – ha ceduto la supremazia produttiva alla Cina e compete con le industrie europee e asiatiche per le nuove frontiere tecnologiche. Ci vorra? un mandato presidenziale ampio, che comprenda produttori e consumatori, per continuare la guerra commerciale. Nel frattempo, in Bangladesh gli operai tessili continueranno a guadagnare 50 dollari al mese. Esistera? sempre un paese di riserva dove trasferire le produzioni; non si possono imporre dazi a tutto il mondo.

Se dunque e? verosimile un aggiustamento funzionale degli assetti, almeno tre considerazioni minacciano tuttavia la stabilita? internazionale. La prima e? lineare: Trump ha scosso il sistema, ha aperto molti fronti, confuso la distinzione tra amici e nemici. E? determinato, sbrigativo, popolare, fortunato. E? per lui motivo d’orgoglio evitare le complicazioni, i lunghi dossier; ai luoghi della politica preferisce la velocita? del business. Ha disvelato molte contraddizioni, spesso acuendole. Se non riuscira? a risolverle, la tentazione di usare maniere drastiche potrebbe serpeggiare. In politica estera ha mani pressoche? libere, senza i check and balance che la Costituzione gli impone all’interno. Paradossalmente, sono i generali e la Cia a consigliare moderazione.

In secondo luogo, gli oppositori degli Stati Uniti – pur con diverso tasso di antagonismo – sono sempre meno intimiditi. Piu? che nel passato, nel multipolarismo le alleanze si compongono sul pragmatismo. Il Medio e l’Estremo Oriente ne sono un esempio lampante. Le pressioni statunitensi si arenano di fronte ai nuovi assetti politici che l’emersione della Cina ha trainato. Oggi Pechino indossa abiti piu? ambiziosi. Ha sconfitto il sottosviluppo, rivendica territori da altri paesi asiatici e minaccia la Pax Americana nel Pacifico. La Cina remissiva del dopo Mao e? ora potente e orgogliosa. Il suo percorso e? pressoche? completo: l’economia ha assolto il suo compito, la politica puo? ritirare la delega e tornare al comando. L’espansione verso il Mar cinese meridionale e la Nuova via della seta sono articolazioni della stessa ambizione. Le rotte potrebbero collidere con la 7a Flotta della Us Navy.

Da ultimo, il nazionalismo di Pe- chino non confligge soltanto con Washington. Si somma a quello dei vicini asiatici: la Russia di Putin, l’India di Modi, il Giappone di Abe. Gli attriti politici in Asia sono tutt’altro che risolti. La penisola coreana e la ferita aperta di Taiwan lo ricordano costantemente. Se le tensioni economiche possono essere negoziate, quando diventano politiche e militari rimandano a scenari molto piu? tesi. «The world is a complicated matter», ammoniva Barack Obama; ecco perche? le scorciatoie sono infide e le trattative doverose.

Meglio il capitalismo, per ora

In questa scena internazionale il ruolo dell’Italia e? in ultima fila se non dietro il palcoscenico. Alla retorica nazionale si oppongono i numeri, le classifiche, le tendenze, le perdite di posizione. Sono noti i limiti strutturali e le responsabilita? politiche. Il nostro paese e? stato colpito dalla globalizzazione; certamente i prezzi pagati sono stati superiori ai vantaggi. Un tessuto debole, poco esposto alla concorrenza, strategicamente protetto, quando e? stato messo di fronte a nuovi attori globali – potenti, spregiudicati e alleati del- le multinazionali – ha mostrato dei cedimenti. Soprattutto, i suoi limiti – le competenze, la rettitudine, il senso delle istituzioni – non sono stati indenni allo scrutinio della magistratura e dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, il nostro paese viene percepito come un pericolo – dunque da non lasciare a se stesso – piu? che un sostegno alla crescita. La costanza degli errori, le fragilita? di base, i vincoli di bilancio, i controlli europei rendono molto difficile qualsiasi ipotesi espansiva.

Probabilmente l’Italia dovra? limitare il suo intervento a negoziare il declino che la sta colpendo.

Rimane il rammarico perche? la sinistra – nella sua accezione piu? ampia – ha avuto la possibilita? di in- cidere. Non ha piu? la giustificazione di essere stata all’opposizione. Sarebbe riduttivo addebitare la sua sconfitta alla plateale incompetenza dei suoi dirigenti. Il loro spessore culturale e politico e? certamente piu? sottile di quanto richiesto. Comprendere e gestire il cambiamento – anche con rotture dolorose con il passato – era il suo compito. E? rimasto largamente disatteso, anche per motivi non soltanto politici. Le novita? sulla scena mondiale, le incrostazioni su quella interna non hanno condotto a diverse visioni sociali, a differenti distribuzioni della ricchezza, al superamento della crisi. Hanno solo prodotto controverse, traumatiche e incompiute riforme. Lo scarto tra i cittadini e le istituzioni e? approdato agli esiti conosciuti.

Ora il paese e? in preda a un forte sentimento anti globalizzazione. Il mainstream e? affollato di concetti chiarissimi: frontiere, muri, statalizzazioni, respingimenti, Prima gli italiani. Dopo averne fallito la comprensione, la sinistra ha lasciato alla destra l’opposizione alla globalizzazione. La conclusione e? amara e singolare: l’Italia e? l’unico luogo dove il capitalismo rappresenta l’offerta politica di sinistra. Sono certamente piu? progressisti i suoi aspetti migliori – il dinamismo, la mobilita? sociale, la meritocrazia, la liberta? – che la palude all’orizzonte. E? necessario dunque molto ottimismo della volonta? per immaginare un prossimo riscatto della sinistra. Non sara? sufficiente una nuova classe dirigente e una piu? solida impalcatura teorica. Nel breve periodo si puo? fare affidamento sulla volatilita? dell’elettorato, sulle incertezze del governo pentaleghista, sul fallimento del sovranismo. Si tratta di ipotesi possibili ma aleatorie e non sufficienti. In prospettiva, la maturazione di una sinistra democratica e di governo appare lunga e difficoltosa. Per lanciare un seme, per non abbandonare la speranza, vanno rispolverati utensili eterni: studio, serieta?, integrita?, partecipazione, attenzione ai piu? deboli. La vera novita? sara? il coraggio di gestire situazioni inedite e complesse, con l’inattaccabilita? della propria preparazione.


 
Questioni di confine: l'umano e la macchina, il postumanesimo e il conflitto sociale PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 09 Novembre 2016 14:28

Questo articolo è composto da due parti, la prima che riguarda il tema del confine tra umano e macchina, di Adriana Perrotta Rabissi, la seconda che riguarda postumanesimo e conflitto sociale di Franco Romanò

I parte

Nei tre saggi che compongono il Manifesto Cyborg  Donna Haraway indaga il rapporto tra scienza tecnologia e identità di genere. In contrasto con le posizioni essenzialiste di parte del femminismo adotta la metafora del Cyborg come figura in grado di sovvertire l’ordine del discorso patriarcale e mettere  in crisi l’epistemologia maschile.

In the three essays composing the Cyborg Manifesto Donna Haraway investigates the relationship between science technology and gender identity. In opposition to the essentialist positions taken by part of the feminist movement,she takes cyborg metaphor as a figure able to subvert the order of speech and consequently putting in crisis male epistemology.

 

Preferisco essere cyborg che dea (Donna Haraway), di Adriana Perrotta Rabissi

Negli anni Novanta del secolo scorso Donna Haraway, filosofa e biologa statunitense, che si dichiara socialista e femminista, si è interrogata sul rapporto scienza, tecnologie e identità di genere e ha scritto tre saggi pubblicati in italiano nel libro, Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Introduzione di Rosi Braidotti, Feltrinelli, Milano, 1995.1

Si tratta di un testo importante, ma in Italia purtroppo ha avuto circolazione e diffusione minori che altrove, forse proprio per l’ambivalenza nei confronti dei temi affrontati, e anche perché contrastava le posizioni essenzialiste elaborate dal femminismo della differenza sessuale, egemone nei media italiani.

 



Haraway è fermamente contraria a ogni concezione essenzialistica della soggettività e a ogni rappresentazione bionaturalistica dei corpi, che vanno considerati nel loro intreccio di materia e pratiche culturali di significazione.

Le ricerche di Haraway costituiscono la base sulla quale si è sviluppato il pensiero del femminismo postumanista e  antispecista contemporaneo, inoltre si collocano all’origine di riflessioni che diventano oggi quanto mai attuali, soprattutto alla luce della recente convergenza tra pulsioni neoliberiste e pulsioni neofondametaliste, che pongono l’accento sulla dimensione sessuata del corpo, naturalizzando i parametri comportamentali stabiliti all’interno del discorso patriarcale.

Haraway scriveva trent’anni fa di possibilità che molt* di noi conoscevano solo nell’ambito della letteratura fantascientifica, mentre lei parlava dal paese più avanzato in scienza e tecnologia; nel frattempo si sono intensificate scoperte e invenzioni che in qualche modo ci hanno strett* tra sogni di onnipotenza e incubi, tra la speranza che le biotecnologie migliorino la vita delle persone, eliminando patologie, disabilità, contingenze che ci ostacolano nel quotidiano, aiutandoci per di più a ampliare le possibilità di azione dei nostri corpi concreti, e il timore di superare limiti etici e sociali e perdere in umanità e relazionalità tra le persone.

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L’eroica idiozia di una massaia. Nascita e morte della massaia di Paola Masino PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Martedì 10 Novembre 2015 08:56