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Di amore, di guerra, di miti. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Mercoledì 24 Settembre 2014 14:31

di Franco Romanò

La concezione dell'amore in Occidente nasce dal mito di Tristano e Isotta oppure da quello di Amore e Psiche?

The western conception of love was born from the myth of Tristano e Isotta or from the myth of Eros and Psiche?

Amor und Psiche oder Tristano und Isolde? Welchen von beiden Mythos sehr wichtig ist für die Weste conzeption von  Liebe?

Il testo qui pubblicato è l'introduzione a un lavoro più ampio che in origine avrebbe dovuto essere un libro. Le difficoltà editoriali attuali mi hanno scoraggiato dal tentare quella strada, ma alla scelta definitiva sono arrivato anche per una considerazione di tipo diverso. Ho cominciato a scrivere di questi argomenti sull'onda dei dibattiti che abbiamo fatto spesso in redazione, in particolare quando ci siamo occupati di Patriarcato. Mi è parso evidente, da un certo momento in poi, che Overleft sia la collocazione naturale di questo mancato libro e l'ho proposto alla redazione. Questa è dunque la prima parte, altre ne seguiranno.

Nel 1938, un filosofo e scrittore svizzero cosmopolita, cominciò a scrivere un libro che sarebbe stato editato nel 1939, un testo che certamente il suo autore covava da tempo, ma che sembra venire alla luce nel momento più anacronistico. L’Europa è già sconvolta e lo sarà ancora di più in pochi mesi. Ebbene, in uno scenario come quello, Denis de Rougemont pubblica L’amore e l’Occidente!

Lo scrittore cristiano protestante, peraltro, non era affatto un pensatore avulso dalle problematiche del presente: anzi, condivideva tutte le angosce del momento. Egli, infatti, conosceva bene l'Europa, aveva lavorato a Parigi e a Francoforte, vedeva le cose da vicino e ne coglieva tutta la tragicità; ancor più, era convinto che il totalitarismo nazista sarebbe dilagato senza tener conto dei confini, dunque avrebbe potuto benissimo non rispettare la neutralità elvetica. De Rougemont partecipò con diverse iniziative editoriali alla lotta antifascista, fino alla costituzione del gruppo del Gottardo, con l’intento di contrastare i fascismi in tutta Europa e, quando il governo elvetico cominciò a temere per la sua sicurezza personale, gli consigliò un temporaneo esilio negli Usa.

L’amore e l’occidente sembra del tutto fuori posto, eppure sarà un libro decisivo, anzi, imprescindibile per chi voglia - anche oggi - dedicare la propria attenzione al tema in oggetto, ma anche per comprendere quale nesso, secondo il suo autore, esisteva fra gli avvenimenti in corso quando lo scrisse e il sentimento amoroso, che appare ad essi il più lontano.

Il testo dell’autore elvetico è una storia della concezione dell'amore, come si è venuta formando nei secoli, nella porzione di mondo che definiamo convenzionalmente occidentale (anche se i riferimenti agli Usa sono limitati alla produzione cinematografica e a poco altro) e potrebbe sembrare, a prima vista, solo l’ultimo di una serie di libri che, a partire da Il tramonto dell’Occidente di Spengler (1910), per passare da altre riflessioni sulla decadenza dello spirito europeo (provenienti sia dalla cultura di destra, sia di sinistra – Ernst Jünger e Antonio Gramsci, tanto per citare due nomi celebri), sembra trovare nella seconda e definitiva tragedia di una nuova guerra, il suo compimento.

Il libro è anche questo, ma non si può fare a meno di notare la sua eccentricità e ancor più la sua novità, perché quella di de Rougemont è un’analisi che intreccia filosofia e storia, mito, poesia, narrativa e antropologia. Oggi tale trasversalità e interazione fra discipline e saperi diversi è ovvia, ma non lo era affatto allora e anche per questo fu un testo accolto con molte polemiche. Ambivalente nei confronti della psicoanalisi, L’amore e l’occidente è un affresco plastico e imponente, un’indagine, tratteggiata da un uomo che cerca una verità difficile da trovare nel momento più grave della storia europea del secolo scorso ed è, come afferma Armanda Guiducci nella sua bellissima introduzione, un libro tragico 1 perché la tesi di fondo dell'autore è che un mito di morte e una pulsione di morte (termine che forse non farebbe del tutto piacere a de Rougemont) sono alla base della concezione occidentale dell’amore.

 

De Rougemont riprenderà il suo scritto nel 1954 e, sollecitato anche da T.S. Eliot, vi apporterà ulteriori chiarimenti e approfondimenti, che non modificano la sua impostazione generale, ma l'arricchiscono ulteriormente.

Lo scrittore e filosofo morì nel 1985, ma il suo libro continua a essere un testo fondamentale, anche dopo Reich, (peraltro a lui coevo), la rivoluzione sessuale degli anni ’70, il femminismo, l’orizzonte attuale dei diritti civili estesi alle unioni di fatto, i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Anzi, proprio tali sensibilità e movimenti (il femminismo in particolare), fanno risaltare ancor di più la sua novità e persino preveggenza. L’amore e l’Occidente è un libro sulla crisi del sentimento amoroso, ma ancora di più è un testo sulla crisi dell’uomo maschio occidentale e dei suoi miti, è un testo sulla difficoltà crescente dei rapporti fra i generi, anche se la parola non fa parte del suo lessico: tuttavia, lo scrittore era ben consapevole fin da allora, dell'importanza del protagonismo femminile e basterebbe fra le molte, questa citazione a dimostrarlo:

...il ripetuto preannuncio di una imminente rivincita del principio femminile sul patriarcato, tutto questo lascia presentire la possibilità di una vasta evoluzione della psiche moderna...” 2

Lessi anni fa il libro e ne fui molto suggestionato per la sua ricchezza e per la scrittura affascinante; poi, pian piano, furono i suoi contenuti e la sua tesi a costringermi a tornarci diverse volte sopra, senza mai interloquire veramente con esso. Quest’opera ha vissuto dentro di me un po’ in incognito. Ciò che mi spinge finalmente ad affrontare la stessa tematica, su cui de Rougemont scrisse alla fine degli anni '30, è la certezza di una crisi ancora più profonda del sentimento amoroso in occidente e ancor più allarmante, perché sembra contraddetta da quello che appare superficialmente.

Ciò cui assistiamo, infatti, ha delle somiglianze con l'Europa dei primi decenni del secolo scorso, precedenti l’avvento di Adolf Hitler al potere in Germania. Un dopoguerra (perché ormai sappiamo dagli storici che la cosiddetta Guerra Fredda fu tutto fuorché fredda!) fatto di entusiasmi, rivoluzioni (quella di Ottobre che avrebbe influenzato anche la lontana Cina) e repentine delusioni, una crisi economica e finanziaria devastante e appena iniziata, un clima di apertura in tema di diritti civili che ricorda assai le spregiudicatezze della Parigi degli anni ’20, ma anche della Repubblica di Weimar, il travolgente imporsi di orizzonti più ampi in tema di diritti civili, anche nella legislazione degli stati. Facile contraddirmi rispetto alla specificità italiana, ma se si guarda un po' più in là dei nostri confini, si può constatare facilmente quello che affermo e anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Per non parlare delle recenti proteste di milioni di donne di uomini indiani dopo i recenti casi di stupro di gruppo, del protagonismo femminile nelle insurrezioni egiziane e tunisine, manifestazioni che scuotono in ogni parte del mondo usanze e strutture patriarcali, poteri di caste sociali, imprigionate da secoli dentro orizzonti culturali che sembravano granitici. Eppure, in Europa, tutto questo avviene in modo separato da altri processi sociali, i movimenti per l'estensione dei diritti civili e politici, che hanno ottenuto mutamenti significativi anche del linguaggio e della mentalità diffusa e non solo conquiste legislative, sono assai meno consapevoli, rispetto agli anni '70, della necessità di non scindere queste lotte da quelle per i diritti sociali e la critica di una società capitalistica che genera sempre più povertà, distruzione del welfare e addirittura schiavitù. Questa scissione rischia di azzerare le stesse conquiste di civiltà in tema di diritti, oppure di dare corpo a nuovi soggetti privilegiati che ne possono usufruire, perché relativamente al riparo rispetto a drammi sociali quali la disoccupazione di massa, la precarietà, l'insicurezza.

Tutto questo mi spinge a dialogare criticamente con questo libro e anche con altri.

In primo luogo con quanto prodotto dal femminismo e da studiose, non femministe nel senso proprio del termine, ma che hanno dato un contribuito a mio avviso essenziale alla storia dell'amore in Occidente. Due nomi su tutte: Luce Irigaray e Ida Magli; ma anche Jung e Hillman (Freud ovviamente sullo sfondo), le studiose hilmaniane dei cosiddetti gender studies californiani come Riane Eisler e Genette Paris, e poi i romanzi, i miti, le fiabe, la grande poesia di ogni tempo, le arti grafiche, la scultura e persino qualche canzone. Infine, un recente libro di Alessandro Carrera.

Il mito da cui De Rougemont iniziò l'indagine sul sentimento amoroso in Europa è quello di Tristano e Isotta, cui dedica una lunga e approfondita analisi, insieme a quella dei moventi narrativi ed esoterici che lo ispirarono. Egli ne cita l'inizio: “Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d'amore e di morte?”3 e prosegue affermando che tale accoppiata ha le più profonde risonanze nell'animo occidentale.   Tale domanda iniziale, fino a anche punto deve esser presa sul serio? I romanzi inglesi del '700 sfuggono in buona misura al calco indicato da de Rougemont e lo stesso si può dire di molta narrativa statunitense. Anche la narrativa italiana ottocentesca, seppure di minore importanza nel panorama complessivo del continente, sfugge al quadro indicato dall'autore. Tuttavia, la sua analisi è convincente perché egli ha ragione su un punto decisivo e cioè che da quel modello nascerà tutta una serie di prodotti (che lui definisce come degradazioni sempre più  misere del mito originario stesso), che avranno molta fortuna. Lo stesso dicasi per il cinema e se pensiamo alle telenovelas non si può che concordare: altri modelli non hanno avuto analoga fortuna. Tutto questo, secondo De Rougemont ha finito per creare un gusto, uno stile, un calco più forte e resistente di altri.

Una parte altrettanto grande ed estesa del suo excursus storico si concentra poi sulla poesia trobadorica e di riflesso sul ciclo bretone: è su questi capitoli che infuriarono le polemiche all’uscita dell'opera, perché il suo autore stabilisce un nesso diretto (negato dagli storici dell’epoca e oggi largamente accettato), fra la poesia dei trovatori e l’eresia catara.

Secondo de Rougemont “l'antichità non ha conosciuto nulla di simile all'amore di Tristano e Isotta”4 e con questa affermazione egli fissa il momento iniziale di quella che definisce concezione dell'amore in Occidente. Siamo già in epoca cristiana, dunque, sebbene il prosieguo dell'analisi ci presenti uno scenario assai più complesso e complicato di interazioni con il passato classico. Tuttavia, il  momento iniziale, così importante, è quello e non un altro.

A mio avviso, invece, occorre risalire a monte, a un'altra narrazione, dove si trovano  elementi consistenti per indicare una diversa strada, presente anch'essa nell'immaginario occidentale e che a mio avviso rende assai meno esclusivo e incombente quel mito d'amore e di morte individuato dallo scrittore svizzero.

Amore e Psiche occupa una parte fondamentale de Le metamorfosi o l'asino d'oro; sia perché è collocata nella parte centrale del libro, sia perché è una storia ben più estesa di tutte le altre che formano la tessitura del romanzo. Sembra, a prima vista, una stranezza l'inserzione improvvisa di una vicenda tanto importante in un testo che ha una sua forza di per sé, ma Lucio Apuleio ha voluto estenderne il significato allegorico, servendosi di una vicenda parallela a quella principale: una favola, come di solito viene indicata, più antica e già nota, tanto che sono stati trovati affreschi a Pompei e in ville romane, risalenti a epoche anteriori rispetto alla scrittura del romanzo, nei quali sono rappresentati i due amanti.

Amore e Psiche non è un commento, ma neppure un contrappunto alle avventure e peripezie di Lucio. Anche la storia principale, peraltro, risale a un romanzo greco, una fabula, di cui è rimasto solo un compendio, che Apuleio rielabora, indirizzandolo decisamente verso una conclusione di natura religiosa: l'epilogo, di cui non vi è traccia nella fonte originaria, è una creazione autonoma dello scrittore di Madaura. È opinione comune di critici ed esegeti, che Apuleio abbia voluto rappresentare la sostanza dei misteri del culto di Iside, uno dei più diffusi in tarda epoca romana, ma anche inaccessibili; anzi, il romanzo sembra essere una delle pochissime fonti cui possiamo attingere per cercare di metterne a fuoco alcuni aspetti. Tuttavia, l’interesse di questo testo non sta solo nella possibilità di risalire alle sue fonti religiose e neppure nella filosofia neoplatonica che lo ispira e che ha dato vita nel tempo a interpretazioni assai suggestive, di cui vi sono tracce che giungono assai prossime a noi, ma perché la concretezza psicologica dei due personaggi e il loro comportamento, gettano una luce sulle origini di un modo di intendere l’amore che ha attraversato secoli e millenni e che ancora ci interroga.

Per questa ragione, più che per altri motivi, Le metamorfosi, insieme alla storia di Amore e Psiche, costituiscono un archetipo narrativo, tanto potente, che le sue tracce sono disseminate in tutta la letteratura, la pittura, la scultura, i movimenti culturali occidentali, fino alla psicanalisi.

Si può dire che il testo non abbia conosciuto momenti di oblio e sia passato relativamente indenne dallo sconvolgimento politico successivo alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Tuttavia, durante l'Alto Medioevo, prevalse l'interesse per Apuleio mago e autore di testi e trattati scientifici.

Il primo a riscoprire l'importanza de Le Metamorfosi in piena epoca cristiana e alle soglie della modernità fu niente meno che Boccaccio, sebbene il libro fosse conosciuto e apprezzato anche da Petrarca. Lo scrittore si servì in modo originale della perfetta macchina narrativa di Apuleio per costruire il suo Decameron. Le Metamorfosi, però, diventeranno il prototipo del romanzo picaresco con il Lazarillo de Tormes, con Gil Blas e poi con il Semplicissimus; ma anche in personaggi come Leporello si ritrovano tracce del capolavoro classico. I riferimenti letterari maggiori, per quanto attiene al mito di Amore e Psiche, invece, si rinvengono nelle grandi fiabe della tradizione europea, nella pittura e nella scultura.

Lucio Apuleio ha saputo creare una delle più potenti macchine romanzesche che si possano immaginare. Il motivo iniziale, infatti, molto semplice, permette una narrazione pressoché infinita. Potenzialmente, non vi è limite alle peripezie del povero Lucio trasformato in asino, anche se un modo di ritornare alla condizione umana esiste: mangiare un cespuglio di rose. Tuttavia, dal momento che è in totale balia dei suoi padroni e prigioniero delle sue funzioni, il suo ritorno alla condizione umana può essere posticipata indefinitamente. La fine delle sue peripezie dipende da una necessità esterna rispetto all'architettura narrativa e così sarà infatti.

Nell'antichità, soltanto le Mille e una notte e i cicli successivi aggiunti al corpo principale (Simbad il marinaio e Alì Babà e i quaranta ladroni), offrono un modello di narrazione altrettanto perfetto. Questo modo di raccontare risente ancora della tradizione orale, anch'essa potenzialmente senza limiti, nel senso che le elaborazioni successive non possono mai essere del tutto identiche all'originale, mentre quest'ultimo non è rintracciabile per definizione. Il fascino e la potenza di queste narrazioni lambisce, come abbiamo visto, la nostra epoca e fonda il romanzo moderno stesso. Boccaccio si servì di Apuleio non solo perché alcune storie si richiamano al libro (le novelle di Pietro di Vinciolo e di Peronella), ma specialmente nella costruzione della cornice. Anche il Decameron è potenzialmente una narrazione infinita, ma basata su un complesso calcolo di giorni e numeri, che è tipicamente moderno. Nello scrittore latino la cornice è più debole ma anch'essa presente: sono le peripezie di Lucio asino, il suo passaggio da una mano all'altra, da un padrone all'altro, che ogni volta si lega a una nuova e diversa storia, così da costituire una catena narrativa, potenzialmente senza soluzione di continuità. Le Metamorfosi furono lette per lungo tempo nel testo originale latino, la prima traduzione in italiano fu quella di Boiardo.

In che rapporto stanno la vicenda di Lucio e quella dei due amanti? È uno dei temi nevralgici del libro e la risposta, se esiste, si manifesterà compiutamente solo strada facendo, ma qualcosa si può dire subito: le due vicende si rispecchiano l’una nell’altra.

Tuttavia, fra i due universi narrativi, vi è pure una profonda un'asimmetria. Le Metamorfosi e la storia di Amore e Psiche hanno in comune una irraggiungibile origine, ma la scelta di unificarle dentro un'opera singola è il frutto della decisione di un grande artista della parola che scrive nel secondo secolo dopo Cristo: non è un particolare da poco.

Per tutte queste ragioni, mi sembra più appropriato definire Amore e Psiche un mythos fra i più complessi. La sua importanza sta proprio in questo: è una narrazione che ci porta assai prossimi al momento in cui il sentimento amoroso comincia ad assumere un calco che non ci abbandonerà più nei secoli successivi, sorvolando epoche diverse, società diverse, rapporti sociali diversi e anche concezioni diverse dell'amore a livello filosofico, etico e religioso. Questo palpitare delle origini spiega per quale motivo il mito di Amore e Psiche arriva fino a noi: pochi altri, su questo stesso tema, hanno un'identica forza, forse soltanto quello di Orfeo ed Euridice e quello di Edipo.

Affronto subito un'obiezione. Fra il mondo classico e noi ci sono di mezzo Gesù di Nazareth e il Cristianesimo, altri miti e narrazioni che hanno modificato la nostra sensibilità, le concezioni del mondo, compreso il modo cui viviamo e vediamo il sentimento amoroso. Nel secolo scorso, poi, le scienze antropologiche, la psicoanalisi, il femminismo, hanno ulteriormente rimescolato il pensiero occidentale, incrinato paradigmi, rivoluzionato profondamente la nostra cultura: perché ritornare di nuovo al mito classico? Siamo ancora figli e figlie di quei miti?

Per Denis De Rougemont, come abbiamo già visto, occorreva posizionare tutto più avanti nel tempo. La storia di Tristano e Isotta come mito fondante, Eloisa e Abelardo, la poesia trobadorica. Per lui, la nostra concezione dell’amore parte da loro piuttosto che dal mondo classico, sebbene nel mito di Tristano, vengano, anche secondo lo scrittore e filosofo elvetico, plasmate correnti di pensiero pagane ed eretiche di derivazione cristiana. Nonostante ciò, De Rougemont vede una cesura netta, perché sono diversi gli interrogativi che la nuova civiltà cristiana si pone rispetto a quelli del mondo pagano e perché ha costruito il proprio mondo simbolico in violento contrasto con quell'universo. Credo che tale convinzione abbia motivazioni complesse e scaturisca anche dall'ambivalenza che lo scrittore svizzero manifesta nei confronti della psicanalisi: è una questione che si verrà chiarendo poco per volta.

Sono proprio la teoria psicanalitica e l'antropologia che ci fanno di nuovo indirizzare lo sguardo al mondo classico e pagano, ma nel farlo, occorre muoversi con cautela.

Quando si entra nel campo delle interpretazioni e non in quello della critica letteraria o d'arte, è sempre pronta l'accusa di prevaricare il mito stesso, di sezionarlo come si fa sul tavolo anatomico. Fu un'accusa mossa anche a Freud. Si potrebbe rispondere che è sempre stato così in qualsiasi epoca, fino dall'inizio probabilmente: i miti sono talmente complessi che qualsiasi interpretazione risulta sempre parziale e tuttavia non se ne può fare a meno perché sono anche contraddittori e ambivalenti. Infine, ritengo che la psicanalisi sia un modo di avvicinarsi a queste grandi narrazioni meno invasivo di altri.

L'interpretazione illuministica, per esempio, era assai più riduttiva. Voltaire aveva un'opinione cattiva di Edipo re e in generale della tragedia greca. Con una meticolosità certosina, il filosofo francese ne mise in evidenza tutte le incongruenze e contraddizioni, alcune delle quali veramente macroscopiche, sottolineandole tutte con la sua matita rossa. Voltaire usava le armi raffinatissime della razionalità, senza considerare che la stessa è solo un aspetto della logica e che forse esistono logiche (e anche razionalità) differenti. Un secolo e mezzo più tardi, Freud, un tardo razionalista piuttosto scettico, se si rimane fermi alla sua ideologia personale, comprese che dietro o sotto le apparenti irrazionalità e contraddizioni del mito, esisteva una logica diversa. La porta spalancata dal medico viennese era l'ingresso che immetteva in un territorio immenso e rimosso dal pensiero occidentale.

Naturalmente, gli antichi non sarebbero d'accordo con noi e farò un solo esempio. Poiché il mito di Amore e Psiche ha molto a che fare con lo sguardo, dal momento che Cupido è una divinità, mentre lei è una ragazza di nobili origini ma pur sempre una mortale, ecco che per un greco antico il non potersi vedere era dato per definizione. Il fato impedisce che ci si possa guardare fra umani e dei e dunque, ogni speculazione psicologica sulle motivazioni dei due protagonisti risulterebbe per loro incomprensibile. Peccato, però, che il mito dica altro e cioè che, arrivati a un certo momento, i due, alla fine, si vedono eccome! E allora? L'apparente incongruenza, che per Voltaire sarebbe stata l'indizio di una civiltà ancora arcaica, poco articolata, già potente ma rozza, può essere compresa cercando di ascoltarla e non limitandosi a constatare l'incongruenza stessa. È proprio il mito, dunque, che richiede di non essere creduto alla lettera per essere compreso ed è da questo punto che occorre partire.

Nella continuazione del saggio affronterò la storia del mito di Amore e Psiche così come Apuleio lo racconta ne Le Metamorfosi o L’Asino d’oro.

 


1 Denis de Rougemont, L'amore e l'Occidente, traduzione di Luigi Santucci, prefazione di Armanda Guiducci.  Biblioteca universale Rizzoli, Milano 1977, introduzione.

2 Op. cit. pag. 352

3 Op.cit. Pag 59.

4 Ivi.