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In difesa di Ismene PDF Stampa E-mail
Lunedì 21 Ottobre 2019 15:45

di Franco Romanò

Premessa

Antigone è tornata d’attualità durante questa estate e inizio d’autunno: prima Karola Rakete e poi anche Greta Thunberg sono state paragonate all’eroina classica in articoli di giornali, sui blog e in riflessioni più o meno estemporanee. Sono i casi più recenti, ma è pur vero che negli ultimi quindici anni sono stati pubblicati saggi ben più importanti che ripercorrono interpretazioni tradizionali della sua figura, insieme ad altri - ancor più interessanti - che ne  offrono di nuove. I paragoni estivi mi sembrano superficiali, ma ciononostante da considerare, perché interpretano senz’altro un sentire comune diffuso, dal momento che sono stati riproposti più volte.

La sorella opaca

L’esaltazione di Antigone non mi ha mai convinto del tutto. Il personaggio è certamente fra i più affascinanti inventati dall’arte di Sofocle ed è, come tutti quelli classici, poliedrico, perché ritorna in scena più volte, in contesti, tragedie e narrazioni diverse. Antigone, in Edipo a Colono, per esempio, è un personaggio assai diverso e altrettanto grande, rispetto a quello più celebrato nella tragedia che porta il suo nome. Probabilmente, gioca a favore del testo sofocleo una maestria compositiva che tocca in Antigone (come in Edipo re) i suoi livelli più eccelsi: Hegel la definì, cito a memoria, la tragedia perfetta; mentre in Edipo a Colono la materia si diluisce di più.

Insieme a lei, nella tragedia eponima, c’è una seconda protagonista femminile – Ismene - la sorella opaca come è stata definita, per contrapporla all’eroina. La mia lettura testuale non tende tanto a smitizzare Antigone, se mai a insinuare qualche dubbio; ma, specialmente, si propone di tornare a riflettere su alcune interpretazioni classiche e su altre più recenti. Molto di più cercherò, in tale contesto, di rivalutare Ismene, almeno in parte, dall’opacità; pur senza pretendere di rovesciare i ruoli. Nel Pantheon dei grandi personaggi delle tragedie greche e dei miti, Ismene rimarrà alla fine una figura minore, ma forse oggi siamo in grado di capire meglio i motivi per cui non poteva uscire da quel ruolo, ma senza farla ricadere in un’indistinta natura femminile, come viene di solito interpretata. C’è tuttavia una difficoltà in più da considerare prima di entrare nel merito delle questioni poste. Le interpretazioni della tragedia e del personaggio non si possono più da tempo distaccare dal testo medesimo. Antigone è come la Divina Commedia e Amleto: sono opere ormai inseparabili dai loro esegeti, dalle note a margine, dai commentari, dai numerosi testi teatrali che portano il suo nome. Questo però rischia anche di essere un limite: tornare al testo originale nudo e proporsi una sorta di sospensione del giudizio è un’operazione che a volte bisogna tornare a fare, senza avere la pretesa di aggirare o ignorare quanto si è sedimentato nei commenti secolari, ma neppure soggiacere a una sorta di ipse dixit involontario; piuttosto, andando di nuovo a cercare nella fonte originaria se per caso qualcosa non sia sfuggito. Penso che tale atteggiamento sia ancor più necessario quando ci si trova davanti a nuove letture. Proprio da quattro recenti interventi, infatti, cominceremo: la lectio magistralis tenuta nel 2015 da Gustavo Zagrebelsky, l’introduzione di Pietro Montani a un seminario che si tenne anni fa presso la Sapienza di Roma, introduzione che Montani ha ampliato e riscritto nel 2017: un saggio di Elena Porciani di cui riporto un breve ma decisivo passaggio.1 Questi tre interventi si possono a mio giudizio anche far dialogare fra di loro e uno dei miei intenti sarà proprio questo; naturalmente la responsabilità nel farlo è tutta mia. Infine, un intervento di Rossana Rossanda.

La comunità.

Cominciamo da Zagrebelsky perché all’inizio della conferenza egli si pone un problema di contesto, domandandosi cioè cosa chiedesse la comunità a Sofocle nel momento in cui gli fu commissionata la tragedia.2 Seguendo il suo ragionamento intorno alle trasformazioni che stavano avvenendo nella società greca del tempo, un passaggio delicato da una società fondata sui clan famigliari, a una diversa forma che sfocerà compiutamente nella città stato, il costituzionalista lo definisce come il passaggio da una legge calda a una legge fredda. La prima, basata sugli usi e le tradizioni rispetto alle quali, specialmente in un ambito famigliare o di clan, non c’è alcuna necessità – per esempio – che regole o leggi siano scritte, è la legge calda, mentre per la seconda e ancor più nella polis, la scrittura diventa necessaria, come pure una certa freddezza e imparzialità della decisione. Creonte si trova a governare questo passaggio difficile. Continuando nel suo ragionamento, Zagreblesky insiste sulla delicatezza del momento, evidente per esempio, nelle continue oscillazioni del coro: schierato all’inizio dalla parte di Creonte, la posizione muta fino a saltare dalla parte opposta. Montani, nel suo saggio, accoglie l’orizzonte proposto da Zagreblesky, ma radicalizzando il discorso del costituzionalista, si chiede se ci sia di mezzo la questione della tecnica, riferendosi al famoso primo stasimo della tragedia in cui parlano i vecchi tebani. Montani giunge così a domandarsi se il dilemma posto da Sofocle s’avvicini al nostro concetto di stato d’eccezione, cioè una situazione che pone tutti di fronte a qualcosa d’imprevisto, oppure talmente al limite della consapevolezza giuridica di una comunità, da non poter essere governato dalla tecnica corrente. Zagrebelsky tira le fila di questo ragionamento che a me pare sostanzialmente simile a quello di Montani, nel finale della sua lectio, distinguendo la legge dal diritto e sostenendo che Antigone non si pone tanto (o non solo) dalla parte della tradizione, degli usi e costumi e delle leggi del sangue, o addirittura degli dei, secondo i più comuni e secolari canoni interpretativi, ma dalla parte del diritto e della fonte di ogni diritto. Zagreblesky conclude dicendo che tale problema sarà risolto migliaia di anni dopo con le costituzioni, che non sono una legge, né tanto meno una legge ordinaria, ma il patto fondante di una comunità, patto che sostituisce l’alternativa fra usi e consuetudini da un lato e legge fredda, cioè quel doppio vincolo da cui sia Creonte sia Antigone non furono in grado di sottrarsi. Anche in questa riflessione di Elena Porciani, ritroviamo un ragionamento sostanzialmente analogo a quello sostenuto da Montani e Zagrebelsky - sebbene esso nasca da considerazioni diverse - su un punto importante e cioè che Antigone non può essere chiusa dentro il recinto delle interpretazioni più canoniche:

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Sfocature PDF Stampa E-mail
Mercoledì 16 Ottobre 2019 15:58

di Adriana Perrotta Rabissi

 

Sfocature

 

Così osserva Franco Romanò nella lettura di questi racconti che appare in coda ai testi: "Ellissi e rapidità della scrittura, periodizzazione secca e stringata - nella quale si sente a volte l'eco di Agotha Kristoff molto amata dall'autrice - repentini cambi di scenario creano intorno a queste concrezioni di senso un vuoto oppure delle sfocature, delle distorsioni. Tali concrezioni, tuttavia, sono a loro volta una mescolanza di elementi presi dalla realtà, dal sogno, dal libero flusso di pensieri."

Distorsioni

Impegnata a sistemare nel bagagliaio dell’auto una scatola tra valigie, sacche e borse, non si accorge dell’uomo fermo dietro di sé, immobile tranne che per il pomo d’Adamo che sale e scende in modo rapido. Si volta con un breve sorriso accompagnato da uno sguardo interrogativo, l’uomo si riscuote e passa oltre, senza parlare, come preso da urgenza. Tra una divagazione della mente e l’altra ripensa a quando ha rischiato di esporsi a sguardi indiscreto quell’azzardo sporadico, oscillante tra spavalderia e ritegno, di girare in minigonna senza slip. Ma forse l’ha immaginato, o l’ha sognato.

Al lavoro non ama distrazioni che non siano l’abbandono al fiume sotterraneo di pensieri-emozioni nel quale immergersi e nuotare, ogni tanto. Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione. Nessun disturbo o interruzione. D’all'esterno, osservando attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto. Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ha ampliato per qualche tempo l’arco di vita.

Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ammirazione che ricerca con meticolosità, l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro

Non sa se preferisce gli uomini o le donne.

Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo un giardino con fiori dal colore acceso; peccato per quel portone di vecchio legno, poggiato sul mare, largo quanto l’orizzonte, che impedisce il passaggio. Sa che dall'altra parte ci sono persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto una, di cui sente la voce, ma non trova un varco. Teme che il mare aperto sia mosso, e indugia al di qua del portone. Al risveglio si rammarica

 

Desideri

La mattina si presenta fredda ma limpida; finalmente un giorno in armonia con l’immagine interiore della stagione, allora è tutto in ordine, la giornata scorrerà tranquilla. Da quando ha smesso di lavorare si alza serena, può indugiare nel ricordo dei sogni appena fatti, le sensazioni sono le stesse di quando era bambina, ma ora non può evitare di interrogarsi non sul significato, ha imparato che un sogno vuol dire qualcosa e il suo contrario, ma sullo stato d’animo che l’ha determinato. Solamente rimpiange la perdita della magia di allora.

Nel parcheggio del Porto Antico c’è posto, l’incontro con Mirko la turba un poco; perché poi vedersi in un luogo così denso di ricordi da mettere a rischio l’autocontrollo, che pena sarebbe essere tradita dall’emozione. Si rimprovera la sua solita resistenza a rifiutare inviti rivolti con gentilezza; l’abbandono alla tenerezza di un momento le impedisce di assecondare il proprio desiderio, come se fossero soltanto i gesti arroganti quelli in grado di suscitarle per reazione l’amor di sé.

“Sono qui da un po’, temevo non venissi più. Camminiamo verso il molo?”

“Allora, che cosa c’è? Perché siamo qui?”

“E’ una banalità dire che sei cambiata poco in trent’anni?”

“Abbastanza, ma mi sta bene lo stesso il complimento”

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L'intreccio patriarcato-capitalismo libero dai marxismi. PDF Stampa E-mail
Mercoledì 27 Marzo 2019 10:50

di Franco Romanò

Questo saggio è stato ampiamente discusso nella redazione ed è solo la prima parte di una riflessione più ampia che seguirà. Una rinnovata critica radicale al sistema capitalistico non può prescindere dai suoi intrecci con il patriarcato: è questo il nodo che i marxismi novecenteschi in tutte le loro declinazioni, non hanno saputo o potuto affrontare. Nel pensiero più vitale e meno determinista di Marx, liberato dalle tradizioni novecentesche, ci sono tuttavia spunti che riteniamo dense di futuro. A partire da questa considerazione e dalla pratica di resistenza dei movimenti contemporanei, il saggio si propone di offrire riflessioni e idee in divenire per una nuova soggettività antagonista.

Este ensayo fue muy discutido en la redacción y es la primera parte de una reflexión más amplia que aún continua. Una crítica renovada y radical al sistema capitalista no puede aislar sus lazos con el patriarcado: este es el nudo que los marxistas del novecientos, en todas sus declinaciones, no han sabido afrontar. En el pensamiento de Marx liberado de las tradiciones del siglo XX, más vital y menos determinista, surgen sin embrago, palabras claves y reflexiones que retenemos llenas de futuro. A partir de esta consideración y de la práctica de resistencia de los movimientos contemporáneos, el ensayo se propone ofrecer esbozos e ideas en devenir para una nueva subjetividad antagonista.


This essay has been largely discussed by the editorial board of Overleft and it is just the first issue of a reflection that will continue.A reiterate and radical criticism to the capitalistic system cannot be regardless to its interaction with patriarchy: this is the node that twentieth century marxisms in all their declinations were not able to face up to or couldn't to. In Marx’s most vital and less deterministic thought, freed from twentieth century traditions, there are nevertheless cues that we consider dense of future. Starting form this point of view  and from the practice of resistance by contemporaries social movements, this essay intends to offer reflections and ideas in progress for a new antagonist subjectivity.

Introduzione

Continuiamo a rileggere Karl Marx. Un po’ per lasciarci alle spalle tutti i ‘marxismi’, un po’ perché nel Marx giovane continuiamo a trovare sorprese sulle quali ci sembra molto opportuno riflettere; ma su Overleft abbiamo anche lo sguardo puntato sul presente, soprattutto su ogni movimento che definisca la propria lotta dentro una critica radicale al capitalismo e al suo intreccio col patriarcato, un presupposto quest’ultimo per noi irrinunciabile che proviene dalle analisi e lotte di buona parte del femminismo. Il sistema patriarcale e capitalistico continua a produrre i propri antagonisti come accadeva nei due secoli precedenti (La storia non è finita con buona pace di Fukuyama e di chi è succube del Tina, There Is No Alternative, l’espressione varata da Margarteh Thatcher). Il capitalismo reale, seguito alla caduta del socialismo reale che nell’immaginario era la causa di tutti mali, ha prodotto decine di guerre nel giro di trent’anni, un impoverimento vertiginoso delle classi salariate e dei ceti medi, lo smantellamento del welfare, l’aumento vertiginoso di costi ambientali che rischiano di diventare irreversibili, riciclato tutti i modelli di oppressione a cominciare da quella di genere, modulandola in modo diverso nei diversi contesti. Tuttavia, sono nate del in questi anni ribellioni e movimenti, a volte più strutturate altre volte più caotiche, che hanno comunque prodotto lotte sociali e forme di resistenza che si collocano all’esterno e spesso contro le formazioni politiche e sindacali del marxismo novecentesco. Queste lotte rappresentano ormai un patrimonio variegato e non episodico di esperienze e di pratiche su cui ragionare. Dalla seconda e terza ondata dei movimenti femministi, a livello mondiale, alle lotte territoriali come quelle italiane dei No Tav oppure in Francia di Notre dames des Landes, o gli Zad, alle esperienze argentine delle fabbriche recuperate e occupate, di cui abbiamo anche qualche esempio in Italia con l’esperienza della Rimaflow, per esempio; ma si può continuare con i movimenti territoriali degli indigeni dell’America latina e più recentemente i Gilet jaunes in Francia, la mobilitazione degli studenti e delle studentesse sulle questioni climatiche e ambientali che hanno indetto una mobilitazione permanente con blocco delle attività scolastiche un giorno alla settimana e a tempo indeterminato e che oggi viene raccolta anche dagli universitari di tutta Europa, infine la riproposizione dello sciopero internazionale indetto dalle reti femministe.

A noi sembra che tutte queste lotte diffuse pongano il problema di una nuova soggettività antagonista. Gli scioperi nel settore strategico della logistica hanno forti caratteristiche di autonomia rispetto ai paradigmi novecenteschi, anche perché spesso i protagonisti sono lavoratori e lavoratrici migranti senza diritti civili e umani e la loro capacità di lottare insieme, pur appartenendo a etnie e culture diverse, dimostra fra l’altro che se si mette al primo posto la condizione materiale di vita è possibile lavorare anche sulle diverse culture senza che prevalgano sentimenti identitari astratti che sono l’altra faccia della medaglia del razzismo dilagante: non bisogna mai dimenticare, infatti, che il razzismo non è altro che un sottoprodotto dell’oppressione reale e che si è razzisti prima di tutto, anche se non esclusivamente, nei confronti dei poveri. Le lotte dei lavoratori della logistica hanno coinvolto varie aziende del settore situate tra Piacenza e Bologna, tra cui anche diverse multinazionali, come Tnt, Dhl, Gls, Ikea, Granarolo, Leroy Merlin. Una forza lavoro per lo più proveniente da vari Paesi del Nord Africa (in particolare, Marocco, Tunisia ed Egitto) su cui era stata applicata fino a quel momento una strategia di divisione etnica da parte aziendale, che si è ribellata, proprio facendo affidamento sulle reti sociali di solidarietà presenti nelle varie comunità migranti.

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Superare i “confini” della scrittura. Corrispondenze femminili e rapporti coniugali in alcuni epistolari contadini della Grande Guerra PDF Stampa E-mail
Lunedì 13 Maggio 2019 12:49

Proponiamo, tratto da  DEP. Deportate, esuli, profughe rivista telematica di studi sulla memoria femminile, numero 38 del novembre 2018, il contributo di Augusta Molinari "Superare i confini della scrittura. Corrispondenze femminili e rapporti coniugali in alcuni epistolari contadini della Grande Guerra". Presentazione di Paolo Rabissi e nota finale di Adriana Perrotta Rabissi

Augusta Molinari, insegna storia contemporanea all’Università di Genova. Si è occupata di storia delle migrazioni storiche italiane, di storia del lavoro, di storia delle donne. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Donne e ruoli femminili nell’Italia della Grande Guerra, Selene, Milano 2008; Les migrations italiennes au début du XXe Siécle. Le voyage transocéanique antre évenèment et récit, L’Harmattan, Paris 2014; Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra, Il Mulino, Bologna 2014. E' tra i fondatori dell’Archivio ligure della scrittura popolare.

Il saggio si propone di cogliere il ruolo che ha avuto la Grande Guerra in Italia nel ridefinire le relazioni di genere e le gerarchie patriarcali nel mondo contadino. La familiarità con la pratica della scrittura acquisita durante la guerra da parte di donne scarsamente alfabetizzate riuscì a superare la staticità dei ruoli sessuali e incrinò il dominio patriarcale.

Presentazione

di Paolo Rabissi

Nulla come la guerra capovolge i ruoli sociali tra uomo e donna, nulla come la guerra svela come falsa la presunta ‘naturalità’ della divisione dei ruoli. Quella che ospitiamo qui è una corrispondenza tra coniugi contadini durante la prima guerra mondiale e occorre subito dire che la corrispondenza femminile solo da poco è stata valutata di interesse come fonte storica (anche grazie all’opera dell’autrice). Questo scambio epistolare ci offre anzitutto l’immagine di donne che in assenza dell’uomo assumono con ‘naturale’ facilità compiti e responsabilità fin lì di pertinenza dell’uomo: amministrazione dei semi, dei raccolti, delle vendite al mercato, ecc. nonché la cura di tutte le relazioni sociali legate a queste attività. Ma paradossalmente oltre ai segni di una ‘mascolinizzazione’ dei modi di fare della donna, troviamo anche quelli di una ‘femminilizzazione’ dell’uomo che, piegato dalla quotidianità della guerra e spesso dal sentimento della prossima fine, apre la sua scrittura a manifestazioni di affetto e di amore la cui mancanza effettiva gli fa rimpiangere il calore del corpo e della sessualità della moglie. Sentimento nel quale anche lei viene coinvolta con una tensione sentimentale e appassionata che trasuda dalle righe di queste lettere. La parziale messa in crisi dei ruoli patriarcali, pronti ad essere recuperati alla fine della guerra, lascerà qualche segno nel futuro. Sia nel caso dell’uomo che della donna lo sforzo di comunicare tra loro con la scrittura li ha costretti a una ricerca febbricitante di espressioni di senso che dessero corpo ai loro sentimenti d’amore verso la propria unione, verso la vita e il proprio destino umano. Per tutte le coppie prese in esame, ma anche per quelle non presenti, un percorso quasi di autocoscienza e di liberazione di pensiero critico che non potrà non lasciare segni nella loro vita futura, se ci sarà stata. Ma non sarà certo il fascismo, fedele interprete delle strutture millenarie del patriarcato e di quelle rapinose del capitalismo, a raccogliere di lì a poco questi aneliti di libertà dai ruoli.

***

La fatica della scrittura

In una lettera del 4 ottobre 1916, Angela Gottero una contadina della Val Pellice, scrive al marito Luigi: “Io ti desidero gia inmezzo a noi per poterti parlare, son stuffia di scriverti che non finisca ancora questa benedetta da guerra di finire tutti di tanto soffrire, noi a casa e peggio voi su quei monti spersi”1. Il marito non riceverà la lettera, perché muore proprio in quei giorni, nell’offensiva lanciata da Cadorna nel Carso2. Angela è “stuffia” di scrivere perché nelle lettere che riceve dal marito c’è un progressivo distacco emotivo dalla famiglia e la rassegnazione a un destino di morte. Pochi giorni prima di morire, Luigi chiede alla moglie di mandargli una fotografia che la ritragga con figlio e cosi conclude la lettera: “Per me sarà l’ultima sodisfazione a vedervi e poi passiensa se mi tocca se mi tocca morire”3.

In questo caso, viene meno fa funzione terapeutica che la corrispondenza “da casa” svolge per i “fanti combattenti”. I traumi dell’esperienza di guerra vissuti da Lugi Gottero, annientano la forza dei legami (affettivi, familiari, esistenziali) che la moglie, attraverso la scrittura, ha cercato di mantenere.Gerolamo Induno, La filatrice (1863; olio su tela, 65,5 x 52,2 cm; Genova, Galleria d’Arte Moderna)

L’epistolografia contadina di guerra è stata studiata, prevalentemente, per approfondire l’esperienza dei combattenti4. Sebbene queste fonti siano tra le poche disponibili per documentare aspetti di storia di genere del mondo contadino, solo raramente sono state utilizzate a partire da questa prospettiva di ricerca5. Per un approccio a queste fonti che ne valorizzi l’importanza per lo studio delle dinamiche di genere attivate dalla guerra nelle campagne italiane, sono stati presi in esame alcuni epistolari coniugali conservati nell’Archivio ligure della scrittura popolare6. Attraverso questa corrispondenza si è cercato, in particolare, di documentare come le nuove responsabilità che assumono le donne nel corso della guerra ridefiniscano i rapporti coniugali e, di conseguenza, le gerarchie patriarcali. Quasi all’improvviso, donne abituate alla sottomissione coniugale al genere maschile, si trovarono a vivere una condizione di “donne sole” che ne ridefiniva i ruoli sia nel privato che nella dimensione pubblica.

Tra gli epistolari contadini di guerra dell’Archivio ligure della scrittura popolare ne sono scelti cinque perché in questi, più che in altri, è stato possibile trovare corrispondenza femminile. Il che non succede spesso. Sebbene l’interesse della storiografia per le “scritture popolari” della Grande Guerra abbia permesso il recupero di materiali di questo tipo e ne abbia favorito la conservazione7, nella maggior parte dei casi gli epistolari contadini sono raccolte di lettere di soldati. Pur dando per scontata la dispersione a cui era soggetta la corrispondenza al “fronte”, occorre osservare che è stato determinate per la conservazione il carattere pubblico che è stato attributo a queste scritture. Sebbene fossero scritture di “illetterati” quelle dei “fanti contadini” appartenevano alla guerra. La corrispondenza delle donne contadine, invece, sono di recente è stata considerata di interesse come fonte storica. Si è ritenuto, a lungo, che donne appena alfabetizzate poco potessero capire e scrivere della guerra. Nell’Archivio ligure della scrittura popolare sono raccolti cento epistolari della Grande Guerra provenienti da tutto il territorio nazionale, 85% di famiglie contadine, per un totale di 15.000 unità di corrispondenza, quelle femminili sono circa lo 0,5% (150)8. Gli epistolari scelti sono di scriventi che hanno in comune l’appartenenza al mondo contadino, pur avendo diverse collocazioni occupazionali (tre sono famiglie di piccoli proprietari di terra, una di braccianti che alternano lavori agricoli ad altre occupazioni, in un caso si tratta di un artigiano meridionale che mantiene però anche mansioni nell’agricoltura). Si tratta di soggetti con un livello minimo di istruzione, appena alfabetizzati.

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Tracce di resistenza e opposizione nel lavoro contemporaneo PDF Stampa E-mail
Lunedì 21 Maggio 2018 15:33

di Paolo Rabissi

Otto saggi di un gruppo di ricercatori/trici che interrogano con il metodo dell'inchiesta sul campo le nuove soggettività del lavoro

Eight essays by a group or researchers who question, by the method of the enquiry, the new subjectivity of labour.

Presentamos ochos ensayos escritos por un grupo de investigadores/doras que se preguntan sobre las nuevas subjetividades del trabajo, el método de investigación utilizado es la técnica de la encuesta.


Figure del lavoro contemporaneo: un’inchiesta sui nuovi regimi della produzione
Introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi
Postfazione di Devi Sacchetto
(Ombre corte, 2018)


Che ne è della classe operaia? Che ne è di quel soggetto economico-politico che negli anni sessanta e settanta sembrava in grado di inceppare indefinitamente i meccanismi di riproduzione del capitale con forme organizzative, quasi interamente autonome da partiti e sindacati, di comando sul lavoro? In altre parole come si configura oggi il lavoro?

Il libro in analisi è una buona occasione per fare il punto. Raccoglie infatti un nutrito numero di esperienze diverse che compongono un quadro utile per orientarsi. A patto ovviamente di dare per scontate certe specificità comuni alle varie situazioni: prima di tutto il processo di frammentazione e dispersione di lavoratori e lavoratrici in luoghi di produzione sparsi sul pianeta e poi la implacabile flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro. A ciò si possono anche legare la dissoluzione della contrattazione collettiva, uno dei momenti di forza nell’epoca fordista sopra rammentata, e il declino dei sindacati con il loro fallimento nel tentativo di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro col fine di salvaguardare gli occupati stabili.

Presupposto di metodo di tutti i saggi del libro sta l’inchiesta sul campo, che è di matrice operaista (dai Quaderni Rossi in avanti fino a Primo Maggio). Essa viene considerata imprescindibile per la comprensione di processi sociali e soprattutto per l’approfondimento dei modi con cui le soggettività interrogate rispondono e resistono alle condizioni più pesanti del lavoro, con forme specifiche di resistenza e rifiuto che scavalcano spesso le forme sindacali tradizionali. E vale la pena sottolineare che nei/lle ricercatori/trici è definitivamente acquisita la convinzione che interrogare a fondo le soggettività, rilevando nella composizione della manodopera differenze e attributi sociali quali genere, origine etnica, nazionalità, cultura e stili di vita, nonché, come vedremo oltre, l’analisi simultanea della sfera della produzione e quella della riproduzione, permette di uscire da schemi interpretativi resi obsoleti dalle trasformazioni del lavoro avvenute negli ultimi decenni, permette di cogliere aspetti nascosti.

Questo tipo d’inchiesta dunque aiuta a mettere in evidenza le forme di resistenza e opposizione ai sistemi di controllo e subordinazione che non si manifestano in maniera esplicita e organizzata: il che permette di superare le visioni eccessivamente demoralizzanti sull’insufficienza di risposte organizzate da parte dei lavoratori/trici e di scivolare in letture, altrimenti eccessivamente miserabiliste, sulla precarietà del lavoro in generale o sulla condizione dei migranti. Ma permette anche di rendersi conto che il capitalismo stesso si muove dentro processi di integrazione di quelle differenze nella composizione del lavoro, il che significa dover ammettere che il capitale non si muove esclusivamente dentro la logica del basso costo del lavoro ma anche fra elementi extra-economici mobilitati in processi di estrazione di valore e in sistemi di disciplinamento del lavoro.

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La vita nuova di 'Overleft' PDF Stampa E-mail
Domenica 21 Gennaio 2018 11:57

Overleft, per una critica del sentire comune

Siamo di nuovo a una svolta di Overleft. Tre anni fa decidemmo di concentrare l’attenzione sul campo che ai nostri occhi era apparso nell’insieme della rivista più originale: quello dei nessi tra patriarcato-cura-relazioni-uomo-donna e capitalismo nelle sue forme attuali. L’abbiamo fatto tentando anche qualche contributo teorico e cercando di  rimanere agganciati non solo al dibattito ma anche ai movimenti, confortati dal fatto che l’impegno critico su questo campo si sta allargando.

Oggi però ci troviamo in una difficoltà che non è solo nostra ma di tutti i movimenti che si muovono nell’ottica del superamento delle logiche e illogiche del capitalismo e del patriarcato: da un lato c’è una imponente mole di riflessioni che da più parti del mondo viene proposta, dall’altro il che fare, al quale prova a dare risposta, ne è testimone la rete, la congerie di forme di resistenza e opposizione sia nel mondo della produzione (pensiamo in particolare alla logistica) che nel campo della riproduzione (nel quale le iniziative femministe hanno avuto un culmine significativo l’8 marzo del 2016 per approdare a nuove riflessioni e manifestazioni dello scorso autunno ‘17 ).

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La violenza strutturale della società capitalistico-patriarcale PDF Stampa E-mail
Sabato 17 Novembre 2018 14:03

di Adriana Perrotta Rabissi

La violenza strutturale della società è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza degli uomini sulle donne

Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso conclusosi sotto l'egida della Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, che si moltiplicano gli inviti alla valorizzazione delle donne oltre che nella sfera del privato familiare anche in quella del pubblico, nel mondo del lavoro e nei settori  della finanza e del management, come risorsa per riequilibrare il progressivo sconvolgimento del sistema neocapitalistico, mettendo a frutto le qualità naturali che oggi definiremmo attitudine alla cura di persone e cose, alla collaborazione e alla mediazione piuttosto che alla lotta, all'empatia verso colleghe e colleghi, al conforto di chi soffre, oltre a una buona dose di senso pratico nel risolvere problemi.

Arriva in soccorso di queste considerazioni la trappola della compassione, la felice definizione che una sociologa statunitense ha dato della funzione patriarcale attribuita alle donne nella divisione sessuale del lavoro, vale a dire il compito di porsi in mezzo agli uomini per moderarne la naturale barbarie, ingentilire i costumi, riparare ambienti, cose e persone ferite fisicamente e psichicamente, mediare nei conflitti nel privato familiare e/o nel pubblico/sociale, grazie alle doti naturali femminili.

Il che serve a mantenere la pace di genere tra uomini e donne all'insegna della complementarità.
D'altra parte millenni di esercizio di competenze e capacità plasmano la psiche umana, trasformando in seconda natura caratteristiche storicamente determinate, per le donne come per gli uomini.
La trappola offre alle donne uno strumento di riconoscimento di insostituibilità nelle reti sociali e familiari, alimentando  in loro il massimo di potenza immaginaria che nasconde il  massimo di insignificanza reale.
Per questo molte donne non intendono rinunciare ai vantaggi che l'immagine salvifica e consolatrice dei mali procura loro nelle vite singole e concrete, dimensione nella quale trovano conforto individuale.
Il sistema capitalistico oggi dominante, nella sua opera incessante di assorbimento e rielaborazione di costumi, tradizioni e culture finalizzata all'incremento del profitto, esalta e/o smorza di volta in volta tratti propri di questa immagine  a seconda dei momenti e dei luoghi nei quali agisce.
In caso di guerra sono spazzati via  ogni riguardo e/o ossequio formale verso il  ruolo salvifico delle donne, esse da un lato sono chiamate a curare persone e ambienti distrutti, e a sopperire nel lavoro alla mancanza temporanea degli uomini, dall'alto sono aggredite come proprietà dei nemici,
E' difficile per molte e molti cogliere la violenza strutturale sottesa all' esaltazione della funzione salvifica delle donne, smascherata puntualmente dalle guerre collettive e individuali condotte dagli uomini, prima di tutto contro le donne che non si omologano alle aspettative di  genere  e poi contro gli altri uomini.
La violenza strutturale della società è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza degli uomini sulle donne, in parte largamente accettati socialmente come normali, e, nei casi di maggiore gravità,  attribuiti a responsabilità del singolo.
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La prima infanzia di Cosma tra memoria e storia PDF Stampa E-mail
Sabato 27 Gennaio 2018 16:52

di Paolo Rabissi

Un recupero di memorie e un tuffo dentro la complessa realtà storica di Trieste tra '40 e '45 in un racconto che mette  a nudo la violenza del 'fascismo di frontiera'

Cosma ha pochi ma vivissimi ricordi dei primi anni di vita a Trieste, se li è portati con sé, sottraendoli più o meno consapevolmente all’oblio. Risalgono tutti a un periodo compreso tra la fine del ’43 e i mesi successivi al 25 aprile 1945 che non è per Trieste la vera data della Liberazione essendosi i nazisti dell’ Adriatisches Küstenland, il Litorale Adriatico, arresi alle truppe alleate solo il 2 maggio, come a Berlino.

Nato nel settembre del 1940, tre mesi dopo l’inizio dell’entrata in guerra dell’Italia accanto alla Germania, forse già dal luglio ’43 ma sicuramente dal ’44 in avanti, Cosma ha abitato con madre e padre in un appartamento di un caseggiato piccolo borghese. I due si erano sposati nel luglio del ’43, quasi tre anni dopo la nascita di Cosma e qualche settimana prima della destituzione di Mussolini e la nominadel maresciallo Badoglio a capo del nuovo governo. L’evento del matrimonio era stato sin dall’inizio condiviso ma su quanto avvenuto prima e fino a tutto il 1945, Cosma, direttamente dai suoi, finì col sapere poco o niente, omissioni e reticenze erano poi diventate tanto più numerose col passare degli anni. Col tempo alcune certezze avevano trovato però conferme definitive. Diventato adulto e morti i suoi a Cosma non era rimasto che raccogliere qualche notizia tornando a Trieste a interrogare qualche parente. Fu in fondo l’occasione per conoscere meglio le sorti della sua città natale in quegli anni. Parenti più o meno lontani a parte, gli furono d’aiuto i libri di storia interrogati che gli hanno restituito della sua città un’immagine dolorosa e di grande complessità dovuta alla sua storia di città di frontiera tra italiani, austriaci e le popolazioni slave. Ma in particolare ha finito con l’aggiornarsi sul volto violento e razzista del fascismo che sin dalla sua nascita aveva trovato nella città un’accoglienza convinta e diffusa. L’adesione dei suoi genitori, appassionata o rituale che fosse, rimase argomento di qualche conversazione con Cosma solo finché lui non cominciò a fare domande che li metteva in imbarazzo e che manifestavano uno spirito troppo critico.

Ingravidata la madre di Cosma, il padre si era dato alla fuga ed era stato riacciuffato a Roma in una caserma da due dei suoi futuri cognati. Ne era seguito il matrimonio riparatore. Di suo, la madre aveva messo maledizioni verso l’uomo e lacrime disperate verso quella gravidanza indesiderata, mal sopportata, impossibilitata a liberarsene come avrebbe voluto.

 

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Il cinema italiano degli anni cinquanta: nuovi spunti da un vecchio dibattito PDF Stampa E-mail
Lunedì 22 Gennaio 2018 09:21

di Adriano Voltolin

Cinema e realismo



In un dibattito ormai di molti anni fa, era il 1977, Nanni Moretti, allora ventiquattrenne, accusava Mario Monicelli di fare film per il pubblico, per la cassetta e di non tenere conto invece della necessità di esplorare nuovi confini lasciandosi alle spalle il filone della commedia all’italiana. Monicelli replicava che anche Moretti, senza riconoscerlo, si rifaceva alla commedia all’italiana, genere che faceva parte di un grande filone cinematografico del dopoguerra iniziato con il neorealismo, dopo la Liberazione fino all’inizio del nuovo decennio e poi proseguito, nella prima metà degli anni cinquanta, con una serie di film nei quali erano ben individuabili elementi specifici del neorealismo, quali le storie ambientate nel mondo delle classi popolari e la scelta, per molti personaggi, di attori non professionisti. Come dirà Monicelli, la caratteristica che rende la commedia all’italiana un genere particolare, è il fatto di trattare in maniera umoristica e comica argomenti che, in quanto parlano della dura condizione di vita delle classi popolari sono di per sé tragici. Il genere riprende allora elementi sostanziali del neorealismo, ma li presenta in un modo più attento al paradosso e all’ironia popolare.

Moretti curiosamente, con l’immodestia che gli è peculiare, argomentava contro Monicelli ed i suoi film, con argomenti che pensava probabilmente nuovi e moderni, ma che purtroppo non erano affatto tali. La critica in effetti degli intellettuali che si occupavano di cinema negli anni cinquanta e che si poneva in linea con quella che era la critica militante del tempo, accusava il cinema dei primi anni cinquanta di aver abbandonato i temi forti del neorealismo a favore della popolarità e degli incassi. L’idea della critica militante, penso qui a Guido Aristarco e alla rivista Cinema nuovo, era quella per la quale il cinema progressista doveva trattare di temi che percorrevano la società contemporanea favorendo – era in fondo un’idea pedagogica dell’arte cinematografica – una riflessione che cogliesse le questioni più incandescenti del tempo; da qui l’ammirazione di Aristarco per Visconti e per Antognoni, ammirazione assolutamente condivisibile per la capacità dei due registi di porre la loro attenzione sia su temi che cominciavano ad apparire importanti all’affacciarsi degli anni sessanta del novecento, sia sulla capacità, di Visconti, di rileggere in modo critico alcuni snodi della storia italiana ed europea otto e nocentesca. La critica militante aveva un’idea del progresso storico e del proletariato monocorde e, insieme, ingenua e trionfalistica: l’arte cinematografica doveva rispecchiare quest’idea e questo processo: come faceva notare un tempo a chi scrive Mario Spinella, l’idea del proletariato e del suo riscatto che aveva il PCI negli anni successivi alla lotta di Liberazione, non era troppo dissimile da quella che ne aveva il realismo socialista e che può ben essere rappresentata dal celebre quadro di Pelizza da Volpedo. Aristarco fu in effetti un ammiratore del cinema di Giuseppe De Santis, regista che ci diede due mirabili lavori neorealisti, come Riso amaro nel 1947 e Roma ore undici nel 1952, senza peraltro mai raggiungere la capacità trasfigurativa e simbolica di Rossellini o De Sica, ma che fu anche l’autore di Italiani brava gente un film del 1965 sulla campagna di Russia delle truppe italiane; questa pellicola mantiene, nella tradizione neorealistica, l’ambientazione tra i popolani che costituivano il grosso delle truppe italiane di fanteria, ma ci propone una visione dell’Unione Sovietica e del socialismo reale che forse avrebbe imbarazzato un po’ anche Stalin.

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L'ecomarxismo di James O'Connor PDF Stampa E-mail
Venerdì 04 Ottobre 2019 09:55

di Riccardo Bellofiore

Rilanciamo qui in Overleft, dal sito Palermograd, il commento che Riccardo Bellofiore dedica a James O’ Connors studioso marxista ed ecologista, oggi dimenticato, ma che fu assai in auge nei primi anni ’80, quando l’ecologia cominciava a entrare nell’orizzonte del pensiero di sinistra anche a seguito della rotture epistemologiche del ’68. Questioni come la non neutralità della scienza, l’opera in Italia di studiosi e studiose come Laura Conti, Giulio Maccaccaro, Angelo Baracca ed Ercole Ferrario, segnarono quegli anni. Anche O’ Connors fa parte di quel momento particolare e il saggio di Bellofiore, che problematizza la formazione del valore spingendosi a considerare anche il lavoro riproduttivo della cura, si inserisce bene nel nostro ragionare sui marxismi del ‘900: per questo ci sembra utile riproporlo.

Riccardo  Bellofiore è professore ordinario di scienze economiche all'Università degli studi di Bergamo.

Quasi 30 anni fa usciva sulla benemerita (e ormai quasi introvabile) 'rivista internazionale di dibattito teorico' MARX 101 questo testo, adesso recuperato dall'autore (profetico nell'assenza di trionfalismo "sulla conciliabilità tra lotte operaie e lotte in difesa della natura ") che gentilmente ci permette di ripubblicarlo. L'ultimo libro di James O'Connor (L'ecomarxismo. Introduzione ad una teoria, Datanews, Roma 1989, trad. dall'inglese di Giovanna Ricoveri, pp. 56, Lit. 10.000), autore largamente e tempestivamente tradotto in italiano, ha certamente almeno un merito: quello di proporre, controcorrente, una "conciliazione" tra marxismo e ambientalismo, due corpi teorici e due esperienze politiche che molti vedono invece fieramente contrapposti.

L'obiettivo del saggio è, mi pare, conseguentemente duplice. Ai marxisti, che spesso snobbano con sufficienza la "parzialità" della questione della natura o criticano il troppo tiepido anticapitalismo degli ecologisti, O'Connor vuole mostrare che la difesa della natura è parte integrante dell'apparato categoriale marxiano, e non qualcosa che le è estraneo. Ai "verdi", O'Connor vuole mostrare come un ecologismo coerente non possa che investire globalmente i processi economici e politici su scala planetaria, segnati irrimediabilmente dal dominio del capitale.

La tesi centrale è, molto in breve, che l'ecologismo (ma anche i "nuovi movimenti sociali", e perciò anche il femminismo) puntano l'attenzione su questioni che sono qualcosa di più, e non di meno, della lotta di classe.

Il tentativo di O'Connor si svolge in quattro mosse.

La prima mossa è costituita da un ritorno alle rigorose definizioni di base del Capitale , che tengono esplicitamente conto delle "condizioni di produzione" tanto "esterne" (natura in senso stretto) quanto "personali" (la forza-lavoro come elemento materiale e naturale essa stessa).

La seconda mossa consiste in una traduzione della teoria della crisi economica del marxismo - si tratta qui in particolare della crisi da realizzo - in una teoria della crisi ecologica: la distruzione della natura dà luogo ad un aumento dei costi di riproduzione delle condizioni di produzione, quindi ad un uso improduttivo del capitale, che è costretto ad utilizzare una parte crescente del plusvalore per sanare le ferite che esso stesso procura all'ambiente invece di farne capitale addizionale.

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Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero di ricerca PDF Stampa E-mail
Giovedì 23 Maggio 2019 13:16

di Piero Bevilacqua


Riproduciamo, con le note redazionali di Adriana Perrotta Rabissi e Franco Romanò, gli ultimi due capitoli del saggio di Piero Bevilacqua 'Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero i ricerca'. L'intero saggio compare su 'Altronovecento, ambiente, tecnica, società. Rivista on line promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti'. Dei due capitoli iniziali – Il tempo della fabbrica e Un secolare apprendistato sociale – riportiamo l’ultimo capoverso del secondo che ci sembra riassumere efficacemente la lunga digressione storica.


Piero Bevilacqua, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma ‘La Sapienza’, nel 1986 ha fondato con altri studiosi l’Istituo meridionale di storia e scienze sociali (Imes), di cui è presidente. Tra le tante pubblicazioni si ricordano: Breve storia dell’Italia meridionale (Donzelli, 1993, 2005), Miseria dello sviluppo (Laterza,2008), Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo (Laterza, 2011). E’ uno degli studiosi chiamati a partecipare al Manifesto Food for Health (Cibo per la salute) promosso da Vandana Shiva.


Il saggio di Bevilacqua ricostruisce il lungo processo storico che ha piegato gli individui e la natura stessa alla logica della produzione capitalistica. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ha introdotto una drammatica asimmetria fra il tempo della natura e quello del consumo di cui solo recentemente si stanno tutte le implicazioni, così come la percezione del lavoro occulto necessario alla riproduzione sociale, in larga parte delegato alle donne.

The essay written outlines the long historical process which has folded human beings an nature to the logic on capitalistic production.The intensive exploitation of natural resources has created a dramatic asimmetry between time of nature and time of consumption, which only recently we are perceiving all implicaitons on: the same happens for what concerns for the occulto work necessary to social reproduction, mainly delegated to women.

...

"Dunque, il sistema industriale di fabbrica organizzato dal capitalismo per produrre merci su una scala incomparabilmente più vasta rispetto al passato ha inaugurato un mutamento epocale: un’appropriazione totalitaria del tempo di vita degli uomini ( e, come vedremo, una dimensione e velocità di sfruttamento della natura destinata a crescere indefinitamente.) Finora gli storici hanno sottolineato, di questo grande mutamento, soprattutto le conquiste della tecnologia, la crescita senza precedenti della produzione della ricchezza, lo sfruttamento dei lavoratori. Assai meno l’inizio una nuova storia della vita biologica e psichica degli esseri umani: quello della perdita del controllo personale del tempo della propria vita e il loro assoggettamento a una potenza astratta e totalitaria che li avrebbe rinchiusi entro ferree delimitazioni e ritmi imposti. Gli uomini sottomessi al tempo della società industriale diventavano gli utensili di una nuova epoca di asservimento. E oggi suona paradossale rammentare che, nell’epoca in cui Immanuel Kant indicava come supremo principio etico del nascente illuminismo quello di considerare « l’uomo sempre come fine e mai come mezzo», gli uomini in carne ed ossa stavano per essere trasformati, nella loro grande maggioranza, in mezzi della società industriale capitalistica."


I tempi di lavoro della natura.

L’epoca che vede nascere la teoria del valore-lavoro, e quindi l’oscuramento del ruolo delle risorse fisiche nel processo di produzione della ricchezza, è la stesso che assiste al più gigantesco sfruttamento di quello che potremmo chiamare a buon diritto il tempo di lavoro della natura. Lo sfruttamento su larga scala del carbone a scopi di produzione di energia, nel corso del XVIII secolo, dapprima in Gran Bretagna e poi in Belgio e Germania, segna infatti una svolta senza precedenti nella storia della violenza antropica sulla natura. Com’è noto, la vicenda dell’uso del carbone in Inghilterra è molto antica. Negli ultimi anni gli storici dell’ambiente si sono insistentemente occupati dell’inquinamento di Londra provocato, già nel Medioevo, dall’uso domestico del carbon fossile proveniente da Newcastle ( P. Brimblecombe,The Big Smoke. A history of air pollution in London since medieval times,Cambridge 1987) Ma, certo, nel XIX secolo questo sfruttamento assume una nuova dimensione. E questo è stato ricordato da tanti storici. Ciò che vorremo ora sottolineare è un aspetto meno considerato, anche se esso non è sfuggito ad alcuni studiosi. La potenza energetica del carbon fossile e la sua stessa esistenza era interamente fondata sul millenario tempo di lavoro della natura. Erano stati i tempi geologici di trasformazione della sterminata flora diffusa nell’era paleozoica a fornire ai gruppi dominanti dell’epoca un immensa fonte di energia, resa immediatamente disponibile dalla loro capacità tecnica di utilizzo. Artigiani, fornaciai, imprenditori siderurgici e meccanici, fabbricanti chimici ora potevano fare a meno del consumo degli alberi - soggetti a un lento tempo biologico di crescita e di formazione - e ricorrere a una fonte la cui immediata disponibilità e potenza era resa possibile dai milioni di anni di evoluzione della Terra. Essa, formata in epoche remote dal lavoro del sole (J.Martinez-Alier, Ecological economics. Energy, environment and Society, Oxford 1987, trad.it. Milano, 1991, p. 163) non era più soggetta ai cicli di rigenerazione della natura. Il tempo del pianeta veniva ora messo a servizio di pochi e potenti gruppi per scopi produttivi. E, com’è noto, il consumo quotidiano annuo di tale energia - oggi soprattutto del petrolio - corrisponde al consumo irreversibile di materia fossile elaborata dalla terra in centinaia di migliaia di anni. ( P. Sieferle, Perspectiven einer historischen Umweltforschung, in P. Sieferle ( ed. ) Fortschritte der Naturzerstörung, Frankfurt 1988, p.323 )

La rapidità del consumo industriale di energia non rigenerabile inaugura dunque una asimmetria temporale drammatica tra evoluzione geologica e tempo della storia umana. Quel breve segmento che è il tempo storico delle società divora con sconvolgente velocità e voracità il tempo geologico della Terra. Come ha osservato Wolfang Sachs, « the timescale of modernity collides with the timescales that governe life and earth…. Industrial time is squarely at odds with geological time ». ( Planet dialectics. Exploration in environment and development, London 1999, p. 189)

 

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La sinistra, la Cina, la globalizzazione PDF Stampa E-mail
Mercoledì 08 Maggio 2019 13:04

Riproponiamo dal numero dell’autunno 2018 di Critica marxista il saggio di Romeo Orlandi ‘La sinistra, la Cina, la globalizzazione’, con due note redazionali.

Economista e sinologo, Romeo Orlandi è Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean. Insegna Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari. Ha diretto il think tank Osservatorio Asia. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Collabora a quotidiani e riviste specializzate. È autore di numerose pubblicazioni su Cina, India, Vietnam, Indonesia, Singapore e Asean. Per l’editore Derive Approdi ha pubblicato il romanzo “Il Sorriso dei Khmer Rouge”.

Lo scontro USA Cina dentro questa globalizzazione si fa sempre più complesso e rischioso. L’ottimismo ideologico del libero mercato si era spinto irragionevolmente, coinvolgendo anche tutte le sinistre compresa la nostra, a pensare che la globalizzazione sarebbe stata di segno occidentale e che la bandiera della democrazia sarebbe sventolata a Pechino e a Shanghai. E’ successo invece il contrario, la Cina è tutto fuorché democratica ma produce sempre di più e meglio mentre l’Italia punta ancora sul fascino antiquato del made in Italy piuttosto che sull’innovazione.

I fatti mostrano la loro proverbiale ostinazione anche quando registrano gli spostamenti dei container. Sette dei primi otto porti al mondo per tonnellaggio movimentato sono in Cina; Singapore (4°) costituisce l’eccezione. Il porto europeo più trafficato è Rotterdam, confuso al nono posto tra altre posizioni asiatiche e qualche intromissione australiana e statunitense. Alcuni decenni fa la lista era molto diversa, con un predominio delle due sponde dell’Atlantico. Spuntava ancora Genova. La classifica attuale è la fotografia più nitida della trasformazione della Cina in Fabbrica del Mondo. Si potrebbe obiettare che le merci movimentate siano destinate anche al mercato locale, così da ridurre l’impatto internazionale, come se i consumi interni assorbissero questa eclatante supremazia. In realtà, la grande maggioranza delle merci cinesi si dirige verso lidi stranieri. La Repubblica popolare è infatti dal 2009 il più grande esportatore al mondo, dopo avere insidiato e poi superato agevolmente il primato della Germania e degli Stati Uniti.

La sequenza logica che se ne ricava rasenta la banalità espositiva: i porti movimentano i container, che trasportano le merci, prodotte dalle fabbriche, generate dagli investimenti, stimolati dalle opportunità. Sembra di assistere alla famosa cantilena Alla fiera dell’Est. Infatti, la Cina è la destinazione preferita per gli investimenti produttivi provenienti dall’estero. Offre una calamita potente, un cocktail imbattibile di stabilità politica, costo contenuto dei fattori di produzione, eccellente rete infrastrutturale, promessa di un immenso mercato interno. Nessun paese è in principio così attraente come la Cina per le multinazionali. Questi due soggetti hanno dato vita al più bizzarro matrimonio di interessi della storia economica moderna. Spinti da fini diversi, ma complementari e convergenti, hanno registrato successi innegabili. La Cina, nella linearità di un’impresa titanica, ha trovato la scorciatoia per l’industrializzazione. Ha consegnato alla storia l’egualitarismo del modello maoista e ha adottato le dinamiche capitaliste. Gli aumenti del Pil, come mai nessun paese al mondo, testimoniano il successo di un’impresa epocale. Le grandi aziende – pur non sempre – hanno trovato gloria per le loro ambizioni: nuovi mercati e profitti crescenti. I numeri delle Nazioni Unite sono inequivocabili: nel 1990 la Cina contribuiva con il 3% alla produzione industriale mondiale; nel 2013 l’analogo valore risultava del 22%.

Le magnifiche sorti e progressive. Con la Cina?


I governi occidentali, anche quelli di centro sinistra o dell’Ulivo mondiale, hanno sostanzialmente assecondato questo passaggio. Non si sono cimentati a modulare una tendenza che sembrava vittoriosa ovunque: dalla sconfitta del Muro di Berlino al liberismo trionfante, dal destino di benessere per tutti alla improbabile fine della storia. Dominava la convinzione che togliere gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori di produzione avrebbe assicurato prosperità e democrazia ovunque. Negli stessi anni la produzione industriale in Europa scendeva dal 39 al 27% del totale. Nessun allarme suonava, il percorso era marcato: i settori maturi delocalizzati nei paesi emergenti, gli addetti dell’industria convertiti in tecnici informatici, assicuratori, progettisti, artisti. Brainware, not labour intensive. Il cervello avrebbe prevalso sulle braccia, la creatività sconfitto il sudore. Il destino di abbigliamento e calzature era segnato, nei casi più fortunati diretto nei capannoni in Asia. Ingentilito da comparti merceologici più sofisticati, il rapporto capitale lavoro non avrebbe sofferto di antagonismo.

Quando il campanello ci ha destato nel 2007, il sonno aveva generato l’ingovernabile. E' saltata la prima e più forte convinzione, il ruolo autoregolatore del mercato. Le contraddizioni e i lutti della crisi sono ancora evidenti. Eppure, con facilità si era rinunciato alla politica industriale, riducendo l’intervento dello Stato nell’economia e adottando le privatizzazioni nella convinzione – fideistica prima ancora che ragionata – di una loro maggiore efficienza. L’Italia ha subito una fortissima, quasi invincibile concorrenza dalla Cina e dai paesi asiatici. Ne hanno pagato le conseguenze i settori maturi che basavano le loro vendite su fattori di prezzo. Tra le grandi nazioni, l’Italia ha sofferto maggiormente l’emersione di nuovi soggetti perché la sua struttura produttiva – con piccole e medie aziende, conduzione familiare e inclinazione verso i beni di consumo – era il primo bersaglio delle merci cinesi, troppo a lungo identificate nel solito mantra: ridotta qualità, scarso valore aggiunto, basso costo unitario. Roba cinese, insomma, che tuttavia colpiva la nostra industria e peggiorava la bilancia commerciale con Pechino.

La speranza dell’ingresso della Cina nel Wto, nel dicembre 2001, era di assimilarla velocemente alle regole internazionali. In realtà, la riduzione delle misure tariffarie ha favorito le multinazionali e le esportazioni di Pechino. Fragile si è rivelata la difesa dell’industria nazionale, perché se ne è sopravvalutata la qualità strutturale. Il made in Italy sembrava inattaccabile, prestigioso e inimitabile. E' risultato invece ammantato di retorica, sparsa copiosamente come se lo scheletro industriale del paese fosse composto da raffinati beni di consumo ai quali anelavano le sterminate masse di cittadini asiatici. Anche la meccanica strumentale – il vero cuore produttivo del paese – sembrava annegare di fronte alle immagini patinate che connotavano l’Italia. La litania era costante, come in un disco rotto: venderemo al più grande mercato del mondo, 400 milioni di nuovi ricchi, se ogni cinese indossasse una cravatta italiana.

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Cinema delle rovine PDF Stampa E-mail
Domenica 20 Maggio 2018 07:57

di Adriana Perrotta Rabissi

Comunicare nel modo più ampio possibile con il linguaggio cinematografico la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e dallo sfavillio dei consumi noi, prostrati dalla paura e dalla miseria gli altri, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

To communicate, in the widest possible way, the moral drift that all of us are involved with, using movie language. In the western side of the world we are dazzled by the sparkling of consumption, while others are worn out by fear and poverty. The movies considered in this essay reveal the historical roots of the unhappiness of   billions of people trying to cause better awareness of phenomena that normally one prefers to ignore. Last but not least the movies are opened to new opportunities of resistance and struggle.

Intentamos comunicar, de manera lo más amplia posible, la deriva a la cual están llegando estas nuevas subjetividades, para ello se ha utilizado el lenguaje cinematográfico. En el mundo occidental muchos están deslumbrados/as por los fulgores del consumismo, mientras otros están postrados de miedo y pobreza. Las películas consideradas en este ensayo tratan de descubrir las raíces históricas de la infelicidad de muchas personas en todo el mundo y, favorecer una toma de consciencia de los fenómenos que se pretende ignorar y, abrir así, a posibilidades y perspectivas inéditas de resistencia y lucha.


Conversazione tra una madre in Italia e il figlio professore in una università degli USA, si parla di Loveless, un film, appena visto da entrambi perché la programmazione è stata contemporanea nelle due città di residenza, tristissimo, ma efficace sul tema dell’alienazione dal consumismo, dell’egoismo sociale e dell’apatia etica di molte/i abitanti della Russia attuale.
Il professore commenta il film e dice: sto proprio scrivendo tutto un capitolo del mio libro sull’ideologia dominante dell’ordine capitalista.
La madre: intendi il pensiero unico, l'ordoliberismo, la sussunzione della vita nei processi produttivi, lo sfruttamento delle fasce più povere delle popolazioni?
Il professore: esatto!
La madre: attento, poi finisce che ti espelleranno dagli USA.
Il professore: ma va! In Accademia sono le cose più trendy da dire.

Non so se questo squarcio di colloquio mi ha fatto più ridere o piangere.
Che in un'Accademia, luogo per eccellenza di studio e conoscenza, collocata nel centro di potere del sistema economico sociale ingiusto e rapace, responsabile della deprivazione di dignità e risorse materiali e simboliche di intere popolazioni e/o fasce sociali, ci si interessi dei danni provocati dal sistema su milioni di persone, e magari si tenti di porvi rimedio, potrebbe indurre al riso, quasi uno sberleffo.
Poi ci si rende conto che in realtà il lavoro accademico non sembra modificare di molto la situazione, e questo, oltre a evidenziare la distanza tra ceto intellettuale e la realtà delle condizioni di vita, getta un’ombra sulle possibilità di demolire questo sistema una volta per tutte.
Mentre comunicare nel modo più ampio possibile anche con il linguaggio del cinema la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e noi dallo sfavillio dei consumi, prostrati gli altri/e dalla paura e dalla miseria, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare  apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

Nei sei film, usciti nelle sale italiane quasi contemporaneamente, che io visto nell’arco di un mese, ho rintracciato questo tipo di consapevolezze e di intenzione, inoltre oggi un film raggiunge un pubblico più ampio di un libro o di una rivista accademica.
In ogni film il tema fondamentale è la rovina, frutto di processi del recente passato, sono rappresentate le storie di persone comuni, colte nella quotidianità, le situazioni proposte mostrano le macerie umane, affettive, psicologiche, economiche e sociali provocate dalla sete di potere, dalle inefficienze personali e collettive degli appartenenti alle istituzioni, dagli egoismi individuali e sociali, dalle disuguaglianze in continuo aumento, dalle prevaricazioni dei capi, sia politici, che militari. Per non parlare della cultura individualista diffusa dagli apparati economici per scopi commerciali e da quelli politici per attrarre consenso.
Mi ha colpito la coincidenza che quattro film, due del 2017 e due del 2016, sono usciti in Italia tra marzo e aprile di quest’anno, mentre gli altri due sono usciti uno in gennaio di quest'anno e l' altro a dicembre dello scorso anno.
I registi sono coetanei, nati tra il 1960 e il 1964, tranne uno settantenne; quattro sono europei nati in Russia, Croazia, Scozia, Germani, uno  è israeliano  e uno coreano.
Hanno vinto tutti vari premi in festival e mostre internazionali.

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Maschio guerriero, maschio protettore. Note sul femminicidio PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Novembre 2016 13:40

di Paolo Rabissi

L’uomo deputato dalla cultura patriarcale alla protezione della propria donna (dei figli, della patria ecc.) intrappolato in un paradosso mortale, di fronte all’abbandono ne diventa troppo spesso l'omicida.

The man, deputed by the patriarchal culture, to the protection of his own woman (and of sons, homeland and so on)and being trapped in such a deadly paradox, when abandoned by her, very often becomes the killer of.

1)

Per me uomo, bianco, educato all’eterosessualità, non è poi così semplice e intuitivo l’uso della parola ‘femminicidio’. Perché il femminicidio non è il semplice omicidio di una donna, si presenta dentro una casistica articolatissima in cui a commettere violenza è ora il padre, ora il fratello, ora il conoscente anche se più frequentemente l’uccisione di una donna avviene per mano del partner abbandonato, per un altro/a ma anche no.

Non è nemmeno semplice l’uso della parola sessismo. Perché devo distinguere tra misoginia, antifemminismo e sciovinismo maschile, che, per quanto odiosi, sono componenti indiscutibili del sessismo ma meno gravi delle forme estreme di manifestazione come il femminicidio e anche la mercificazione del corpo e dell’immagine femminile che, per la sua carica razzista di fondo, del femminicidio è supporto.

Le cose cominciano ad essere più chiare quando risalendo al patriarcato, che è organizzato sulla subordinazione del femminile al maschile, ti rendi conto che il sessismo è l’insieme di idee, credenze e convinzioni, stereotipi e pregiudizi ecc, che perpetuano e legittimano la gerarchia e la disuguaglianza fra i sessi, per usare le parole di Annamaria Rivera (La bella, la Bestia e l’Umano, Ediesse, 2010).

Ma infine s’impara anche che, acquisizione felice di più recenti studi antropologici, è diventato possibile storicizzare la nascita del patriarcato. Voglio dire che di fronte alla disperante nozione che affonda quella nascita nella notte dei millenni, oggi siamo in grado di datarla con una certa sicurezza a circa tre, quattro mila anni fa, che fanno in tutto solo trenta, quaranta secoli, che in fondo non è gran che: siamo in definitivamente eredi di una quarantina di generazioni di sapientes e non è più così difficile pensare che il patriarcato come è nato possa anche morire. Nel senso che intanto non solo sappiamo cosa non vogliamo ma anche quali radici abbiamo da estirpare, che poi facendo ciò si possa anche finire molto verosimilmente col togliere molta aggressività e subliminale capacità di condizionare le genti all’organizzazione capitalistica del mondo, neoliberismo incluso, non può che consolarci.


2)
Si dice a ragione allora insistentemente: il femminicidio è soprattutto un problema di uomini e sono costoro a doversene fare carico pubblicamente. E viene aggiunto subito che riguarda tutti gli uomini, non solo alcuni uomini, che è l’aspetto più difficile da sbrogliare. Perché c’è da superare la tentazione diffusa di addebitare il femminicidio a colpi di follia esplosi in un uomo, magari apparentemente mite e innocuo: del quale solo dopo perlopiù si viene a sapere che esercitava violenze continue e di vario tipo  che accumulatesi a un certo punto esplodono.

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La divisione sessuale del lavoro plasma la soggettività di donne e uomini PDF Stampa E-mail
Lunedì 22 Gennaio 2018 18:23

di Adriana Perrotta Rabissi

Sexual division of labour determines the sexuo-economical exchange between women and men, thus giving a form to their relationship  which is at the root of our civilization.
La divisione sessuale del lavoro determina lo scambio sessuo-economico tra donne e uomini, dando forma alla relazione  che è alla base della nostra civiltà.

La divisione sessuale del lavoro è la struttura portante delle relazioni tra uomini e donne su cui si fonda il patriarcato. Essa infatti determina lo scambio sessuo-economico che ha dato forma alla nostra civiltà. Nei secoli si è instaurato un ordine simbolico che costringe le donne e gli uomini a adeguarsi a modelli di genere percepiti come naturali, mentre sono  costruiti sulla base di attitudini, abilità, funzioni e compiti attribuiti alle immagini di maschile e femminile a cui dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini in carne e ossa.

Sono ammesse modernizzazioni, limitate commistioni e combinazioni anche ardite dei due modelli,  purché non sia intaccato il principio regolatore per il quale l'area di pertinenza delle donne è la sfera del corpo, del sesso, della riproduzione in tutti i suoi aspetti biologici, affettivi, sociali, familiari, quella degli uomini l’area della vita pubblica, della politica della guerra.

I rapporti tra donne e uomini sono modulati da qualche millennio dentro  questa realtà che definisce regole di comportamento, induce aspettative, valori, paure, desideri, metafore e costruzioni simboliche, immaginari che  tutti e tutte conoscono, perché vengono educati/e a questi dalla nascita .Per questa struttura di potere è stato indispensabile mantenere la distinzione tra donne addette alla cura di persone e ambienti e ai compiti familiari, cioè le donne per bene, e altre destinate alla soddisfazione erotico-sessuale degli uomini, le donne per male.                                                  

Nella seconda metà del Novecento il patriarcato è stato smascherato dalla riflessione di donne in tutti i campi del sapere e del sociale: non si tratta di una struttura naturale e quindi immutabile ma di una costruzione storico sociale che ha gerarchizzato maschile e femminile.
Non sempre e non tutti e tutte vi si sono adeguati/e, la storia è piena di esempi in tal senso, ma chi non si adegua deve sempre pagare un prezzo di esclusione, emarginazione, stigma sociale.
Se oggi, dopo decenni di sottovalutazione irrisione e sarcasmi verso chi continua a portare avanti le analisi sul patriarcato, anche gli uomini sono costretti a prendere la parola in merito alla relazione donne uomini e costretti ad abbandonare la maschera dei difensori delle  donne deboli e vittime, vuol dire che  si è imbroccata la strada giusta. Nemmeno le donne a loro volta possono più nascondersi dietro la maschera di vittime.

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Il libro contro la morte PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Maggio 2018 17:03

di Franco Romanò.

Il libro contro la morte è un atto di resistenza contro la facilità con cui si dà per scontata la sua natura. Secondo Canetti sarà così quando solo quando le cause non naturali della morte saranno eliminate, prima di tutto la guerra.

The book against death is an act of resistance against the easiness of considering it as a matter of fact.   According to Canetti this will be possibile only when all unnatural causes of death are eliminated, first of all war.

El libro “Contra la muerte” es un acto de resistencia contra la facilidad con que se da por descontada su naturaleza. Según Canetti, esto será así hasta que las causas no naturales de la muerte no sean eliminadas, antes de nada, la guerra.

L'ultimo libro di Elias Canetti pubblicato in Italia ha un titolo ovvio se si pensa a gran parte della sua opera: un incessante lavorio attraverso miti, aforismi, sentenze fulminanti, narrazioni, tutti rivolti a una non accettazione della morte. Questo tema è presente anche nei momenti più apparentemente leggeri dell'Autobiografia. Ciò non toglie che di fronte a tale perentorietà non si rimanga ugualmente sconcertati e la critica, forse per imbarazzo, ha trovato diversi modi per aggirare il problema o tenerlo sullo sfondo senza renderlo troppo minaccioso. Il merito dell’edizione italiana, curata da Ada Vigliani, è invece proprio quello di prendere il toro per le corna. Il saggio di Pater von Matt, postfazione al testo, colma una lacuna e apre nuove prospettive alla critica canettiana. Il suo merito sta nel prendere l’autore sul serio e alla lettera, accettando il confronto con questo apparente assurdo che è il proposito di non cedere alla morte, di non accettarla, anzi di avanzare l'utopia di un'umanità che prima o poi riuscirà a liberarsene. Matt evita di parlare di metafora, parola che ormai serve spesso come passpartout quando si vuole scansare un argomento spinoso. Canetti, peraltro, è impregnato di cultura ebraica, pur essendo critico di molti suoi aspetti; in quella cultura il ruolo della metafora non ha la preminenza che ha in altre. La predilezine di Canetti per l’aforisma, la sentenza breve che ha alle volte anche forti connotati narrativi, pesca a piene mani proprio in quella tradizione: dalla storiella più o meno comica, alla parabola. Se mai a volte compare la similitudine.Elias Canetti

L’idea di un libro dedicato interamente a questa tematica, peraltro, accompagnò Canetti per l’intera vita. Peter von Matt scrive di taccuini pieni di appunti e centinaia di matite consumate, tanto che l'inedito di Canetti sembra assumere le dimensioni del famoso baule di Pessoa dal quale continuano a uscire scritti, come peraltro conferma la figlia Johanna in una recente intervista dove parla del rapporto del padre con la religione:«Elias Canetti non era credente, ma dedicò alla religione molte delle sue riflessioni, circa 1.500 pagine. Nel 2019 verrà pubblicato un libro con le più importanti». Ma a quante pagine ammontano in totale gli appunti canettiani mai pubblicati? «Tra le dodici e le quindicimila»

In realtà, poi, Canetti lo ha lasciato incompiuto il suo libro sulla morte, probabilmente volutamente e anche in questo paradosso occorre andare a leggere.

Il saggio di von Matt cerca di collocare l’opera e l’intento di Canetti accennando ad altre imprese letterarie altrettanto ardue, ma a un certo punto della sua disamina, consiglia il lettore di non seguire oltre un certo limite lo scrittore nel suo proposito e di dedicarsi piuttosto alla ricchezza del testo. Si tratta di un consiglio ragionevole, ma solo in ultima istanza perché la curiosità rimane per quello che sembra un vero e proprio enigma. Una domanda ovvia si pone: perché un progetto così radicale e apparentemente irricevibile nella sua concretezza fattuale? Siamo di fronte alla reincarnazione di un Orfeo impazzito che vuole sbarrare le porte dell’Ade e farli ritornare tutti in vita? Oppure Canetti pensa forse alla scienza (non dimentichiamoci che fu pur sempre un chimico mancato), oppure bisogna cambiare radicalmente il tipo di domanda se si vuole tentare di capire? Von Matt stesso dice che forse occorre allontanarsi dal perché ed è quello che ho tentato di fare, abbandonando io stesso la domanda che mi sono posto per prima.

Una grande scrittura contiene sempre in sé anche la scelta felice di un punto di vista particolare sul mondo o su di sé o su qualsivoglia cosa, cioè un luogo da cui lo scrittore parla e scrive  e che in qualche caso è stato addirittura il primo a scoprire.

Mi è venuto in mente, allora, un gioco molto semplice: proviamo a pensare a qualche grande autore, per esempio i primi che sono venuti in mente a me, ma ognuno può metterci quelli che crede. Da dove parla e scrive Baudelaire? Facile dirlo: dalle viscere di Parigi, da una città notturna o raramente albeggiante, dalle sue strade più malfamate o dal camerino dove scrive al lume di una lampada a petrolio, più o meno in compagnia dell’oppio. Insomma se abbiamo bisogno di dialogare con lui, perderemmo un po’ di tempo ma sapremmo dove trovarlo ed è stato il primo a scoprire la poeticità della grande città tentacolare. Quanto a Jane Austen non può che essere nel salotto di casa o in quello di un'amica con cui si intrattiene bevendo il te. Per non parlare di Hegel: anche quando dorme non può che essere alla sua scrivania, oppure in strada, lungo le poche centinaia di metri che lo separano dall'aula universitaria.

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