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Tardo capitalismo e globalizzazione. Frederic Jameson e il postmodernismo - pag. 2 PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 01 Gennaio 2010 00:00
Indice
Tardo capitalismo e globalizzazione. Frederic Jameson e il postmodernismo
Elaborazioni secondarie
Media e mercato
Tutte le pagine
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Nel capitolo intitolato “Elaborazioni secondarie” Jameson fa un paio di osservazioni che ci sembrano cruciali per la lettura del presente. Egli rifiuta la critica che il suo postmodernismo sia una categoria specificamente culturale e sostiene al contrario che essa è concepita per dare un nome a ‘un modo di produzione’ dentro il quale la produzione culturale trova uno specifico (e decisivo) spazio funzionale. Jameson rimanda alle riflessioni, presenti nel suo testo, sulle ideologie dominanti nella postmodernità. In esse in effetti, e nella fattispecie nelle considerazioni riguardanti l’ideologia del mercato, Jameson innesta una delle tesi che tuttora fanno discutere, quella seconda cui tutte le ideologie, comprese quelle delle classi dominanti, hanno un carattere utopico.

Jameson in sostanza ci conferma che l’idea stessa del mercato libero è fallimentare e dunque utopica e anzi ribadisce che in tempi di oligopolio e di multinazionali non esiste alcun libero mercato e che se è vero che le destre non smettono di denunciare la illiberale intrusione dello stato nell’economia è anche vero che, negli USA in particolare, l’estensione del consumismo e della sua ideologia ha cominciato a diffondere un certo nervosismo rispetto al successo con cui appunto l’America consumista ha sopraffatto l’etica protestante “…ed è stata capace di gettarne al vento i risparmi e i profitti futuri esercitando la propria nuova natura, nella veste dell’acquirente professionale a tempo pieno… Non esiste un mercato fiorente e attivo la cui clientela sia fatta di calvinisti e di tradizionalisti operosi che conoscono il valore del dollaro’. Viene da riflettere, aggiungiamo noi, persino su una parte dell’elettorato di Obama! In ogni caso, conclude Jameson, nelle condizioni odierne la soluzione del .mercato è utopica quanto la trasformazione in senso socialista dei paesi a capitalismo avanzato.

Il cuore dunque dell’indagine di Jameson è un altro, sta nell’analisi della ‘logica culturale del tardo-capitalismo’. Questa logica culturale è organizzata intorno ai due unici soggetti visibili, il mercato di cui abbiamo detto e i media. Con questa caratteristica fondamentale: che il mercato come luogo fisico tende gradualmente a scomparire a favore di una intima simbiosi tra mercato e media di cui è segno decisivo la tendenziale identificazione della merce con la sua immagine (cioè con il marchio o il logo).

A Jameson non sfugge la necessità della periodizzazione storica di quanto si viene poi a unificare nel suo quadro teorico. L’analisi parte da questa constatazione: c’è stata una frattura a tutti i livelli nell’Occidente che coincide con la fine del movimento moderno e che risale agli anni cinquanta. Espressionismo astratto in pittura, esistenzialismo in filosofia, il film d’autore, la scuola poetica modernista (come istituzionalizzata da Wallace Stevens) sono le ultime manifestazioni tardomoderniste, dopodiché si apre lo spazio per un caotico ed eterogeneo moltiplicarsi di manifestazioni: Andy Warhol e la pop art, l’iperrealismo, John Cage, il punk, la new wave con la punta avanzata dei Rolling Stones e dei Beatles, Godard, il video e il cinema sperimentali, il nouveau roman francese e chi più ne vuole ne metta! Per pagine e pagine Jameson ci accompagna col suo catalogo dentro praticamente tutto quello che abbiamo visto, sentito e patito dagli anni 50 in poi. E’ una sorta di promemoria sul passaggio ad un’età nella quale domina l’indifferenziato e tutto sembra contemporaneamente alla fine e paradossalmente all’inizio di qualcosa.

Caratteristica fondamentale di tutti questi fenomeni postmoderni è la cancellazione del confine (proprio del modernismo avanzato) tra la cultura alta e la cosiddetta cultura di massa. Il presente si presta a una proliferazione di definizioni ora come società dei consumi, ora come società dei media, ora come società dell’informazione, società elettronica ecc., tutte definizioni che in qualche modo vogliono dimostrare che le nuove formazioni sociali non obbediscono più alle leggi del capitalismo classico cioè al primato della produzione industriale e all’onnipresenza della lotta di classe.

Caratteristica ulteriore e coerente del postmodernismo è l’integrazione della produzione estetica nella produzione di merci in generale: afferma Jameson: “…la frenetica necessità economica di produrre nuove linee di beni dall’aspetto sempre più inconsueto, dal vestiario agli aeroplani, assegna all’innovazione e alla sperimentazione estetiche una funzione e una posizione strutturali sempre più essenziali”.

A voler dare sinteticamente conto degli aspetti più profondamente costitutivi dell’analisi di Jameson, diremo che egli la concentra su almeno tre categorie estetiche fondanti l’età:

a) scomparsa della profondità: se le scarpe del contadino raffigurate da Van Gogh richiedevano un atto interpretativo, le scarpe da ballerina di Warhol – assunte come simbolo dell’arte postmoderna – restano superficiali e misteriose, “non ci parlano affatto” e si configurano come “oggetti morti” e feticisti.

b) Scomparsa della storicità: nel nostro tempo la memoria si è indebolita e i grandi memorialisti sono una specie estinta. Insieme a tutte le altre forme di autorità e legittimità l’autorità dei morti si riduce a un ritmo vertiginoso.

c) Scomparsa dello stile individuale a favore dei gruppi. E siccome l’ideologia dei gruppi viene alla luce in contemporanea con la celebre ‘morte del soggetto’ i gruppi per definizione non possono essere soggetti. I soli soggetti visibili sono i media e il mercato.