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Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Lunedì 21 Ottobre 2019 15:45

di Franco Romanò

Premessa

Antigone è tornata d’attualità durante questa estate e inizio d’autunno: prima Karola Rakete e poi anche Greta Thunberg sono state paragonate all’eroina classica in articoli di giornali, sui blog e in riflessioni più o meno estemporanee. Sono i casi più recenti, ma è pur vero che negli ultimi quindici anni sono stati pubblicati saggi ben più importanti che ripercorrono interpretazioni tradizionali della sua figura, insieme ad altri - ancor più interessanti - che ne  offrono di nuove. I paragoni estivi mi sembrano superficiali, ma ciononostante da considerare, perché interpretano senz’altro un sentire comune diffuso, dal momento che sono stati riproposti più volte.

La sorella opaca

L’esaltazione di Antigone non mi ha mai convinto del tutto. Il personaggio è certamente fra i più affascinanti inventati dall’arte di Sofocle ed è, come tutti quelli classici, poliedrico, perché ritorna in scena più volte, in contesti, tragedie e narrazioni diverse. Antigone, in Edipo a Colono, per esempio, è un personaggio assai diverso e altrettanto grande, rispetto a quello più celebrato nella tragedia che porta il suo nome. Probabilmente, gioca a favore del testo sofocleo una maestria compositiva che tocca in Antigone (come in Edipo re) i suoi livelli più eccelsi: Hegel la definì, cito a memoria, la tragedia perfetta; mentre in Edipo a Colono la materia si diluisce di più.

Insieme a lei, nella tragedia eponima, c’è una seconda protagonista femminile – Ismene - la sorella opaca come è stata definita, per contrapporla all’eroina. La mia lettura testuale non tende tanto a smitizzare Antigone, se mai a insinuare qualche dubbio; ma, specialmente, si propone di tornare a riflettere su alcune interpretazioni classiche e su altre più recenti. Molto di più cercherò, in tale contesto, di rivalutare Ismene, almeno in parte, dall’opacità; pur senza pretendere di rovesciare i ruoli. Nel Pantheon dei grandi personaggi delle tragedie greche e dei miti, Ismene rimarrà alla fine una figura minore, ma forse oggi siamo in grado di capire meglio i motivi per cui non poteva uscire da quel ruolo, ma senza farla ricadere in un’indistinta natura femminile, come viene di solito interpretata. C’è tuttavia una difficoltà in più da considerare prima di entrare nel merito delle questioni poste. Le interpretazioni della tragedia e del personaggio non si possono più da tempo distaccare dal testo medesimo. Antigone è come la Divina Commedia e Amleto: sono opere ormai inseparabili dai loro esegeti, dalle note a margine, dai commentari, dai numerosi testi teatrali che portano il suo nome. Questo però rischia anche di essere un limite: tornare al testo originale nudo e proporsi una sorta di sospensione del giudizio è un’operazione che a volte bisogna tornare a fare, senza avere la pretesa di aggirare o ignorare quanto si è sedimentato nei commenti secolari, ma neppure soggiacere a una sorta di ipse dixit involontario; piuttosto, andando di nuovo a cercare nella fonte originaria se per caso qualcosa non sia sfuggito. Penso che tale atteggiamento sia ancor più necessario quando ci si trova davanti a nuove letture. Proprio da quattro recenti interventi, infatti, cominceremo: la lectio magistralis tenuta nel 2015 da Gustavo Zagrebelsky, l’introduzione di Pietro Montani a un seminario che si tenne anni fa presso la Sapienza di Roma, introduzione che Montani ha ampliato e riscritto nel 2017: un saggio di Elena Porciani di cui riporto un breve ma decisivo passaggio.1 Questi tre interventi si possono a mio giudizio anche far dialogare fra di loro e uno dei miei intenti sarà proprio questo; naturalmente la responsabilità nel farlo è tutta mia. Infine, un intervento di Rossana Rossanda.

La comunità.

Cominciamo da Zagrebelsky perché all’inizio della conferenza egli si pone un problema di contesto, domandandosi cioè cosa chiedesse la comunità a Sofocle nel momento in cui gli fu commissionata la tragedia.2 Seguendo il suo ragionamento intorno alle trasformazioni che stavano avvenendo nella società greca del tempo, un passaggio delicato da una società fondata sui clan famigliari, a una diversa forma che sfocerà compiutamente nella città stato, il costituzionalista lo definisce come il passaggio da una legge calda a una legge fredda. La prima, basata sugli usi e le tradizioni rispetto alle quali, specialmente in un ambito famigliare o di clan, non c’è alcuna necessità – per esempio – che regole o leggi siano scritte, è la legge calda, mentre per la seconda e ancor più nella polis, la scrittura diventa necessaria, come pure una certa freddezza e imparzialità della decisione. Creonte si trova a governare questo passaggio difficile. Continuando nel suo ragionamento, Zagreblesky insiste sulla delicatezza del momento, evidente per esempio, nelle continue oscillazioni del coro: schierato all’inizio dalla parte di Creonte, la posizione muta fino a saltare dalla parte opposta. Montani, nel suo saggio, accoglie l’orizzonte proposto da Zagreblesky, ma radicalizzando il discorso del costituzionalista, si chiede se ci sia di mezzo la questione della tecnica, riferendosi al famoso primo stasimo della tragedia in cui parlano i vecchi tebani. Montani giunge così a domandarsi se il dilemma posto da Sofocle s’avvicini al nostro concetto di stato d’eccezione, cioè una situazione che pone tutti di fronte a qualcosa d’imprevisto, oppure talmente al limite della consapevolezza giuridica di una comunità, da non poter essere governato dalla tecnica corrente. Zagrebelsky tira le fila di questo ragionamento che a me pare sostanzialmente simile a quello di Montani, nel finale della sua lectio, distinguendo la legge dal diritto e sostenendo che Antigone non si pone tanto (o non solo) dalla parte della tradizione, degli usi e costumi e delle leggi del sangue, o addirittura degli dei, secondo i più comuni e secolari canoni interpretativi, ma dalla parte del diritto e della fonte di ogni diritto. Zagreblesky conclude dicendo che tale problema sarà risolto migliaia di anni dopo con le costituzioni, che non sono una legge, né tanto meno una legge ordinaria, ma il patto fondante di una comunità, patto che sostituisce l’alternativa fra usi e consuetudini da un lato e legge fredda, cioè quel doppio vincolo da cui sia Creonte sia Antigone non furono in grado di sottrarsi. Anche in questa riflessione di Elena Porciani, ritroviamo un ragionamento sostanzialmente analogo a quello sostenuto da Montani e Zagrebelsky - sebbene esso nasca da considerazioni diverse - su un punto importante e cioè che Antigone non può essere chiusa dentro il recinto delle interpretazioni più canoniche:

… Antigone, che viene a consistere nel fatto che «la posizione spostata [del personaggio] è precisamente quella da cui la contestazione di questo ordine che si può chiamare ‘patriarcale’ è possibile» (ivi, p. 42), anche quando sia ostacolata dalla «difficoltà, anzi l’impossibilità di dire, di articolare la rivendicazione» (ibidem). Ecco quindi che per capire in che senso «Antigone mette i piedi là dove una donna non deve porli» (ivi, p. 57) è necessario uno spostamento là dove diventi possibile esprimere ciò che nel qui ed ora non lo è ancora: Antigone «cerca di dire una legge che non ha ancora un contenuto, perché non si tratta di un ritorno alla legge del sangue e della natura» (ivi, p. 98), dato che alla themis si è sottratta….3

Il fascino e anche l’acume di ricostruzioni come queste, permette di fare un passo avanti o a lato delle interpretazioni che si sono sedimentate nella storia e quindi di costringerci fare i conti con una novità. Tuttavia, c’è qualcosa in esse che mi lascia perplesso. Fino a che punto è possibile attualizzare un testo, facendo ricorso addirittura a un concetto come quello di stato d’eccezione, teorizzato da Karl Schmidt negli anni ’30 del 1900, ripreso da Agamben in Italia, su cui in definitiva si discute da così poco tempo anche nella contemporaneità? Non si rischia così di mettere sulle spalle di Antigone una nuova interpretazione, forse più congrua di altre o almeno più vicina a noi per la sua comprensibilità, ma alla fine arbitraria e che rischia di diventare un dialogo fra interpretazioni e non un dialogo fra un’interpretazione e il testo? Tuttavia riconosco a Zagrebelky, a Montani e a Porciani un merito indiscutibile e cioè che proprio la loro analisi porta a dire che non c’era una vera possibilità di scelta in quel contesto e che dunque in un certo senso la questione non era risolvibile e per questo tragica nel senso etimologico del termine: probabilmente Sofocle volle mettere in scena proprio tale impossibilità. A questa visione, tuttavia, si oppone Rossana Rossanda, con la sua riflessione su Emone, perché attribuisce al discorso del figlio di Creonte il ruolo di una moderna accezione del discorso politico e dunque possibile anche in quel contesto.

Come verificare tali nuove ipotesi, tutte suggestive?

 

Sulla soglia della polis.

Antigone sceglie di varcare una soglia, superando il divieto che esclude le donne dal governo della città e così facendo assume il ruolo sacrificale di vittima del potere: indica una possibile via d’uscita, oppure è lei medesima prigioniera delle stesse logiche di quel potere? La risposta di molta letteratura, femminista e non, la vede interna ai meccanismi vigenti, specialmente laddove il suo ricorso alla legge degli dei (non è Giove cha ha scritto questo editto), non solo non scalfisce il potere di Creonte, ma non ripristina neppure una legge divina perché tutta la vicenda è politica, ha a che fare con la legge e la polis. Creonte, infatti, si perderà di suo e non grazie alla ribellione di Antigone e sui modi in cui si perderà ritorneremo più avanti. Tuttavia, mi sembra riduttivo fermarsi alla semplice constatazione che Antigone è interna ai meccanismi del potere: mi sembra un modo di giudicarla con il senno di poi. Forse c’è una lettura possibile più generosa nei suoi confronti, come quella di Elena Porciani e anche di Martha Nussbaum che vedremo più avanti; senza farne naturalmente un femminista ante litteram - che non è - ma neppure avallare la visione cristiana, addirittura prefigurazione del sacrificio di Cristo sulla croce. Il testo è molto più ambivalente e fermarsi a quella battuta - non è Giove che ha scritto l’editto - è troppo poco, anche perché in altri passaggi della tragedia dirà altro da questo, altrettanto e forse più importante. Le stesse interpretazioni canoniche del comportamento di Antigone lo dimostrato. Ne richiamo le più note a partire da quella formulata da Hegel: Antigone s’ispira alle leggi del sangue e a quelle dell’Ade. Hegel, infatti, sostiene che il comportamento suo e quello di Creonte sono entrambi legittimi; anzi, leggendo il capitolo della Fenomenologia dello spirito in cui alle donne viene assegnato il governo del domestico, è quasi naturale arrivare alla conclusione che infondo era lei a essere legittimata a governare in quella circostanza perché nella divisione sessuale dei doveri e dei diritti, le leggi del sangue e dell’Ade sono prerogativa femminile e non maschile per cui in un certo senso Creonte non aveva giurisdizione sulla materia, neppure per dire che Polinice andava sepolto. Lo fa notare molto sottilmente anche Nussbuam in un altro modo. Dal momento che il modello scelto da Sofocle per i due protagonisti è quello eroico, ci sarà pure una ragione per cui la tragedia s’intitola Antigone e non Creonte! Nel linguaggio di Sofocle lei è l’eroina, non la vittima!

Per iniziare a mettere alla prova le diverse ipotesi, partiamo dal coro e cioè dalla voce collettiva che sembra dare plausibilità alle tesi di Zagrebelsky, Montani e Porciani. La continua oscillazione, che è poi la stessa di Sofocle, fa pensare che ci troviamo davvero di fronte a un caso inedito ed estremo, che si potrebbe dunque paragonare allo stato d’eccezione o comunque a qualcosa che era difficile da affrontare in quel contesto. Ammettiamo allora che il coro dica questo. Abbiamo superato un ostacolo ma ne troviamo subito un altro: Qual è questo evento inedito e inaudito? Qual è lo stato di eccezione, in che cosa si estrinseca? Lo dice il coro questo? Oppure, qualcun altro lo dice? Nel tentare di rispondere a questi interrogativi entriamo subito in una zona d’ombra perché ci troviamo a corto di citazioni possibili, però qualche ipotesi la possiamo fare. Possiamo andare per tentativi e constatare prima di tutto che non può essere la sepoltura in sé il problema. Anche Creonte sa che l’inumazione dei defunti fa parte delle cosiddette leggi non scritte, dal momento che il rinvenimento della loro origine ci porta indietro nel tempo fino a raggiungere una cattiva infinità, senza peraltro trovare l’origine medesima. Creonte non ha emesso un editto per bandire la sepoltura dei corpi, ma solo quello di Polinice: lo stato d’eccezione dunque è lui, ma il motivo non lo abbiamo ancora trovato. Domandarsi perché lo ha fatto è la stessa cosa che chiedersi dunque quale sia lo stato di eccezione? Sì, perché l’editto è di certo un atto estremo anche per Creonte. Rimane una sola ipotesi e cioè che il primus, l’inedito e inaudito, fosse proprio la guerra civile: che Sofocle e la comunità avessero voluto - con quella tragedia - rappresentare una sorta di paradigma, la prima guerra civile della storia occidentale, un inedito, nel senso che mentre la guerra è del tutto e sempre legittima nel mondo antico e anche per gran parte del nostro (non dimentichiamolo), ma lo è sempre nei confronti di altri, in quel caso essa stava dentro la comunità. È questo lo stato d’eccezione? L’ipotesi è suggestiva ma se così fosse sarebbe la rappresentazione di un evento avvenuto in tempi arcaici, anzi del tutto mitologici, dal momento che Erodoto, quasi contemporaneo di Sofocle, avrebbe scritto in quegli stessi anni che le guerre sono tutte civili. Forse, per fare un passo avanti, dobbiamo interrogare ancora una volta il coro.

Gli anziani di Tebe

La prendono alla lontana i vecchi saggi, perché in un primo loro intervento c’è una bellissima descrizione naturalistica di un’alba a Tebe. Siamo immersi nella natura fisica, la luce, il sole, la terra. La descrizione è lunga quanto basta per pensare che Sofocle volesse indirizzare l’attenzione di chi assisteva allo spettacolo e di chi legge proprio sulla natura fisica. Improvvisamente però lo scenario muta e il coro racconta come la guerra si sia abbattuta sulla comunità e ne ricostruisce le diverse fasi fino alla fine. L’intento è quello di creare emotivamente una contrapposizione fra la natura solare e il comportamento umano? Lasciamo la domanda in sospeso. Questa parte, che si potrebbe definire descrittiva e narrativa, si conclude con l’entrata in scena di Creonte e il corifeo si domanda perché mai il re abbia indetto un’assemblea pubblica. Questo particolare è assai importante perché ci rivela indirettamente due cose: che gli anziani non sanno ciò che Creonte dirà nella pubblica piazza e tanto meno sanno ciò che accadrà subito dopo e cioè che appena udito il contenuto dell’editto che impedisce la sepoltura di Polinice, una delle guardie si presenterà per annunciare che qualcuno lo ha fatto, ma non sanno chi sia. Antigone era venuta a conoscenza delle intenzioni di Creonte per prima, ma per vie traverse, vivendo nella reggia e lo aveva rivelato solo alla sorella Ismene. Quando si conclude il dialogo fra il re e la guardia, con l’ingiunzione del primo a portare al più presto il colpevole, pena la sua punizione esemplare, ecco che gli anziani parlano di nuovo e siamo così arrivati al famoso e controverso primo stasimo. Eravamo partiti dalla natura, poi era seguita la descrizione della guerra. Ora il tono improvvisamente cambia: entra in scena anthropos e altrettanto improvvisamente dai prodigi della natura si passa a quelli di anthropos. La parola ha molti usi e la traduzione uomo inteso come maschio si sovrappone l’altra come umanità e dunque comprendente anche le donne. Che significato ha in questo contesto è chiaro: è il soggetto maschile anche perché le imprese che vengono ricordate sono tutte maschili. Ma la domanda forse più importante è un’altra: che senso ha questo discorso subito dopo avere udito l’editto di Creonte e avere saputo che qualcuno ha sepolto Polinice? Vediamo il testo nella sua prima parte.

Molti si dànno prodigi, e niuno

meraviglioso piú dell'uomo.

Sino di là dal canuto mare,

col tempestoso Noto, procede

l'uomo, valica l'estuare

dei flutti, e il mugghio; e la piú antica

degli Dei, l'immortale Terra,

l'infaticata, col giro spossa,

anno per anno, degli aratri,

col travaglio d'equina prole.

Antistrofe prima

E degli augelli le stirpi liete

cinge di reti, ne fa preda,

e le tribú di selvagge fiere,

e le marine stirpi del ponto

Oltre ogni umana credenza, il genio

dell'arti inventore possiede;

ed ora si volge a tristizia,

ed ora a virtú.

Se onora le leggi

dei padri, e degl'Inferi

il giuro, la patria egli esalta.4

L’essere umano maschile porta nel mondo una forma diversa di meraviglia, che si manifesta in diversi modi: la capacità di navigare, di arare la terra e di trasformarla, in una parola la tecnologia. Nell’antistrofe emerge l’altra e cioè la capacità di legiferare, di stabilire delle regole di convivenza sociale. Poiché donne e meteci erano esclusi dalla polis è dunque sensato pensare che il coro si riferisca qui alla sola comunità maschile che legifera per tutti. Nella chiusa, che riporto qui sotto di seguito, avviene però un salto logico improvviso e il discorso non può essere rapportato facilmente alla tecnica, intesa in questo caso come atto giuridico, per esprimerci in un linguaggio moderno. A dire il vero, un accenno vagamente sinistro, che anticipa la conclusione qui di seguito, c’era anche nell’ultima parte del brano precedente, laddove in modo del tutto gratuito e inopinato si diceva ed ora si volge a tristizia ed ora a virtù. A chi si riferiscono questi versi: alla natura profonda di anthropos oppure alla tecnologia che può essere buona o cattiva? Il tutto è ancora più complicato dalla diversità delle traduzioni perché in quella di Cantarella e di Tonelli non si parla di tristizia e di virtù, ma addirittura di bene e di male, come si è visto.5 Veniamo allora agli ultimi versi:

 

Ma patria non ha chi per colmo

d'audacia s'appiglia a tristizia.

Vicino all'ara mia

mai non s'annidi l'uom che cosí adopera,

e mai concorde al mio pensier non sia.6

 

L’oscurità consiste in un doppio movimento e anche in un repentino cambio di registro linguistico. Da entusiastico nell’ammirare i prodigi di anthropos, il tono diventa di colpo dolente, austero e preoccupato, nei primi due versi. Infine, severo, allontana dall’ara domestica chi si adopera in quel modo. Quale modo? E cosa significa quell’appellarsi alla tristizia o al male? La parola indica un legame con i due versi ricordati in precedenza, ma questo non risolve il mistero. A chi si rivolge il coro e con lui Sofocle? Ad anthropos in modo generale e generico, o a qualcuno di preciso e cioè a colui che ha trasgredito l’editto (il coro come Creonte non sa ancora che è una donna e non un uomo ad avere sepolto Polinice), oppure a Polinice medesimo che ha preso le armi contro la propria comunità? Proviamo a rispondere alle domande attenendoci al testo e alle differenti traduzioni. L’atteggiamento prima riflessivo e poi dolente del coro è causato di certo dal discorso di Creonte, ma non mi convince del tutto che si riferisca alla tecnica. Il coro si domanda come sia possibile che anthropos, fattore di molte meraviglie (o tremendità), si volga a volte verso il bene a volte verso il male: s’interroga cioè sulla natura umana e non sulla tecnica o sulla tecnologia. Siamo noi a farlo, anche se penso che vi sia in questo passaggio un tratto di irriducibile oscurità, come suggerisce anche Montani. Alla fine, il verso finale va inteso a mio avviso in questo senso: colui (e non vi è dubbio che pensino a un soggetto maschile), che per colmo d’audacia s’appiglia a tristizia (o al male) vicino all’ara mia mai non sia. Il coro si riferisce probabilmente a Polinice che, per colmo d’audacia – anche di arroganza e di hybris? - ha rivolto le proprie armi contro la comunità e lo bandisce persino dall’ara domestica e mai non sia il mio pensiero come il suo. La traduzione di Tonelli inclina decisamente in questa direzione: Ma è fuori dalla città, inizia la sua parte finale, mentre Del Corno è più sfumato. Il coro sembra qui accettare l’idea di Creonte, estrema di certo per tutti e cioè che Polinice sia indegno anche della semplice devozione domestica, cioè le famose leggi del sangue, la legge calda per dirla con Zagrebelsky. La scena però non si conclude qui perché subito dopo la guardia trascina Antigone al cospetto di tutti e il coro a quella vista rimane sgomento.

 

(Entra la guardia sospingendo Antigone)

A questo prodigio straordinario rimango perplesso/Come negare, conoscendola, /che questa è la giovane Antigone?7

Nessuno si aspettava che fosse una donna ad avere trasgredito l’editto e lo sgomento del coro è ben più grande di quello di Creonte medesimo! Quest’ultimo, posto di fronte a un fatto del tutto inatteso, appare subito dominato da una formazione reattiva più che da un’identificazione inflessibile con la legge. Se mai c’era un modo di farlo ragionare era proprio quello di condizionarlo senza mettersi in concorrenza con lui. La battuta chiave di tutto il suo gran parlare, in questa prima fase, è questa rivolta ad Antigone:

 

E allora se devi amare, va sotterra e ama quelli di là; a me finché vivo non comanderà una donna.8

Tutto il busillis sta lì, anche perché ripeterà in modi simili e anche più rozzi lo stesso concetto in altre battute successive. Vien persino da pensare che se fosse stato un uomo a seppellire Polinice, Creonte avrebbe potuto ragionarci, ma è una donna - Antigone - e non bisogna dimenticare mai che donne sono escluse dalla polis e che per giunta Antigone è pure una meteca!9

Il discorso di Emone

Rossana Rossanda vede nel discorso di Emone il germe di una soluzione politica diversa e dunque possibile anche in quel contesto: indirettamente dunque l’intervento di Rossanda rifiuta l’idea che fosse presente uno stato d’eccezione. Riporto le parti essenziali del discorso, saltando l’inizio dove Emone con grande circospezione cerca di avvicinarsi in punta di piedi alle questioni salienti, che vengono poi introdotte così:

Padre,… La tua presenza, sbigottiti rende

i cittadini, sí che non ti dicono

mai ciò che udire non ti piace: invece

io tutto posso udir, quanto nell'ombra

dicendo van: che la città commisera

questa fanciulla, immacolata piú

d'ogni altra donna, e che compiuta ha l'opera

la piú nobile, e in cambio ne riceve

la piú misera morte. Essa il fratello

che nel suo sangue cadde, non lasciò

che dai cani voraci e dagli uccelli

fosse distrutto: non è dunque degna

d'esser coperta d'oro? - Ecco le voci

che, basse, oscure, vanno attorno. Ora, io,

Or tu, nell'animo

non accoglier quest'unico pensiero,

che ciò che dici tu, quello sia giusto,

e poi null'altro. Chi d'avere crede

senno egli solo, ed anima e parola

come niun altri, se lo cerchi dentro,

vuoto lo trovi. A un uomo, e sia pur saggio,

non è disdoro molte cose apprendere,

e non esser cosí rigido. Vedi

presso i torrenti impetuosi, gli alberi

che si flettono, intatti i rami serbano:

quelli che invece fan contrasto, svelti

dalle radici piombano. E cosí,

chi su la nave troppo tese tiene

sempre le scotte, e mai non le rallenta,

naufraga infine, e naviga sui banchi

capovolti. Su via, l'ira tua frena,

e muta il tuo parer. Ché, se a me giovane

dare un consiglio è lecito, io ti dico

che per un uomo, il meglio è certo nascere

pien di saggezza; ma tal sorte è rara;

e bello è pur da chi ben dice apprendere10

I contenuti del discorso di Emone sono certamente condivisibili e saggi: non ascoltare solo te stesso, ascolta quello che ormai tutti dicono a Tebe e cioè che Antigone sta solo seppellendo un fratello morto: di che cosa può essere ritenuta colpevole? I contenuti di un discorso, tuttavia, in politica, sono solo una parte di ciò che è essenziale, perché in politica la forma è quasi sempre sostanza. La politica o è pubblica o non è e il discorso di Emone, accettabile nei suoi contenuti, non è tuttavia un discorso pubblico. Lo capiamo da un altro passaggio nel quale sarà proprio Ismene ad avere un ruolo importante. Quando anche lei viene trascinata dalle guardie davanti a Creonte e si auto accusa come Antigone di un atto che tuttavia non ha commesso, sarà proprio lei a compiere un ultimo tentativo, disperato ma non privo di una sua logica, per cercare di dare alla storia un altro finale. Si rivolge al re come padre:

Ismene:

La sposa di tuo figlio ucciderai?

Creonte:

Altri solchi ci sono, e arar si possono.

Ismene:

Ma non com'era questa a quello adatta!

Creonte:

Pei figli miei detesto tristi femmine!

Antigone:

Come, diletto Emón, t'offende il padre!11

L’ultima battuta di Antigone può avere solo un significato e cioè che Emone è presente a quel drammatico colloquio e in quel contesto tace! Dunque, quello di Emone è il discorso di un consigliere del Re, dunque dietro le quinte del potere, seppure rispettabile nei contenuti. Tuttavia riconosco che a questa mia interpretazione si può opporre  che il personale è politico e visto che ci siamo chiesti se vi sia o meno uno stato d’eccezione, allo stesso titolo possiamo attualizzare il discorso di Emone in una chiave che il femminismo ci ha insegnato a leggere. Tuttavia continua a non convincermi del tutto l’ipotesi formulata da Rossanda e cioè che anche in quel contesto sarebbe stata possibile una soluzione politica diversa: la possiamo intravedere noi perché il discorso di Emone ci appare senz’altro molto vicino a una sensibilità che sentiamo nostra, più di altri discorsi ed è quindi legittimo interpretarlo in tal senso. Tuttavia non credo fosse possibile allora una soluzione. Ancora una volta è il testo sofocleo a stupirci per la sua profondità e ambivalenza, ma il silenzio di Emone durante la pubblica assemblea esprime un’impotenza reale che non dipende da lui e non è imputabile a una mancanza di carattere e a una forma di vigliaccheria. Il modo con cui comunque affronta il padre nel brano ricordato sopra dice che il coraggio non gli mancava. Neppure lui, tuttavia, poteva, se non a prezzo della propria vita, prendere una posizione forte rispetto a una questione politica da cui le donne sono escluse: se si dimentica questo si rischia di non comprendere i comportamenti di tutti, focalizzando troppo l’attenzione sui due protagonisti principali, che è anche un po’ il limite dell’interpretazione hegeliana della tragedia. Nonostante la scelta del modello eroico, infatti, ridurre il testo alla tenzone fra Antigone e Creonte oscura il fatto che in questa tragedia i protagonisti sono molti e che gli altri non sono semplici marionette nelle mani del Destino, ma si avvicinano a una tipologia umana più complessa. Quanto a Ismene, dopo avere compiuto il suo tentativo estremo di cambiare il finale della storia, esce di scena e ricade nella sua opacità. Però, anche Antigone rimane sola, in un contesto che non le appartiene, ma nel quale si trova prigioniera come lo è Creonte per ragioni opposte alle sue. Gli altri stanno tutti nel mezzo.

Sofocle fra Ananke e pietas

Abbiamo parlato molto fin qui dei personaggi, ma ancora troppo poco del loro creatore: occorre farlo tenendo conto della trilogia, cioè dell’intero ciclo della vicenda, che inizia con Laio e termina con la morte di Antigone. Sofocle è il drammaturgo di mezzo della grande triade che comprende anche Eschilo ed Euripide ma dei tre è forse quello più vicino a una concezione dell’essere umano greco del tutto dominato dal destino, ancor più di Eschilo. Più vicino, tuttavia, non vuole dire che anche in lui non vi siano delle rotture interne nel corso della sua opera e che sono anche il segno delle trasformazioni che stavano avvedendo nella società greca del tempo. Emerge nelle sue opere, un movimento pendolare: da un lato Ananke, il destino; dall’altro un andare verso una forma di pietas che apre uno spazio di libertà all’essere umano. Edipo Re sta a un estremo di tale oscillazione, Edipo a Colono sta sull’altro lato del pendolo: Antigone nel mezzo. Per ritornare a Sofocle, tuttavia, occorre anche un po’ dimenticare Freud. Vi è poco o nulla in Edipo Re che autorizzi l’interpretazione freudiana del medesimo, solo una mezza battuta di Giocasta che va tuttavia posta nel contesto della cultura greca.11 Gli inglesi hanno un’espressione che a me piace molto: hopeful monster. La traduzione italiana più corrente, è mostro fortunato, ma io ne preferisco una seconda: mostro di successo. Ecco, l’interpretazione freudiana della tragedia Edipo Re di Sofocle è un mostro di successo. Non voglio con questo sminuire Freud, se qualche psicoanalista intenderà le cose in questo modo mi dispiace; le sole osservazioni cliniche sui casi che trattava erano e sono più che sufficienti a delineare il complesso che lega – nella famiglia borghese del suo tempo in modo assai stringente, nella nostra un po’ meno – i figli ai propri genitori, senza alcun bisogno di ricorrere alla tragedia sofoclea. Freud ha spalancato una porta su un continente immenso da esplorare e per questo gli saremo sempre grati, tanto grati che a oltre cento anni dalla fondazione della psicoanalisi possiamo liberare Sofocle dall’abbraccio di Freud, ma continuare a seguirli entrambi sulle loro diverse strade: il mostro di successo può essere messo in letargo. Il protagonista assoluto di Edipo Re è Ananke, tutti i personaggi a cominciare da Edipo medesimo, sono stritolati da un meccanismo impersonale governato dal Destino e non dall’inconscio e il terribile fascino di quest’opera sta proprio nella perfezione di questa macchina che funziona a orologeria, tanto da diventare ipnotica anche per il lettore e lo spettatore. Essa funziona così bene che si dimenticano facilmente le numerose incongruenze del testo e anche se sappiamo come va a finire si ha sempre voglia di andare fino in fondo perché non si riesce a credervi che possa andare davvero così. Gli esseri umani in Edipo Re non possono scegliere se non le inezie, il libero arbitrio è un concetto inesistente, la psiche come la intendiamo oggi pure e di questa assenza e della presenza totalizzante di Ananke, Sofocle dà la rappresentazione più potente che sia stata scritta, almeno nella storia della drammaturgia occidentale. Non manca neppure in questa tragedia la stoltezza degli esseri umani ma essa svolge un ruolo minore che non in Antigone. Sono talmente piccoli gli umani in Edipo re, che non possono essere neppure troppo stolti, sono semplicemente travolti e infatti non vi è alcun accenno di pietas nel testo: essa è tutta affidata alla catarsi, cioè al rivivere insieme la vicenda nella dimensione pubblica e religiosa del teatro greco, mentre in altre tragedie – anche di Sofocle – la pietas è visibile anche nel testo, come per esempio proprio in Edipo a Colono. In Antigone, Sofocle sta sostanzialmente dalla parte del coro, non può dare del tutto ragione ad alcuno dei due e su questo concordo con Zagrebelsky. È questo il modo in cui prende le distanze da quella assolutezza del destino che invece è così forte in Edipo Re. Se la materia è politica, essa appartiene all’umano ed è soggetta a una discrezionalità, cui non è estranea la parola libertà. Infatti, persino una donna, la può trasgredire, pur essendo esclusa dal governo della città. L’oscillazione ci riporta all’impossibilità di una scelta, ma essa è tutta umana, gli dei sono sullo sfondo e non più al centro. La tragedia Antigone è prima di tutto governata dall’incapacità di fronteggiare una situazione inedita da parte di Creonte e da una ribellione - del tutto legittima - ma che finisce per rafforzare i suoi comportamenti più dissennati. Sofocle sa che la ribellione di Antigone è destinata a fallire e si tiene a una certa distanza, ma di certo tanto meno sposa la causa di Creonte, che fallirà a sua volta. La grandezza del testo sta ancora una volta nella drammatica oscillazione. In Antigone il dubbio è sovrano, ma Sofocle non può essere del tutto dalla parte della principessa, perché anche in lei alberga una buona dose di arroganza e di hybris, che Sofocle di certo non può sposare.12 La soluzione allora sarà un’altra: mettere Creonte di fronte alla sua hybris.

Creonte e Tiresia

Quando Tiresia si presenta da Creonte tutto è già avvenuto o quasi. E cosa gli dice? Da un lato gli fa un discorso pieno di buon senso, che ancora di più fa risaltare la circostanza che forse tutta la vicenda è dominata da una serie di atti sconsiderati, alcuni dei quali pure maldestri, che hanno suscitato una reazione a catena che nessuno riesce più a fermare. Come mai ci riesce Tiresia quando è troppo tardi? Se ci pensiamo un momento, tutto questo è paradossale. Creonte non era l’inflessibile esecutore della legge? Non era l’uomo della legge fredda, per citare Zagrebelsky, contrapposto ad Antigone che seguirebbe invece, secondo le diverse interpretazioni che abbiamo visto, la legge degli dei, quella del sangue o dell’Ade, gli usi e le tradizioni? E perché allora quest’uomo di legge tutto d’un pezzo collassa di colpo di fronte alle parole di un indovino, di un veggente, cioè di un personaggio che fa da tramite proprio con il mondo degli dei o con quello del sottosuolo? Non era Antigone a contatto con quel mondo? Di colpo, davanti a Tiresia, Creonte non è più lui e in una rapidissima sequenza di pentimenti e di sgomenti, cerca maldestramente di salvare Antigone quando è ormai troppo tardi; ma specialmente, ciò che emerge è che fin dall’inizio non è stato in grado di prevedere le conseguenze del suo gesto, proprio perché governato dal panico e da una formazione reattiva. Distruggendo i suoi legami famigliari è lui a innescare una reazione a catena che porterà alla morte di Emone, poi a quella di sua madre Euridice, nonché sposa di Creonte. Il re, alla fine, rimane con la sua legge fredda e niente altro. Essa infatti non può ignorare del tutto usi, costumi e tradizioni, ma specialmente non può legiferare su ciò che appartiene al mondo che sta aldilà: Creonte ha preteso di legiferare sul mondo degli dei! Questo è il contenuto saliente del discorso di Tiresia, che ha in sé anche un piccolo escamotage retorico che permette a Sofocle di scegliere Antigone come eroina, creando però una asimmetria fra i due destini, in parte comuni. In sostanza, ma solo in ultima analisi, Sofocle assegna la priorità alle leggi non scritte.

Il discorso di Antigone

Quando Antigone si avvia verso la morte, pronuncia il suo discorso più sereno, nonostante il dolore. Ha perso molta della sua hybris, non vi è più traccia di arroganza, ma specialmente dismette la parte reattiva di sé, che infondo colludeva con quella di Creonte. Ciò che dice permette di cogliere la sua azione in tutta la sua complessità e di capire che non sono arbitrarie le diverse interpretazioni del suo comportamento che si sono succedute nei secoli, perché in questo brano ci sono tutte le possibilità. Ciò che tuttavia aggiunge in questo canto finale e che prima non emerge con questa pregnanza, sta forse in questa parte del lungo monologo, in cui si rivolge direttamente a Polinice e ai cittadini di Tebe e non più a Creonte:

…. E anche ora Polinice, per avere coperto il tuo corpo questa sorte ottengo. Eppure io ti resi onore giustamente, per chi ha senno. Infatti mai se fossi divenuta madre di figli, né se fosse stato il cadavere di mio marito a corrompersi, io mi sarei assunta questo ufficio contro il volere dei cittadini. E in forza di quale principio lo affermo? Morto il marito ne avrei avuto un altro; da un altro uomo avrei avuto un figlio, se quello mi fosse mancato; ma ora che mio padre e mia madre sono infondo all’Ade non è mai più possibile che mi nasca un fratello. Eppure poiché secondo questa legge ti ho prontamente onorato, è sembrato a Creonte che questa fosse una colpa…13

Nessuno può ridarmi un fratello, dunque se io non fossi intervenuta – ed ero la sola a poterlo fare – Polinice sarebbe stato condannato in eterno a non trovare requie nel mondo dei morti. Non bisogna dimenticare un’altra battuta che si trova in modo esplicito nell’Aiace, ma che aleggia anche qui più volte e un po’ in tutte le tragedie sofoclee. La cito a memoria: è maggiore il tempo che trascorrerò nell’Ade che non quello che trascorrerò qui. Dunque aveva ragione Hegel a sostenere che, in ultima analisi, in Antigone prevale la legge del sangue, non quella degli dei, anche se pure in lui vi è un accenno all’interpretazione cristiana; ma tale legge non può essere asfitticamente intesa solo come un attaccamento alle tradizioni. Il fratello, la sorella, sono un legame diverso perché per l’altro o l’altra della coppia fraterna, la perdita è irreversibile per chi non ha più i genitori e dunque la responsabilità nei confronti del congiunto è massima. Dunque, l’interpretazione hegeliana sembra resistere anche alle suggestive ipotesi di Zagrebelsky, Montani e Porciani. O forse non del tutto.

Il ritorno di Ismene

Non ci siamo dimenticati di Ismene. Cosa pensa di lei il suo autore? Non c’è un giudizio diretto in Sofocle. Nella prima parte della tragedia, nei colloqui con la sorella, Ismene dice cose di buon senso che, se da un lato ne rivelano la limitatezza, dall’altro fanno emergere l’incapacità di ascolto da parte di Antigone, che ha già deciso tutto e non si è rivolta alla sorella per dialogare con lei ma solo per saggiare la sua eventuale complicità nell’impresa che sta per compiere. La tensione drammatica dei loro colloqui fa emergere in modo netto la differenza di caratteri, ma infondo è proprio questo che Sofocle si proponeva di fare e niente di più. La mossa decisiva è un’altra: toglierla dalla grande storia nel momento cruciale della tragedia, ma subito dopo quella sequenza di battute in cui è lei a cercare di dare all’intera vicenda un finale diverso. Il silenzio e la zona d’ombra nella quale viene relegata e dove anche il suo destino diventa irrilevante, è dunque il silenzio di chi non è e non può essere nella storia. Sofocle non poteva andare oltre ciò e neppure la comunità che gli aveva commissionato la tragedia, ma noi possiamo farlo e domandarci se c’è qualcosa nell’essere fuori dalla storia di Ismene che oggi può parlarci, senza per questo rovesciare le parti. L’inaudito che è sotto gli occhi di tutti - come la Lettera rubata di Poe - non sarà allora proprio che le donne sono escluse dalla polis, dal governo della città? Ismene sceglie di non attraversare quella soglia, anche nel momento in cui si autoaccusa insieme alla sorella di un atto che non ha commesso. Antigone se ne stupisce, ma solo perché non l’ha mai ascoltata. La ragione di quel suo gesto, infatti, non sta in una tardiva complicità eroica con la sorella, ma deriva da una tragica constatazione che era emersa con chiarezza nei loro dialoghi. Quando nelle prime battute del testo Antigone le chiede se sia a conoscenza dell’editto di Creonte e della nuova disgrazia che si è abbattuta su di loro, Ismene così risponde:

Nessuna nuova, né trista né lieta,

dei nostri amici, Antigone, mi giunse,

da quando entrambe noi di due fratelli

orbe restammo, in un sol giorno uccisi

con reciproca mano. E poi che lungi

la scorsa notte andò l'argivo esercito,

io null'altro mi so: né piú felice

né sventurata piú di pria mi reputo.

 

Che male maggiore ci può essere oltre le disgrazie già accadute? Ismene se lo chiede e lo domanda alla sorella; lo ribadirà quando capirà cosa intende fare Antigone. Quando si auto accusa, dunque, lo fa perché - coerente con quando ha detto fin dall’inizio – la sua vita senza i fratelli e ora anche senza Antigone condannata a morte, non ha più alcun senso. Ismene, in sostanza, si sottrae al modello eroico ed è il solo personaggio a farlo. Emone, una volta compreso che la sua tattica di ammansire il padre fallisce, si toglie la vita e lo stesso farà Euridice sua madre e sposa di Creonte quando saprà del suicidio del figlio. Anche loro rimangono aggrappati al modello eroico, seppure come eroi minori. Antigone, in quanto donna che si batte in un contesto dove non può andare con le proprie forze oltre di esso, rimane una figura grandiosa dentro una società patriarcale, che quel ruolo riserva alle donne. Tuttavia, proprio l’interpretazione hegeliana della tragedia sofoclea, richiama la necessità di un passo ulteriore. Se la posizione di entrambi i due protagonisti maggiori è legittima, come Hegel riconosce, ciò equivale a dire che c’è un’anomalia di fondo nella legge. Come si può dire a qualcuno sei nella polis da qui fin qui, ma da lì in poi ne sei fuori? Sofocle e la comunità tebana non erano in grado di risolvere quella anomalia, ma la grandezza dell’arte di Sofocle vi accenna. Hegel avrebbe potuto farlo, visto che ci va vicino, ma poi si tira indietro. Le costituzioni hanno fatto un ulteriore passo in avanti, ma neppure quelle hanno risolto il problema. Forse allora la vera novità odierna è che il silenzio di Ismene è stato rotto. Ismene è tornata, anche perché forse non è mai morta, neppure nel paradossale finale della tragedia! Di lei non sappiamo più nulla, dopo che Creonte ha dato l’ordine di riportare le due donne legate nella reggia e non c’è un’esplicita condanna che la riguardi: possiamo anche pensare che si sia tolta la vita come ha minacciato di fare, ma anche no, perché il testo non afferma nulla in proposito e forse con un ultimo magistrale colpo d’ala, Sofocle la colloca in una specie di limbo.14

Ismene è tornata; ma non più come versione al femminile dell’Io ipertrofico degli eroi, bensì come donna comune che prende la parola collettivamente, dunque immagine di un possibile noi in un mondo che non è mai stato suo. Karola Rakete e Greta Thunberg, molto più che Antigoni, sono questo noi, che potrebbe anche liberare i maschi (se sapranno ascoltarle) dalla schiavitù della sottomissione al fantasma del padre primitivo, che abbia o meno le sembianze di un dio personale o di un rivoluzionario di professione.


1 La lectio di Zagrebleskj è disponibile per intero su youtube. Del  professor Pietro Montani suggerisco il libro Antigone e la filosofia Donzelli editore.  Per quanto riguarda il convegno tenutosi alla sapienza e alle due prefazioni del 2012 e poi 2017, esse sono disponibili in formato pdf in rete.

2 La ritualità del teatro greco, la sua natura religiosa e le altre valenze simboliche sono ricostruite in modo assai puntuale in diverse prefazioni ai testi. Ne cito soltanto due e cioè le edizioni cui mi sono prevalentemente riferito in questo studio.  Sofocle, Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone con testo a fronte, traduzione di Raffaele Cantarella, a cura di Dario Del Corno, Biblioteca Arnoldo Mondadori, Milano 1982. Sofocle le tragedie, traduzione e cura di Angelo Tonelli, Grandi classici tascabili, Marsilio Venezia 2004. Per alcuni frammenti mi sono avvalso anche delle traduzioni di un celebre grecista del primo novecento: Ettore Romagnoli.

 

3 Elena Porciani, Nostra sorella Antigone In Il primo amore https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article3666. Nella citazione di cui sopra Porciani cita anche alcuni giudizi di Duroux e di altre, con le quali anche lei concorda. Il saggio di Porciani è assai ampio e complesso e contiene riflessioni che vanno oltre l’orizzonte di questo mio saggio ed è scritto anche per rispondere a Rossana Rossanda su Emone. Tuttavia mi sembrava importante il passaggio citato perché anche in esso ci si discosta dalle interpretazioni più canoniche.

4 La traduzione di cui sopra è del celebre grecista dei primo del ‘900 Ettore Romagnoli.  Nei punti essenziali e controversi dello stasimo citerò poi le altre due. La differenza, molto rilevante, in questa prima parte è che in entrambe le traduzioni di Cantarella e Tonelli si usano i termini bene e male e non tristizia e virtù.

5Rispetto al passaggio più controverso ecco come traduce Raffaele Cantarella: …./Possedendo di là di ogni speranza,/l’inventiva dell’arte che è saggezza,/talora muove verso il male, talora verso il bene… In  Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono, Antigone A cura di Dario del Corno, traduzione di Raffaele Cantarella, Biblioteca Arnoldo Mondadori editore, Milano 1982, pag. 283. Tonelli, non si discosta da quest’ultima traducendo e inclina ora al male ora al bene. Sofocle, Le tragedie. A cura e traduzione di Angelo Tonelli, Marsilio, Venezia 2004. Pag. 187. Tuttavia è importante notare come Del Corno e Tonelli traducono l’inizio dello stasimo, particolare niente affatto neutro. Del Corno traduce: Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo. Tonelli traduce: Molte sono le cose tremende, ma nulla è più tremendo dell’uomo. Intorno a questo stasimo si giocano molte diverse interpretazioni e quella di Romagnoli, che si scosta di molto rispetto alle due più recenti, va comunque considerata anch’essa, per ribadire che la traduzione di questo passaggio rimarrà alla fine, assai controversa e in parte anche misteriosa. Quanto alla traduzione di Tonelli, secondo me filologicamente più accurata, bisogna considerare che il meraviglioso e il tremendo non sono una coppia ossimoro per la lingua greca antica e un concetto analogo è stato ripreso da John Ruskin  a proposito del sublime e del numinoso, che hanno un aspetto che è al tempo stesso meraviglioso e orrido e inquietante quando non terribile; qualcosa di simile possiamo ritrovarlo anche nel concetto di perturbante in Freud. Io penso che Tonelli abbia dunque rispettato profondamente - con quella traduzione - un’ambivalenza che è in Sofocle e che scorre come un filo rosso lungo tutta la tragedia di Antigone.

6 Anche questa prima traduzione è di Romagnoli. Le altre due. Del Corno: … ma senza patria è colui/ che per temerità si congiunge al male:/non abiti il mio focolare/né pensi come come/chi agisce così. Tonelli: Ma è fuori dalla città/chi frequenta il male/per compiacere la sua audacia temeraria./Stia lontano dal mio focolare,/stia lontano dalla mia amicizia,/colui che agisce in questo modo!/

7 La traduzione che ho scelto in questo caso è quella di Cantarella, Op. cit. pag. 283. La traduzione di Tonelli, tuttavia, non si discosta da questa.

8 Op.cit. pag. 293.

9 Per tutte queste ragioni non mi convincono alcune rappresentazioni, o meglio attualizzazioni moderne, che attribuiscono a Creonte una forza che in realtà egli non ha e che Sofocle non gli attribuisce, dal momento che, quando verrà posto di fronte alla realtà dei suoi atti, collasserà su se stesso in un istante, prima di tutto perché non è stato in grado di valutare le conseguenze del suo editto e della sua ostinazione. Creonte è un uomo che, posto di fronte a una decisione difficile e a un comportamento inatteso, perde la testa perché non è in grado di governarli né dal punto di vista emotivo e neppure politico: esibisce allora un surplus d’inflessibilità perché è preso dal panico e deve mostrarsi forte a tutti i costi: è un meccanismo psicologico noto.

 

10 Ho scelto in questo caso la traduzione di Romagnoli essendo i contenuti del discorso chiari e senza ambivalenze di sorta.

11 Ivi.

11 La battuta cui mi riferisco è la seguente: E che cosa dovrebbe temere un uomo in balia del caso, senza chiara previsione di  nulla?Meglio vivere alla ventura, come si può.Tu non temere le nozze con tua madre: già molti mortali si giacquero in sogno con la propria madre; ma chi non dà nessun valore a queste cose, vive più facilmente. Ho scelto la traduzione di Cantarella, op.cit. pag.109.

12 L’arroganza di Antigone è più visibile nella prima parte della tragedia, nei colloqui con Ismene, di cui però non mi sono occupato in questo scritto perché non così rilevante rispetto alle tesi centrali che si volevano prendere in considerazione.

 

13 Ho scelto la traduzione di Cantarella, op. cit. pag 319.

14 Rileggendo il finale mi sono chiesto più volte cosa mai avrebbero potuto dirsi Creonte e Ismene ritrovandosi faccia a faccia nella reggia qualche giorno dopo.

 

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