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Miss Marx PDF Stampa E-mail
Sabato 17 Aprile 2021 06:25

di Franco Romanò

Raramente ci s’imbatte in un film che cattura l’attenzione dello spettatore prima ancora che esso cominci, cioè quando scorrono i titoli iniziali. L’impatto assai forte, oltre che dalla grafica, è dato dalla colonna sonora che può risultare spiazzante, almeno come prima sensazione; ci si renderà poi conto di quanto sia importante – invece – la scelta musicale compiuta dalla regista Susanna Nicchiarelli nell’economia della pellicola. Sarà proprio la musica a scandire alcuni momenti decisivi del film, insieme a una scelta registica di tipo ellittico, che focalizza la narrazione sui punti chiave. Questo potrà suscitare qualche incomprensione in chi non conosce la storia o la conosce poco, ma l’opera ne risente positivamente. Quando cessa il sonoro e si passa all’immagine, abbiamo un primo piano molto intenso di Eleonor Marx, che sfuma in piano medio: siamo in un cimitero e proprio il giorno della sepoltura di Karl. Ci sono tutti i compagni e le compagne di una famiglia allargata e di fronte a loro Eleonor legge il frammento di una lettera di Karl a Jenny von Westfahlen.

Nella casa in cui vivono o girano un po’ tutti e prima di ogni altro Engels ed Helene Demuth, vive anche il nipote, il figlio preadolescente di Jenny Marx, morta poco prima del padre. Il ragazzino viene continuamente lasciato da qualche parte perché la zia Eleonor deve partire per tenere le redini del movimento comunista: comizi, convegni, tutto quello che è necessario fare, ma su cui Nicchiarelli non si sofferma più di tanto, se non in alcuni passaggi chiave. Sono tre: una prima fase in cui Eleonor appare come la semplice continuatrice dell’opera di suo padre e le altre due, l’ultima in particolare, in cui la teoria si colora d’immagini e proposizioni che sono sue. Questo l’andamento della vicenda da un punto di vista politico. Tuttavia è solo una parte del film, perché parallelamente a queste vicende scorre la vita personale di Eleonor, che si lega a Edward Aveling, un discreto commediografo capace solo di dilapidare patrimoni e di nascondere dietro la cortina fumogena del libero amore e dell’adesione al socialismo la sua irresponsabilità sentimentale. Eleonor, pur acquisendo sempre più la consapevolezza che si tratta di una relazione malsana, non riesce a liberarsi del suo sogno d’amore, finché non decide di togliersi la vita. Il film evita del tutto di occuparsi dei sospetti intorno a quel suicidio e delle conseguenze del gesto e cioè del teatrino che lo precede e lo segue.1 L’importanza del film sta in altro e la potenza delle scene finali, in cui ancora una volta è la colonna sonora a recitare un ruolo di primo piano, permette alla regista di proiettare nel futuro Eleonor Marx, un futuro nel quale le parole del padre, che sono state le sue e solo quelle per lungo tempo, ne alimentano altre che sono soltanto sue. Noi che osserviamo, abbiamo una frase che viene a fior di labbra più volte, uno slogan: il personale è politico e questo va oltre la difficoltà di Eleonor nel rompere la relazione con Edward. Poteva dirlo storicamente? No, poteva solo vivere tutte le tappe che l’avrebbero portata - seppure tragicamente - a intuire il problema della subordinazione della donna anche nell’ambito socialista. Non condivido perciò le critiche che vedono nel film un eccessivo sbilanciamento sulla vita sentimentale di Eleonor, fra l’altro definita in qualche recensione matrimoniale pur mancando qualsiasi matrimonio (anzi, a dire il vero ce ne sono troppi) – a scapito della vicenda politica. Fra le due storie che scorrono parallele vi è invece una simmetria, ma anche una relativa autonomia. Non corrono alla stessa velocità e dunque possono essere viste e considerate separatamente senza cercare intrecci che raramente ci sono, tranne in un caso: la sofferenza che Eleonor avverte costantemente rispetto al nipote, di cui ha voluto farsi carico, ma cui non riesce poi a dedicare tutto il tempo che vorrebbe.

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L’intreccio tra lingua e politica PDF Stampa E-mail
Venerdì 26 Marzo 2021 08:31

di Adriana Perrotta Rabissi

L'androcentrismo della lingua italiana colloca le donne in una posizione di subalternità agli uomini nell'ordine simbolico. Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso l'interiorizzazione della dipendenza.

 

La lingua è soprattutto una questione politica, come sanno bene politici/che, opinion maker e autorità varie, ma quando le innovazioni linguistiche relative alle trasformazioni di ruoli e funzioni pubbliche delle donne fanno il loro ingresso nel mondo della comunicazione, la loro adozione è mal sopportata in nome dell’ eleganza fonetica, oppure criticata in ragione dell’inutilità di cambiare termini consolidati dall’uso e universalmente  accettati, da ultimo rifiutata in nome della  libertà di espressione. Eppure l’uso politico della lingua è ben conosciuto dalle classi dominanti di tutto il mondo, a partire dall’imposizione della propria lingua alle popolazioni vinte e sottomesse  da  parte dei vincitori, pratica ben conosciuta dai popoli colonizzati. Ancora oggi  nei regimi totalitari gruppi di popolazione sono costretti a rinunciare alla propria lingua pena l’arresto.

In ambito democratico l’operazione è più sottile, la lingua è impiegata per educare la comunità ai cambiamenti che si intendono portare nella sfera sociale e politica, senza provocare resistenze o opposizioni.

Così ad esempio abbiamo assistito all’ introduzione nell’ordinamento scolastico di espressioni quali crediti e debiti formativi, dirigenti, piani di offerta formativa dall’ultimo decennio del secolo scorso, quando si è iniziato a  trasformare la scuola da luogo educativo  a luogo formativa dei ragazzi e delle ragazze per adeguarli/e alle esigenze del mondo del lavoro, nella prospettiva dell’aziendalizzazione completa della società.

Analogamente funziona lo stravolgimento della Costituzione Italiana attraverso l’introduzione di definizioni tratte da altri sistemi politici: Governatori di Regioni invece che Presidenti, per accentuarne il potere decisionale, Premier o Primo Ministro per sminuire la dimensione collegiale della Presidenza del Consiglio, figure queste che non sono previste dalla nostra Costituzione, ma che, usate costantemente dai mezzi di comunicazione di massa, nascondono l’operazione di modifica materiale  di ruoli e poteri  per renderli  analoghi  a quelli presenti in ordinamenti politici diversi dal nostro, ordinamenti che si intendono far adottare.

La lingua costituisce i binari su cui viaggia il pensiero, è il luogo nel quale si formano le soggettività delle donne e degli uomini, perché è il deposito collettivo dei valori e degli ideali della comunità dei parlanti e delle parlanti, ci trasmette giudizi su ciò che è buono o cattivo, giusto o  ingiusto, lecito o illecito, normale o anormale, bello o brutto.

Ciò che non ha nome nella nostra lingua per noi non esiste, con fatica riusciamo a immaginare qualcosa che non sappiamo nominare.

Le lingue non registrano proprietà intrinseche della natura, bensì le categorie di percezione e classificazione del nostro mondo interno ed esterno, e della nostra relazione con esso,  categorie sedimentatesi  nel corso del tempo e  proiettate sulla natura stessa.

Osserva un linguista francese: “Parlando il mondo le lingue […] lo reinventano”.

Ad esempio le distinzioni che percepiamo tra oggetti e  processi esistono per noi perché abbiamo nomi specifici atti a indicarle nella nostra lingua, ma l’appartenenza a una serie o all’altra non è universale, dipende dalla formulazione che ne danno le diverse lingue: quelli che per noi sono oggetti in altre lingue sono eventi o azioni, come hanno messo in luce studi comparati tra varie lingue uma­­ne.

Per alcune popolazioni la divinità non è un essere, ma un processo espresso da un verbo; in alcune lingue poi non esiste il concetto di futuro e conseguentemente non c’è il tempo del futuro; in altre non esiste il colore verde essendo il verde il mondo abitato dalla comunità dei/delle parlanti.

L’uso poi di nominare molte sfumature di uno stesso colore, necessario all’organizzazione di vita di una comunità, affina la capacità di percepirne le differenze, infatti i/le parlanti di certe popolazioni distinguono un numero di sfumature molto più alto di quello percepito da chi non appartiene  alla comunità.

Le differenti categorie linguistiche segnalano le differenze delle categorie logiche ed epistemologiche di una società, la distanza tra le visioni del mondo è più grande quanto più distano popolazioni nel tempo e nello spazio, lingue di analoghi sistemi culturali sono più vicine tra loro.

È stato possibile pertanto che alcuni studiosi considerassero dotate di menti infantili, e in quanto tali incapaci di astrazione, comunità di parlanti  che non disponevano di un termine generale per indicare complessivamente le specie animali necessarie alla loro vita, ma che invece ricorrevano a molti termini per designare i singoli individui, distinti in base a tratti caratteristici. Questo è certamente un universale umano, le particolarità di una lingua sono ancorate ai bisogni quotidiani di una collettività di parlanti.

La funzione modellizzante della lingua comporta il fatto che la costruzione interiore del mondo reale si forma in gran parte nell’inconscio, sulla base delle abitudini linguistiche apprese dalla nostra entrata nel mondo, così che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducono, a livello del senso comune, in forme obiettive di conoscenza.

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Di pandemia, di riflessioni, di conflittualità possibili PDF Stampa E-mail
Sabato 26 Settembre 2020 10:53

di Paolo Rabissi

Non sono in molti, né in molte, coloro che sul comportamento di massa durante la fase più critica della diffusione del virus, gettano uno sguardo meno pessimista e fuori dagli schemi. Ci prova a mio parere anche Raffaele Sciortino nell’articolo comparso su Sinistrainrete (https://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/18721-raffaele-sciortino-crisi-pandemica-e-passaggi-di-fase.html) il 21 settembre 2020.

Non mi soffermo sulla complessità delle sue analisi (interessanti i commenti dei lettori) che sono peraltro un’articolazione approfondita dei temi svolti nei suoi due libri precedenti[1], mi basta qui prendere in considerazione le sue riflessioni conclusive quando analizza appunto il comportamento medio della massa durante la diffusione del virus.Il trionfo della morte, Pieter Bruegel il vecchio

La prima: “…una parte della classe sfruttata e oppressa, minoritaria ma sostenuta da un senso comune assai più ampio, non è scesa in campo per interessi particolari ma ha in un certo senso lottato contro se stessa come elemento del capitale, ha contrapposto, pur inconsapevolmente, la riproduzione sociale a quella sistemica, ha cozzato, senza volerlo, con i limiti della propria condizione proletaria particolare, interna al capitale, come limiti alla riproduzione della comunità umana.”

Quel ‘pur inconsapevolmente’ e quel ‘senza volerlo’ sono intanto una spia linguistica che merita a mio parere un approfondimento per quello che sottende.

La seconda riflessione: “In secondo luogo, [la massa] ha dimostrato di saper concretamente disconnettere, sia pure per una breve parentesi, la riproduzione della vita dalla riproduzione del capitale.”

Questa è un’affermazione davvero singolare a prima vista. La sua apparente semplicità rimanda invero a una temperie culturale del nostro tempo che a mio parere chiama in causa la presenza del femminismo e delle sue lotte. Perché si può anche far finta che l’espressione sia quello che è, l’affermazione cioè che vivere bene senza malanni è la prima necessità, il primo desiderio dell’umanità. Pensa alla salute! sembra dire… il lavoro è importante certo ma la salute viene prima perciò fermati e vedi di fermare anche gli altri che ti stanno vicino.

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OPM: Uprising/sollevazione-voci dagli USA, postfazione PDF Stampa E-mail
Martedì 16 Giugno 2020 17:24

La Postfazione di Sergio Bologna, che qui riproduciamo, conclude l’opuscolo, per ora solo on line, dell’Officina Primo Maggio intitolato Uprising/sollevazione – voci dagli USA https://www.officinaprimomaggio.eu/uprising-voci-dagli-usa/ . Pubblicato a tempo di record dal team di Officina Primo Maggio a ridosso della sollevazione delle città statunitensi, in occasione del brutale omicidio di George Floyd a Minneapolis, comprende in apertura la testimonianza della scrittrice Rachel Kushner cui seguono i saggi di Bruno Cartosio, Mattia Diletti, Alessandro Portelli, Ferdinando Fasce, Ferruccio Gambino, e l'intervista a Rick Perlstein (C.Antonicelli).

 

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

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Nota redazionale PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Aprile 2020 00:28

Pubblichiamo due analisi che riteniamo significative per profondità e ampiezza sui modi e le condizioni della produzione e della riproduzione in questo tempo di neoliberismo messo sotto scacco dalla pandemia in tutto il mondo.

L'emergenza sanitaria, finanziaria, economica, sociale, politica e culturale resasi visibile non è solo il segno della crisi della nostra organizzazione di vita e lavoro, ma anche il luogo dal quale ripartire per confrontarsi nelle teorie e nelle pratiche al fine di evitare, una volta superato il momento critico, tutto sia riassorbito nelle forme di produzione e riproduzione consuete.

Di Non Una Di Meno, La vita oltre la pandemia (https://nonunadimeno.wordpress.com/2020/04/28/la-vita-oltre-la-pandemia/). Di Sandro Moiso, Sulla centralità del lavoro e il necessario conflitto che l'accompagna. (www.carmillaonline.com).

 
Sulla centralità del lavoro e il necessario conflitto che l'accompagna PDF Stampa E-mail
Venerdì 24 Aprile 2020 16:49

di Sandro Moiso

Rilanciamo con piacere questa lucida e completa analisi su lavoro capitalismo e coronavirus da www.carmillaonline.com

Sandro Moiso è studioso e autore di testi sulla musica, la cultura e la storia americane, ma anche polemologo e docente di Storia. Ha scritto per “L’Indice dei libri del mese” e fa parte del collettivo redazionale di “Carmilla”. Quest’anno ha festeggiato il cinquantesimo anniversario di una militanza radicale iniziata all’età di quindici anni, un po’ per scelta e un po’ per caso.

Il lampo del virus illumina l’ora più chiara.
Smaschera il mondo in maschera
.

Viviamo giorni di confusione, ma anche di grande chiarezza.

Il balletto del tutti contro tutti che si svolge a livello politico (nazionale e locale), scientifico (con il dilagare degli esperti e delle task force) e mediatico dovrebbe aver già da tempo aperto gli occhi dei cittadini e dei lavoratori. Date di riapertura diffuse come se ciò non avesse conseguenze sull’andamento del contagio e da quest’ultimo non dovessero dipendere, ottimismo sparso a piene mani su un picco che dovrebbe assomigliare a un altipiano (per il tramite di ingegnose acrobazie linguistiche, geomorfologiche e statistiche), dati di una autentica strage a livello sanitario che i partiti istituzionali si rimpallano, con minacce di inchieste e commissariamenti, tra Destra e Sinistra come in una partita di volley ball, noiosissima e già vista centinaia di volte. Una guerra tra rane, topi e scarafaggi che, se fosse ancora vivo Giacomo Leopardi, sarebbe degna soltanto di un nuova “Batracomiomachia”.

In questo autentico bailamme, che sembra soltanto peggiorare di giorno in giorno, sono però ancora troppi coloro che, pur animati dalle migliori intenzioni, affrontano le questioni legate all’attuale pandemia in ordine sparso. Rincorrendo il momento, chiedendosi quando si potrà ricominciare ad agire, senza chiedersi su cosa si potrebbe davvero incidere, scambiando un problema per il “problema”, anteponendo l’idea dell’azione allo studio delle azioni necessarie, contrapponendo l’individuale al sociale oppure scambiando per sociale ciò che in sostanza è individuale. In una girandola di iniziative che tutto fanno tranne che fornire prospettive concrete per un’uscita dall’attuale catastrofe che, occorre ancora una volta dirlo, non è né naturale né umanitaria, ma derivata direttamente dalle “leggi” di funzionamento del modo di produzione capitalistico. Come afferma Frank M. Snowden, storico americano della medicina, nel suo Epidemics and Society: non è vero che le malattie infettive “siano eventi casuali che capricciosamente e senza avvertimento affliggono le società”. Piuttosto è vero che “ogni società produce le sue vulnerabilità specifiche. Studiarle significa capirne strutture sociali, standard di vita, priorità politiche”1

Gli elementi che potrebbero aiutare a definire il campo per un intervento immediato, concreto e condivisibile a livello di massa sono già molti. Sono compresi nelle parole, nelle promesse fasulle e nei provvedimenti che i governi e i loro padroni, nazionali e internazionali, stanno esplicitando, come si affermava all’inizio, sotto gli occhi di tutti. Una lunga sequenza di leggi, prevaricazioni, distruzioni e violenze che costituiscono la trama della più lunga crime story mai raccontata.

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Sfocature PDF Stampa E-mail
Mercoledì 16 Ottobre 2019 15:58

di Adriana Perrotta Rabissi

 

Sfocature

 

Così osserva Franco Romanò nella lettura di questi racconti che appare in coda ai testi: "Ellissi e rapidità della scrittura, periodizzazione secca e stringata - nella quale si sente a volte l'eco di Agotha Kristoff molto amata dall'autrice - repentini cambi di scenario creano intorno a queste concrezioni di senso un vuoto oppure delle sfocature, delle distorsioni. Tali concrezioni, tuttavia, sono a loro volta una mescolanza di elementi presi dalla realtà, dal sogno, dal libero flusso di pensieri."

Distorsioni

Impegnata a sistemare nel bagagliaio dell’auto una scatola tra valigie, sacche e borse, non si accorge dell’uomo fermo dietro di sé, immobile tranne che per il pomo d’Adamo che sale e scende in modo rapido. Si volta con un breve sorriso accompagnato da uno sguardo interrogativo, l’uomo si riscuote e passa oltre, senza parlare, come preso da urgenza. Tra una divagazione della mente e l’altra ripensa a quando ha rischiato di esporsi a sguardi indiscreto quell’azzardo sporadico, oscillante tra spavalderia e ritegno, di girare in minigonna senza slip. Ma forse l’ha immaginato, o l’ha sognato.

Al lavoro non ama distrazioni che non siano l’abbandono al fiume sotterraneo di pensieri-emozioni nel quale immergersi e nuotare, ogni tanto. Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione. Nessun disturbo o interruzione. D’all'esterno, osservando attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto. Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ha ampliato per qualche tempo l’arco di vita.

Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ammirazione che ricerca con meticolosità, l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro

Non sa se preferisce gli uomini o le donne.

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Un Pinocchio crudamente caldo PDF Stampa E-mail
Sabato 04 Gennaio 2020 12:57

di Paolo Rabissi

Burattino 'per bene' in carne e ossa anche Pinocchio è lavoratore autonomo di secondo Ottocento precario senza mutua. Una lettura fuori dagli schemi disneyani e del nostrano realismo accomodato.

Il film Pinocchio del regista Matteo Garrone è attualmente nelle sale. E’ un film glaciale. Il critico Mereghetti sul CorriereTV dice meglio ‘una fredda illustrazione’, meglio perché aggiunge illustrazione. Dicono Sabatini Colletti del termine nel loro dizionario:  Figura, disegno, fotografia che accompagna un testo a scopo esplicativo, documentario o ornamentale: i. in bianco e nero. Colori non mancano nel film, rimandano all’ocra delle terre toscane. E la fotografia accompagna magistralmente lo scopo esplicativo e documentario del libro di Collodi. Che resta però glaciale. Il Pinocchio che conosco è invece per me crudamente caldo. Mi sono interrogato sui motivi della scelta del regista. Ma ho lasciato perdere, mi sono invece piuttosto preoccupato del fatto che un Pinocchio così possa piacere ai bambini.

Il caldo crudo del libro di Collodi viene dalle avventure e dalla lingua, ricca di umori contadini e artigiani toscani. Sulle avventure non mi soffermo, sulla lingua aggiungo solo che Manzoni non l’avrebbe amata, scoppiettante di toscanismi com’è. Lui si sa con i dialetti non voleva averci a che fare. Collodi invece è spirito libero e scrive di seguito. Scrive libri per la scuola. Scrive per i ragazzi poveri com’era stato lui, ai quali qui un messaggio lo manda chiaro e forte: fate i matti finché potete ma fate presto, l’unico futuro che avete davanti è nella vostra capacità di trovarvi un lavoro. Perché nell’Italia degli anni ottanta (il libro esce tra il 1881 e il 1883) di lavoro se ne trova poco e semmai occorre inventarselo. Come oggi. Come ieri, ai tempi di Pinocchio, quando l’industria è ancora poca cosa e lo Stato non fa nulla.

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Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero di ricerca PDF Stampa E-mail
Giovedì 23 Maggio 2019 13:16

di Piero Bevilacqua


Riproduciamo, con le note redazionali di Adriana Perrotta Rabissi e Franco Romanò, gli ultimi due capitoli del saggio di Piero Bevilacqua 'Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero i ricerca'. L'intero saggio compare su 'Altronovecento, ambiente, tecnica, società. Rivista on line promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti'. Dei due capitoli iniziali – Il tempo della fabbrica e Un secolare apprendistato sociale – riportiamo l’ultimo capoverso del secondo che ci sembra riassumere efficacemente la lunga digressione storica.

Il saggio di Bevilacqua ricostruisce il lungo processo storico che ha piegato gli individui e la natura stessa alla logica della produzione capitalistica. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ha introdotto una drammatica asimmetria fra il tempo della natura e quello del consumo di cui solo recentemente si stanno tutte le implicazioni, così come la percezione del lavoro occulto necessario alla riproduzione sociale, in larga parte delegato alle donne.

The essay written outlines the long historical process which has folded human beings an nature to the logic on capitalistic production.The intensive exploitation of natural resources has created a dramatic asimmetry between time of nature and time of consumption, which only recently we are perceiving all implicaitons on: the same happens for what concerns for the occulto work necessary to social reproduction, mainly delegated to women.
*

"Dunque, il sistema industriale di fabbrica organizzato dal capitalismo per produrre merci su una scala incomparabilmente più vasta rispetto al passato ha inaugurato un mutamento epocale: un’appropriazione totalitaria del tempo di vita degli uomini ( e, come vedremo, una dimensione e velocità di sfruttamento della natura destinata a crescere indefinitamente.) Finora gli storici hanno sottolineato, di questo grande mutamento, soprattutto le conquiste della tecnologia, la crescita senza precedenti della produzione della ricchezza, lo sfruttamento dei lavoratori. Assai meno l’inizio una nuova storia della vita biologica e psichica degli esseri umani: quello della perdita del controllo personale del tempo della propria vita e il loro assoggettamento a una potenza astratta e totalitaria che li avrebbe rinchiusi entro ferree delimitazioni e ritmi imposti. Gli uomini sottomessi al tempo della società industriale diventavano gli utensili di una nuova epoca di asservimento. E oggi suona paradossale rammentare che, nell’epoca in cui Immanuel Kant indicava come supremo principio etico del nascente illuminismo quello di considerare « l’uomo sempre come fine e mai come mezzo», gli uomini in carne ed ossa stavano per essere trasformati, nella loro grande maggioranza, in mezzi della società industriale capitalistica."

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Cura, una parola politica PDF Stampa E-mail
Martedì 19 Gennaio 2021 09:10

 

  1. di Adriana Perrotta Rabissi

 

E' matura l’esigenza di un effettivo cambiamento del modello neoliberista dominante di produzione e riproduzione in modo che siano poste al centro di ogni interesse e di ogni pratica la qualità e la dignità delle persone, piuttosto che il profitto. E’ in questo panorama che la cura assume nuova valenza semantica, si propone come nuovo modello di convivenza, il momento è favorevole perché è cambiato il clima culturale, sono maturate le coscienze di molti e molte, grazie alle lotte degli ultimi decenni.

 

qui tra sterpaglie e tappi di bottiglie

si affacciano conchiglie

 

Storia  di una parola controversa

quando negli ultimi decenni il termine “cura” è uscito dall’ambito medico-terapeutico per entrare in quello sociale, parlare di cura suscita sentimenti contrastanti di rifiuto o di consenso. Rifiuto quando la si legge come comportamento indotto dalla presunta attitudine delle donne a farsi carico del benessere dei familiari, segno di amore nei loro riguardi, quando cioè richiama una funzione storicamente determinata, ma  naturalizzata come tratto caratteristico dell’essere femminile e come tale considerata immodificabile.

Consenso quando la si considera in chiave politica per  denunciare l’obbligo sociale  delle donne a svolgere una serie di attività e a erogare una quantità di servizi domestici e affettivi non pagati, se svolti in famiglia, sottovalutati e poco remunerati, se svolti nel mercato del lavoro, a vantaggio sia del sistema di produzione-consumo nel quale viviamo, sia della massa di uomini che se ne avvalgono.

La mossa politica –impensabile - operata dal movimento delle donne negli anni Settanta del secolo scorso fu il collegamento del termine cura al termine lavoro, cosa che ha fatto arricciare il naso, e continua ancora oggi, a molti e molte: “mia madre, moglie…. non lavora, è casalinga”, anche però  a studiosi/e del lavoro nei suoi aspetti economici, politici, storici, filosofici, antropologici, sociologici, da un lato, dall’altro a chi ritiene riduttivo ricorrere al concetto di lavoro in riferimento a compiti intesi appunto come dono d’amore verso i propri cari.

Nel 1991 fu pubblicato dal Centro di studi storici sul movimento di Liberazione della donna in Italia, che operò a Milano dal 1979 fino al 1994, Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana (1), uno strumento per l'indicizzazione del patrimonio documentario relativo al femminismo degli anni Settanta, raccolto dal Centro studi.

Fu necessario trovare uno strumento adeguato all’indicizzazione dei libri e dei documenti dell’archivio perché i sistemi di classificazione tradizionali, ritenuti neutri rispetto ai generi, si erano rivelati inutilizzabili per descrivere i contenuti prodotti dalle analisi, dalle pratiche esperite e dalle teorizzazioni femministe. La costruzione del thesaurus fu accompagnata da numerosi incontri, Seminari e Convegni nazionali e internazionali, con documentaliste delle realtà analoghe italiane e europee, tutte alle prese con lo stesso problema di messa a punto di strumenti efficaci e efficienti per la rappresentazione semantica dei documenti dei rispettivi archivi e biblioteche.

In Linguaggiodonna si è adoperato il descrittore Lavoro di cura, collocandolo contemporaneamente nei due microthesauri Lavoro e Riproduzione corredandolo della seguente nota:

Da intendersi in senso lato come lavoro di accudimento a soggetti inabili, anziani e minori sia all’interno che all'esterno della famiglia".

L’espressione “lavoro di cura” entrò poi a far parte del Thesaurus del Nuovo Soggettario della Biblioteca Nazionale di Firenze, che indica come fonte del termine proprio Linguaggiodonna.

Il descrittore sembra riassuma bene quell’esigenza che emergeva dalla nuova coscienza delle donne, quasi mezzo secolo fa, di mettere sotto critica la separazione tra produzione e riproduzione, base della divisione sessuale del lavoro sulla quale si è costruita la nostra civiltà.

Allora sembrò azzardato, ma il concetto fece strada.

Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso conclusosi sotto l'egida della Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, che si è riconosciuta e anche quantificata in termini monetari, la ricchezza prodotta dal lavoro di cura delle donne, e si sono moltiplicati gli inviti alla valorizzazione oltre che nella sfera del privato familiare in quella del pubblico.

E' difficile per molte e molti cogliere la violenza strutturale sottesa all'esaltazione della funzione salvifica delle donne in tutti i campi delle attività umane, esaltazione destinata a compensare seppure immaginariamente, l’ insignificanza reale.

 

Cambiare la parola?

Negli ultimi cinquanta anni il mondo del lavoro è cambiato, grazie allo sviluppo tecnologico -automazione di molte fasi dei processi produttivi, nuove tecnologie della comunicazione, dell’informazione e del trasporto- Il capitalismo neoliberale ha incrementato  la tendenza all’ accumulazione illimitata,  ha ottenuto la possibilità di adeguare la forza lavoro alle necessità dei mercati in tempo reale, e, favorito dall’ideologia e dalle politiche neoliberiste, ha costruito una società dominata dalle leggi economico-finanziarie, alle quali sottomettere le vite e i corpi di uomini e donne, il che gli ha consentito il riassetto dei modi di produzione, riproduzione e consumo a livello planetario.

Così mentre si sono mantenute in aree dell’Occidente, almeno in parte, le fasi meno faticose e dannose dei processi di lavorazione e distribuzione di merci e beni, la globalizzazione ha accentuato lo sfruttamento a danno di popolazioni del resto del mondo, popolazioni gravate da fame, guerre e miserie, da catastrofiche prospettive di degrado ambientale, dal consumo di risorse indispensabili alla vita umana animale e vegetale, di acqua, aria, terra, con conseguenze che si risentono necessariamente anche da noi.

In Occidente si è intensificato il lavoro di natura impiegatizia e manageriale, si è accentuata la competitività tra le imprese per far fronte alla concorrenza crescente in tempi di crisi.

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USA, note sullo stato delle cose PDF Stampa E-mail
Mercoledì 05 Agosto 2020 14:57

di Franco Romanò

C'è chi sostiene che il capitalismo è proprio morto.1 Più modestamente noi ci domandiamo: fino a quando gli Usa saranno in grado di continuare a scaricare i costi della loro egemonia imperiale? Partiamo dalle sommosse seguite all’assassinio di George Floyd per andare indietro nel tempo e anche per confrontare questo movimento con quelli precedenti, ma di questi ultimi vent’anni. La differenza è grande, perché il contesto è radicalmente cambiato e perché è diverso anche il movimento. Il numero di chi ha perso il lavoro e non sa se e quando potrà riaverlo ammonta a una metà degli occupati stabilmente. In secondo luogo, ci sono contemporaneamente la pandemia e un crollo verticale della domanda interna, in terzo luogo è cresciuta la radicalità del movimento mentre Occupy wall street, per esempio, era la coda annacquata delle prime esplosioni No global, nato in un momento in cui l’egemonia liberal era ancora forte, mentre il movimento era in crisi dopo i fatti di Genova. Tanto annacquata da avere in Hilary Clinton addirittura un simbolo femminista: fu facile per i democratici convogliare quel movimento nei comitati elettorali pro Obama e poi mandarlo a casa una volta eletto il presidente. Non sarà per niente facile farlo questa volta e basta osservare gli slogan che si sono visti un po’ dappertutto e alcune interviste. Partiamo da Seattle, guarda caso proprio lì. Una parte della città è stata occupata e dichiarata città libera dalla polizia e autogestita; ma ancora più stupefacente nel servizio andato in onda persino alla tv italiana è che la polizia locale partecipa al movimento perché durante la pandemia ha collaborato con le reti solidali per la consegna di cibo e medicinali; questo però significa che le barriere si erano già incrinate prima dell’assassinio di Floyd!

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Manifesto della nuova rivista Officina Primo Maggio PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Aprile 2020 00:59

Pubblichiamo il Manifesto della redazione della nuova rivista 'Officina Primo Maggio' in occasione dell'uscita del primo numero. Come viene detto nel Sommario: "...una rivista ma anche e soprattutto un luogo di confronto e di dialogo, un’operazione politico-culturale, una “officina” di esperienze concrete di azione sociale e di ricerca militante, nata dal desiderio di ripensare collettivamente che cosa ha lasciato l’esperienza della rivista Primo Maggio, che cessava le sue pubblicazioni nel 1989." La rivista, che avrà anche una versione cartacea, è in rete a questo link https://www.officinaprimomaggio.eu

Manifesto – Officina Primo Maggio 

Tutto era pronto, il primo numero impacchettato, il manifesto rivisto e limato. Stavamo per andare in stampa e ci siamo ritrovati – come tutta Italia, come mezzo mondo – nel bel mezzo dell’emergenza da Covid-19, con tutte le sue conseguenze sanitarie, economiche, sociali e culturali. Per il primo numero sono stati necessari piccoli ritocchi e qualche aggiustamento. Gli obiettivi e i metodi del progetto, invece, ci sono sembrati ancora più necessari.

Il lavoro capitalistico, il lavoro per conto terzi nelle sue molte forme è ancora il rapporto sociale fondamentale, la base delle disuguaglianze. Non si può parlare di società oggi senza tenere in considerazione lo squilibrio tra chi vende la propria forza lavoro e chi la acquista, senza cogliere le mille forme di sfruttamento, autosfruttamento, diseguaglianza negli interstizi della produzione e della riproduzione sociale. Da qui la necessità di superare questo squilibrio ricorrendo alle forme praticabili di conflitto con molteplici tipologie di coalizione.

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che alcune delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti/e che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente, e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale. La domanda a cui tenteremo di volta in volta di rispondere è: come e dove produrre conflitto oggi, in particolare nei rapporti di lavoro e nelle prestazioni di natura tecnico-intellettuale.

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La vita oltre la pandemia PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Aprile 2020 00:11

 

di NONUNADIMENO, Roma


Qualcosa si muove tra le macerie della pandemia. Siamo separate, ma oggi più di prima congiunte dal desiderio di cambiare tutto. Un evento devastante come il Covid-19 richiede risposte potenti e un’ambizione
smisurata. L’epidemia ha messo a nudo che la riproduzione della vita è incompatibile con il progetto neoliberale di estendere la logica del mercato a ogni ambito dell’esistenza. Ripartiamo dai saperi e dalle pratiche
femministe e transfemministe che proprio della riproduzione sociale hanno fatto il terreno di conflitto prioritario. Ripartiamo da un tessuto collettivo e situato, mutevole nelle alleanze trasversali in cui prende sempre
nuovo corpo. Perché se il presente è catastrofico, il futuro non è ancora scritto e le nostre lotte dovranno determinare le forme della convivenza dopo la pandemia.

Per trovare risposte potenti a eventi devastanti torniamo all’«arcano della riproduzione», ossia a quell’insieme di attività che rigenerano la vita umana in una determinata formazione storico-sociale: oltre la
riproduzione delle generazioni, le cure psico-fisiche e sanitarie di tutt*, adult*, bambin* e anzian*, la gestione degli spazi e dei beni domestici, l’educazione e la formazione, l’accesso alla cultura, ai servizi, lo svago,
le relazioni sociali. Sono stati i movimenti femministi a svelare la centralità del lavoro riproduttivo: condizione di esistenza della società tutta, della sua prosecuzione nel tempo.

A partire dagli anni Settanta il movimento Salario al lavoro domestico ha documentato come la stessa transizione al capitalismo, agli albori della modernità, sia stata possibile solo attraverso l’occultamento, la
naturalizzazione e dunque la svalutazione del lavoro di riproduzione. Senza le attività di cura e domestiche che assicuravano la sussistenza dell’operaio, non si sarebbe data forza lavoro. Senza forza lavoro, non
si sarebbero dati né fabbrica né profitto. Eppure, la riproduzione è stata misconosciuta come lavoro, ascritta all’ambito delle risorse naturali disponibili all’appropriazione. Così si è giustificata, e ancora si giustifica,
l’estorsione di un’immane fetta di ricchezza. È questo il filo rosso che lega il lavoro gratuito delle donne all’interno delle case e l’espropriazione delle risorse del pianeta.

E, come sottolineato dalle femministe afro-americane e antirazziste, lavoro domestico e riproduttivo ed espropriazione delle risorse sono sempre stati attraversati dalla linea del colore. Le donne migranti e
razzializzate continuano a farsi carico di estenuanti attività di cura dentro e fuori l’ambito della famiglia; le popolazioni e i territori indigeni sono, ieri come oggi, prese d’assalto dalla violenza predatoria del
capitalismo. Questa, l’eredità della storia schiavista e coloniale.
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Cosma impiegato contabile della multinazionale Nestlè, capitolo secondo. Cosma a Colonia, capitolo terzo. PDF Stampa E-mail
Sabato 21 Marzo 2020 21:50

di Paolo Rabissi

Cosma impiegato della multinazionale Nestlè. Capitolo secondo.

Come accade, Cosma aveva cominciato a sentirsi vivo solo dopo aver ottenuto il diploma di maturità a Milano, dove la famiglia si era trasferita. Non ebbe nessuna esitazione, cercò un lavoro e s’impiegò come contabile alla Locatelli, un’azienda casearia allora di proprietà della multinazionale Nestlè, con sede nella Torre Velasca. Un anno a fare conti, controllare conti, proiettare conti, neanche avesse alle spalle un diploma di perito contabile. Fuunanno di straordinaria euforia ma anche di malessere. Cosma cercava di raccapezzarsi tra la tentazione di integrarsi definitivamente nella società milanese, col suo diploma di prestigio e un mensile di tutto rispetto, e il fatto che la sua testa era costantemente rivolta alla letteratura, all’arte, alla storia, alla filosofia, alla scienza. Cioè a tutto quanto aveva superficialmente conosciuto al liceo ma verso cui provava grande attrazione. Ma il richiamo all’integrazione nella milanesità era irrrinunciabile. Dalla nascita a Trieste fino all’arrivo a Milano aveva vissuto e frequentato scuole in mezza dozzina di città e cittadine con l’ospitalità, non sempre generosa e disinteressata, di parenti o conoscenti. Già approdare alla sicurezza economica significava rompere con l’indigenza famigliare passata e quel nomadismo subìto, significava accomodarsi in una stanzialità a lungo desiderata. Tanto più la strada per quella integrazione sembrava ormai alla sua portata per via di quella assunzione negli uffici contabili della Locatelli, in quel grandioso grattacielo.

Non gli ci volle molto per rilassare la postura ingessata dei primi giorni, sciogliere le gambe sotto la scrivania, adoperare senza timore la macchina da scrivere nonché quell’oggetto infernale e rumoroso che era la macchina calcolatrice.

Lo stanzone aveva dei grandi tavoli dove erano al lavoro mezza dozzina di impiegati anche loro rumorosi e mai fermi, andavano e venivano dal centro meccanografico sotterraneo portando e riportando le schede perforate che contenevano i dati delle operazioni di  vendita. Questo viavai sui rapidissimi ascensori del grattacielo si univa a quello di venditori, imprenditori, impiegati e dirigenti di altre aziende ospitate ai piani alti. Ogni tanto tutto si intasava e in ufficio c’era un alternarsi di argute osservazioni e finti sdegni sull’efficienza di uno dei massimi simboli della modernità milanese.

Un enorme fallo…! aveva commentato Matteo.

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La soggettività nell'epoca dell'alienazione totale PDF Stampa E-mail
Giovedì 06 Febbraio 2020 14:50

di Franco Romanò

The second part of a study about the intersections between patriarchy and capitalism. As for the first, this essay has been deeply discussed by the editing staff.

La seconda parte di una riflessione sugli intrecci fra patriarcato e capitalismo. Come nella prima parte il saggio è stato lungamente discusso dalla redazione

Introduzione

Riprendiamo il discorso iniziato con il saggio L’intreccio patriarcato-capitalismo libero dai marxismi, affrontando il problema della  soggettività nelle condizioni in cui si pone oggi. Soggettività e soggetto, infatti, non sono sinonimi, come non lo erano e non lo sono classe e coscienza di classe. Qualunque soggetto o più soggetti che si muovono sul terreno della lotta sociale, non possono fare della loro condizione e collocazione oggettiva (o supposta tale) nella dinamica dei rapporti sociali di produzione, il solo strumento teorico d’analisi e orientamento delle proprie scelte, dal momento che, essendo il capitalismo un sistema conflittuale e anomico per natura, non può che produrre conflitti; ma un conflitto che sia la semplice forma pavloviana reattiva rispetto a un sistema intrinsecamente conflittuale, non è di per sé una risposta politica. In altre parole, soggetti, soggettività e soggettivazione sono un processo unico in divenire.

Disincanto del mondo e femminilizzazione del lavoro

Paola Rudan, nella parte iniziale di una recensione alla raccolta di scritti di Silvia Federici a cura di Anna Curcio per Ombre corte e intitolato Reincantare il mondo fa un’affermazione che ci sembra un ottimo  punto di partenza: non ci occuperemo invece, per il momento, della riflessione critica di Curcio sull’opera di Federici in generale:

C’è un rapporto tra il weberiano «disincantamento del mondo» e la violenza contro le donne. L’intensificazione di questa violenza può essere considerata la leva di un processo di riorganizzazione del capitalismo su scala globale, la pratica che fa strada al dominio della tecnica e della razionalizzazione del lavoro che il sociologo tedesco riconosceva come cifra del capitalismo e della sua organizzazione politica nello Stato.

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L'ecomarxismo di James O'Connor PDF Stampa E-mail
Venerdì 04 Ottobre 2019 09:55

di Riccardo Bellofiore

Rilanciamo qui in Overleft, dal sito Palermograd, il commento che Riccardo Bellofiore dedica a James O’ Connors studioso marxista ed ecologista, oggi dimenticato, ma che fu assai in auge nei primi anni ’80, quando l’ecologia cominciava a entrare nell’orizzonte del pensiero di sinistra anche a seguito della rotture epistemologiche del ’68. Questioni come la non neutralità della scienza, l’opera in Italia di studiosi e studiose come Laura Conti, Giulio Maccaccaro, Angelo Baracca ed Ercole Ferrario, segnarono quegli anni. Anche O’ Connors fa parte di quel momento particolare e il saggio di Bellofiore, che problematizza la formazione del valore spingendosi a considerare anche il lavoro riproduttivo della cura, si inserisce bene nel nostro ragionare sui marxismi del ‘900: per questo ci sembra utile riproporlo.

Riccardo  Bellofiore è professore ordinario di scienze economiche all'Università degli studi di Bergamo.

Quasi 30 anni fa usciva sulla benemerita (e ormai quasi introvabile) 'rivista internazionale di dibattito teorico' MARX 101 questo testo, adesso recuperato dall'autore (profetico nell'assenza di trionfalismo "sulla conciliabilità tra lotte operaie e lotte in difesa della natura ") che gentilmente ci permette di ripubblicarlo. L'ultimo libro di James O'Connor (L'ecomarxismo. Introduzione ad una teoria, Datanews, Roma 1989, trad. dall'inglese di Giovanna Ricoveri, pp. 56, Lit. 10.000), autore largamente e tempestivamente tradotto in italiano, ha certamente almeno un merito: quello di proporre, controcorrente, una "conciliazione" tra marxismo e ambientalismo, due corpi teorici e due esperienze politiche che molti vedono invece fieramente contrapposti.

L'obiettivo del saggio è, mi pare, conseguentemente duplice. Ai marxisti, che spesso snobbano con sufficienza la "parzialità" della questione della natura o criticano il troppo tiepido anticapitalismo degli ecologisti, O'Connor vuole mostrare che la difesa della natura è parte integrante dell'apparato categoriale marxiano, e non qualcosa che le è estraneo. Ai "verdi", O'Connor vuole mostrare come un ecologismo coerente non possa che investire globalmente i processi economici e politici su scala planetaria, segnati irrimediabilmente dal dominio del capitale.

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