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La vita nuova di 'Overleft' PDF Stampa E-mail
Domenica 21 Gennaio 2018 11:57

Overleft, per una critica del sentire comune

Siamo di nuovo a una svolta di Overleft. Tre anni fa decidemmo di concentrare l’attenzione sul campo che ai nostri occhi era apparso nell’insieme della rivista più originale: quello dei nessi tra patriarcato-cura-relazioni-uomo-donna e capitalismo nelle sue forme attuali. L’abbiamo fatto tentando anche qualche contributo teorico e cercando di  rimanere agganciati non solo al dibattito ma anche ai movimenti, confortati dal fatto che l’impegno critico su questo campo si sta allargando.

Oggi però ci troviamo in una difficoltà che non è solo nostra ma di tutti i movimenti che si muovono nell’ottica del superamento delle logiche e illogiche del capitalismo e del patriarcato: da un lato c’è una imponente mole di riflessioni che da più parti del mondo viene proposta, dall’altro il che fare, al quale prova a dare risposta, ne è testimone la rete, la congerie di forme di resistenza e opposizione sia nel mondo della produzione (pensiamo in particolare alla logistica) che nel campo della riproduzione (nel quale le iniziative femministe hanno avuto un culmine significativo l’8 marzo del 2016 per approdare a nuove riflessioni e manifestazioni dello scorso autunno ‘17 ).

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Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero di ricerca PDF Stampa E-mail
Giovedì 23 Maggio 2019 13:16

di Piero Bevilacqua


Riproduciamo, con le note redazionali di Adriana Perrotta Rabissi e Franco Romanò, gli ultimi due capitoli del saggio di Piero Bevilacqua 'Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero i ricerca'. L'intero saggio compare su 'Altronovecento, ambiente, tecnica, società. Rivista on line promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti'. Dei due capitoli iniziali – Il tempo della fabbrica e Un secolare apprendistato sociale – riportiamo l’ultimo capoverso del secondo che ci sembra riassumere efficacemente la lunga digressione storica.


Piero Bevilacqua, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma ‘La Sapienza’, nel 1986 ha fondato con altri studiosi l’Istituo meridionale di storia e scienze sociali (Imes), di cui è presidente. Tra le tante pubblicazioni si ricordano: Breve storia dell’Italia meridionale (Donzelli, 1993, 2005), Miseria dello sviluppo (Laterza,2008), Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo (Laterza, 2011). E’ uno degli studiosi chiamati a partecipare al Manifesto Food for Health (Cibo per la salute) promosso da Vandana Shiva.


Il saggio di Bevilacqua ricostruisce il lungo processo storico che ha piegato gli individui e la natura stessa alla logica della produzione capitalistica. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ha introdotto una drammatica asimmetria fra il tempo della natura e quello del consumo di cui solo recentemente si stanno tutte le implicazioni, così come la percezione del lavoro occulto necessario alla riproduzione sociale, in larga parte delegato alle donne.

The essay written outlines the long historical process which has folded human beings an nature to the logic on capitalistic production.The intensive exploitation of natural resources has created a dramatic asimmetry between time of nature and time of consumption, which only recently we are perceiving all implicaitons on: the same happens for what concerns for the occulto work necessary to social reproduction, mainly delegated to women.

...

"Dunque, il sistema industriale di fabbrica organizzato dal capitalismo per produrre merci su una scala incomparabilmente più vasta rispetto al passato ha inaugurato un mutamento epocale: un’appropriazione totalitaria del tempo di vita degli uomini ( e, come vedremo, una dimensione e velocità di sfruttamento della natura destinata a crescere indefinitamente.) Finora gli storici hanno sottolineato, di questo grande mutamento, soprattutto le conquiste della tecnologia, la crescita senza precedenti della produzione della ricchezza, lo sfruttamento dei lavoratori. Assai meno l’inizio una nuova storia della vita biologica e psichica degli esseri umani: quello della perdita del controllo personale del tempo della propria vita e il loro assoggettamento a una potenza astratta e totalitaria che li avrebbe rinchiusi entro ferree delimitazioni e ritmi imposti. Gli uomini sottomessi al tempo della società industriale diventavano gli utensili di una nuova epoca di asservimento. E oggi suona paradossale rammentare che, nell’epoca in cui Immanuel Kant indicava come supremo principio etico del nascente illuminismo quello di considerare « l’uomo sempre come fine e mai come mezzo», gli uomini in carne ed ossa stavano per essere trasformati, nella loro grande maggioranza, in mezzi della società industriale capitalistica."


I tempi di lavoro della natura.

L’epoca che vede nascere la teoria del valore-lavoro, e quindi l’oscuramento del ruolo delle risorse fisiche nel processo di produzione della ricchezza, è la stesso che assiste al più gigantesco sfruttamento di quello che potremmo chiamare a buon diritto il tempo di lavoro della natura. Lo sfruttamento su larga scala del carbone a scopi di produzione di energia, nel corso del XVIII secolo, dapprima in Gran Bretagna e poi in Belgio e Germania, segna infatti una svolta senza precedenti nella storia della violenza antropica sulla natura. Com’è noto, la vicenda dell’uso del carbone in Inghilterra è molto antica. Negli ultimi anni gli storici dell’ambiente si sono insistentemente occupati dell’inquinamento di Londra provocato, già nel Medioevo, dall’uso domestico del carbon fossile proveniente da Newcastle ( P. Brimblecombe,The Big Smoke. A history of air pollution in London since medieval times,Cambridge 1987) Ma, certo, nel XIX secolo questo sfruttamento assume una nuova dimensione. E questo è stato ricordato da tanti storici. Ciò che vorremo ora sottolineare è un aspetto meno considerato, anche se esso non è sfuggito ad alcuni studiosi. La potenza energetica del carbon fossile e la sua stessa esistenza era interamente fondata sul millenario tempo di lavoro della natura. Erano stati i tempi geologici di trasformazione della sterminata flora diffusa nell’era paleozoica a fornire ai gruppi dominanti dell’epoca un immensa fonte di energia, resa immediatamente disponibile dalla loro capacità tecnica di utilizzo. Artigiani, fornaciai, imprenditori siderurgici e meccanici, fabbricanti chimici ora potevano fare a meno del consumo degli alberi - soggetti a un lento tempo biologico di crescita e di formazione - e ricorrere a una fonte la cui immediata disponibilità e potenza era resa possibile dai milioni di anni di evoluzione della Terra. Essa, formata in epoche remote dal lavoro del sole (J.Martinez-Alier, Ecological economics. Energy, environment and Society, Oxford 1987, trad.it. Milano, 1991, p. 163) non era più soggetta ai cicli di rigenerazione della natura. Il tempo del pianeta veniva ora messo a servizio di pochi e potenti gruppi per scopi produttivi. E, com’è noto, il consumo quotidiano annuo di tale energia - oggi soprattutto del petrolio - corrisponde al consumo irreversibile di materia fossile elaborata dalla terra in centinaia di migliaia di anni. ( P. Sieferle, Perspectiven einer historischen Umweltforschung, in P. Sieferle ( ed. ) Fortschritte der Naturzerstörung, Frankfurt 1988, p.323 )

La rapidità del consumo industriale di energia non rigenerabile inaugura dunque una asimmetria temporale drammatica tra evoluzione geologica e tempo della storia umana. Quel breve segmento che è il tempo storico delle società divora con sconvolgente velocità e voracità il tempo geologico della Terra. Come ha osservato Wolfang Sachs, « the timescale of modernity collides with the timescales that governe life and earth…. Industrial time is squarely at odds with geological time ». ( Planet dialectics. Exploration in environment and development, London 1999, p. 189)

 

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La sinistra, la Cina, la globalizzazione PDF Stampa E-mail
Mercoledì 08 Maggio 2019 13:04

Riproponiamo dal numero dell’autunno 2018 di Critica marxista il saggio di Romeo Orlandi ‘La sinistra, la Cina, la globalizzazione’, con due note redazionali.

Economista e sinologo, Romeo Orlandi è Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean. Insegna Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari. Ha diretto il think tank Osservatorio Asia. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Collabora a quotidiani e riviste specializzate. È autore di numerose pubblicazioni su Cina, India, Vietnam, Indonesia, Singapore e Asean. Per l’editore Derive Approdi ha pubblicato il romanzo “Il Sorriso dei Khmer Rouge”.

Lo scontro USA Cina dentro questa globalizzazione si fa sempre più complesso e rischioso. L’ottimismo ideologico del libero mercato si era spinto irragionevolmente, coinvolgendo anche tutte le sinistre compresa la nostra, a pensare che la globalizzazione sarebbe stata di segno occidentale e che la bandiera della democrazia sarebbe sventolata a Pechino e a Shanghai. E’ successo invece il contrario, la Cina è tutto fuorché democratica ma produce sempre di più e meglio mentre l’Italia punta ancora sul fascino antiquato del made in Italy piuttosto che sull’innovazione.

I fatti mostrano la loro proverbiale ostinazione anche quando registrano gli spostamenti dei container. Sette dei primi otto porti al mondo per tonnellaggio movimentato sono in Cina; Singapore (4°) costituisce l’eccezione. Il porto europeo più trafficato è Rotterdam, confuso al nono posto tra altre posizioni asiatiche e qualche intromissione australiana e statunitense. Alcuni decenni fa la lista era molto diversa, con un predominio delle due sponde dell’Atlantico. Spuntava ancora Genova. La classifica attuale è la fotografia più nitida della trasformazione della Cina in Fabbrica del Mondo. Si potrebbe obiettare che le merci movimentate siano destinate anche al mercato locale, così da ridurre l’impatto internazionale, come se i consumi interni assorbissero questa eclatante supremazia. In realtà, la grande maggioranza delle merci cinesi si dirige verso lidi stranieri. La Repubblica popolare è infatti dal 2009 il più grande esportatore al mondo, dopo avere insidiato e poi superato agevolmente il primato della Germania e degli Stati Uniti.

La sequenza logica che se ne ricava rasenta la banalità espositiva: i porti movimentano i container, che trasportano le merci, prodotte dalle fabbriche, generate dagli investimenti, stimolati dalle opportunità. Sembra di assistere alla famosa cantilena Alla fiera dell’Est. Infatti, la Cina è la destinazione preferita per gli investimenti produttivi provenienti dall’estero. Offre una calamita potente, un cocktail imbattibile di stabilità politica, costo contenuto dei fattori di produzione, eccellente rete infrastrutturale, promessa di un immenso mercato interno. Nessun paese è in principio così attraente come la Cina per le multinazionali. Questi due soggetti hanno dato vita al più bizzarro matrimonio di interessi della storia economica moderna. Spinti da fini diversi, ma complementari e convergenti, hanno registrato successi innegabili. La Cina, nella linearità di un’impresa titanica, ha trovato la scorciatoia per l’industrializzazione. Ha consegnato alla storia l’egualitarismo del modello maoista e ha adottato le dinamiche capitaliste. Gli aumenti del Pil, come mai nessun paese al mondo, testimoniano il successo di un’impresa epocale. Le grandi aziende – pur non sempre – hanno trovato gloria per le loro ambizioni: nuovi mercati e profitti crescenti. I numeri delle Nazioni Unite sono inequivocabili: nel 1990 la Cina contribuiva con il 3% alla produzione industriale mondiale; nel 2013 l’analogo valore risultava del 22%.

Le magnifiche sorti e progressive. Con la Cina?


I governi occidentali, anche quelli di centro sinistra o dell’Ulivo mondiale, hanno sostanzialmente assecondato questo passaggio. Non si sono cimentati a modulare una tendenza che sembrava vittoriosa ovunque: dalla sconfitta del Muro di Berlino al liberismo trionfante, dal destino di benessere per tutti alla improbabile fine della storia. Dominava la convinzione che togliere gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori di produzione avrebbe assicurato prosperità e democrazia ovunque. Negli stessi anni la produzione industriale in Europa scendeva dal 39 al 27% del totale. Nessun allarme suonava, il percorso era marcato: i settori maturi delocalizzati nei paesi emergenti, gli addetti dell’industria convertiti in tecnici informatici, assicuratori, progettisti, artisti. Brainware, not labour intensive. Il cervello avrebbe prevalso sulle braccia, la creatività sconfitto il sudore. Il destino di abbigliamento e calzature era segnato, nei casi più fortunati diretto nei capannoni in Asia. Ingentilito da comparti merceologici più sofisticati, il rapporto capitale lavoro non avrebbe sofferto di antagonismo.

Quando il campanello ci ha destato nel 2007, il sonno aveva generato l’ingovernabile. E' saltata la prima e più forte convinzione, il ruolo autoregolatore del mercato. Le contraddizioni e i lutti della crisi sono ancora evidenti. Eppure, con facilità si era rinunciato alla politica industriale, riducendo l’intervento dello Stato nell’economia e adottando le privatizzazioni nella convinzione – fideistica prima ancora che ragionata – di una loro maggiore efficienza. L’Italia ha subito una fortissima, quasi invincibile concorrenza dalla Cina e dai paesi asiatici. Ne hanno pagato le conseguenze i settori maturi che basavano le loro vendite su fattori di prezzo. Tra le grandi nazioni, l’Italia ha sofferto maggiormente l’emersione di nuovi soggetti perché la sua struttura produttiva – con piccole e medie aziende, conduzione familiare e inclinazione verso i beni di consumo – era il primo bersaglio delle merci cinesi, troppo a lungo identificate nel solito mantra: ridotta qualità, scarso valore aggiunto, basso costo unitario. Roba cinese, insomma, che tuttavia colpiva la nostra industria e peggiorava la bilancia commerciale con Pechino.

La speranza dell’ingresso della Cina nel Wto, nel dicembre 2001, era di assimilarla velocemente alle regole internazionali. In realtà, la riduzione delle misure tariffarie ha favorito le multinazionali e le esportazioni di Pechino. Fragile si è rivelata la difesa dell’industria nazionale, perché se ne è sopravvalutata la qualità strutturale. Il made in Italy sembrava inattaccabile, prestigioso e inimitabile. E' risultato invece ammantato di retorica, sparsa copiosamente come se lo scheletro industriale del paese fosse composto da raffinati beni di consumo ai quali anelavano le sterminate masse di cittadini asiatici. Anche la meccanica strumentale – il vero cuore produttivo del paese – sembrava annegare di fronte alle immagini patinate che connotavano l’Italia. La litania era costante, come in un disco rotto: venderemo al più grande mercato del mondo, 400 milioni di nuovi ricchi, se ogni cinese indossasse una cravatta italiana.

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Tracce di resistenza e opposizione nel lavoro contemporaneo PDF Stampa E-mail
Lunedì 21 Maggio 2018 15:33

di Paolo Rabissi

Otto saggi di un gruppo di ricercatori/trici che interrogano con il metodo dell'inchiesta sul campo le nuove soggettività del lavoro

Eight essays by a group or researchers who question, by the method of the enquiry, the new subjectivity of labour.

Presentamos ochos ensayos escritos por un grupo de investigadores/doras que se preguntan sobre las nuevas subjetividades del trabajo, el método de investigación utilizado es la técnica de la encuesta.


Figure del lavoro contemporaneo: un’inchiesta sui nuovi regimi della produzione
Introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi
Postfazione di Devi Sacchetto
(Ombre corte, 2018)


Che ne è della classe operaia? Che ne è di quel soggetto economico-politico che negli anni sessanta e settanta sembrava in grado di inceppare indefinitamente i meccanismi di riproduzione del capitale con forme organizzative, quasi interamente autonome da partiti e sindacati, di comando sul lavoro? In altre parole come si configura oggi il lavoro?

Il libro in analisi è una buona occasione per fare il punto. Raccoglie infatti un nutrito numero di esperienze diverse che compongono un quadro utile per orientarsi. A patto ovviamente di dare per scontate certe specificità comuni alle varie situazioni: prima di tutto il processo di frammentazione e dispersione di lavoratori e lavoratrici in luoghi di produzione sparsi sul pianeta e poi la implacabile flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro. A ciò si possono anche legare la dissoluzione della contrattazione collettiva, uno dei momenti di forza nell’epoca fordista sopra rammentata, e il declino dei sindacati con il loro fallimento nel tentativo di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro col fine di salvaguardare gli occupati stabili.

Presupposto di metodo di tutti i saggi del libro sta l’inchiesta sul campo, che è di matrice operaista (dai Quaderni Rossi in avanti fino a Primo Maggio). Essa viene considerata imprescindibile per la comprensione di processi sociali e soprattutto per l’approfondimento dei modi con cui le soggettività interrogate rispondono e resistono alle condizioni più pesanti del lavoro, con forme specifiche di resistenza e rifiuto che scavalcano spesso le forme sindacali tradizionali. E vale la pena sottolineare che nei/lle ricercatori/trici è definitivamente acquisita la convinzione che interrogare a fondo le soggettività, rilevando nella composizione della manodopera differenze e attributi sociali quali genere, origine etnica, nazionalità, cultura e stili di vita, nonché, come vedremo oltre, l’analisi simultanea della sfera della produzione e quella della riproduzione, permette di uscire da schemi interpretativi resi obsoleti dalle trasformazioni del lavoro avvenute negli ultimi decenni, permette di cogliere aspetti nascosti.

Questo tipo d’inchiesta dunque aiuta a mettere in evidenza le forme di resistenza e opposizione ai sistemi di controllo e subordinazione che non si manifestano in maniera esplicita e organizzata: il che permette di superare le visioni eccessivamente demoralizzanti sull’insufficienza di risposte organizzate da parte dei lavoratori/trici e di scivolare in letture, altrimenti eccessivamente miserabiliste, sulla precarietà del lavoro in generale o sulla condizione dei migranti. Ma permette anche di rendersi conto che il capitalismo stesso si muove dentro processi di integrazione di quelle differenze nella composizione del lavoro, il che significa dover ammettere che il capitale non si muove esclusivamente dentro la logica del basso costo del lavoro ma anche fra elementi extra-economici mobilitati in processi di estrazione di valore e in sistemi di disciplinamento del lavoro.

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Cinema delle rovine PDF Stampa E-mail
Domenica 20 Maggio 2018 07:57

di Adriana Perrotta Rabissi

Comunicare nel modo più ampio possibile con il linguaggio cinematografico la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e dallo sfavillio dei consumi noi, prostrati dalla paura e dalla miseria gli altri, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

To communicate, in the widest possible way, the moral drift that all of us are involved with, using movie language. In the western side of the world we are dazzled by the sparkling of consumption, while others are worn out by fear and poverty. The movies considered in this essay reveal the historical roots of the unhappiness of   billions of people trying to cause better awareness of phenomena that normally one prefers to ignore. Last but not least the movies are opened to new opportunities of resistance and struggle.

Intentamos comunicar, de manera lo más amplia posible, la deriva a la cual están llegando estas nuevas subjetividades, para ello se ha utilizado el lenguaje cinematográfico. En el mundo occidental muchos están deslumbrados/as por los fulgores del consumismo, mientras otros están postrados de miedo y pobreza. Las películas consideradas en este ensayo tratan de descubrir las raíces históricas de la infelicidad de muchas personas en todo el mundo y, favorecer una toma de consciencia de los fenómenos que se pretende ignorar y, abrir así, a posibilidades y perspectivas inéditas de resistencia y lucha.


Conversazione tra una madre in Italia e il figlio professore in una università degli USA, si parla di Loveless, un film, appena visto da entrambi perché la programmazione è stata contemporanea nelle due città di residenza, tristissimo, ma efficace sul tema dell’alienazione dal consumismo, dell’egoismo sociale e dell’apatia etica di molte/i abitanti della Russia attuale.
Il professore commenta il film e dice: sto proprio scrivendo tutto un capitolo del mio libro sull’ideologia dominante dell’ordine capitalista.
La madre: intendi il pensiero unico, l'ordoliberismo, la sussunzione della vita nei processi produttivi, lo sfruttamento delle fasce più povere delle popolazioni?
Il professore: esatto!
La madre: attento, poi finisce che ti espelleranno dagli USA.
Il professore: ma va! In Accademia sono le cose più trendy da dire.

Non so se questo squarcio di colloquio mi ha fatto più ridere o piangere.
Che in un'Accademia, luogo per eccellenza di studio e conoscenza, collocata nel centro di potere del sistema economico sociale ingiusto e rapace, responsabile della deprivazione di dignità e risorse materiali e simboliche di intere popolazioni e/o fasce sociali, ci si interessi dei danni provocati dal sistema su milioni di persone, e magari si tenti di porvi rimedio, potrebbe indurre al riso, quasi uno sberleffo.
Poi ci si rende conto che in realtà il lavoro accademico non sembra modificare di molto la situazione, e questo, oltre a evidenziare la distanza tra ceto intellettuale e la realtà delle condizioni di vita, getta un’ombra sulle possibilità di demolire questo sistema una volta per tutte.
Mentre comunicare nel modo più ampio possibile anche con il linguaggio del cinema la deriva che stiamo correndo, tutti e tutte, abbagliati/e noi dallo sfavillio dei consumi, prostrati gli altri/e dalla paura e dalla miseria, svelare le radici storiche dell'infelicità di miliardi di persone, indurre la presa di coscienza di fenomeni che si preferirebbe ignorare  apre a possibilità e prospettive inedite di resistenza e lotta.

Nei sei film, usciti nelle sale italiane quasi contemporaneamente, che io visto nell’arco di un mese, ho rintracciato questo tipo di consapevolezze e di intenzione, inoltre oggi un film raggiunge un pubblico più ampio di un libro o di una rivista accademica.
In ogni film il tema fondamentale è la rovina, frutto di processi del recente passato, sono rappresentate le storie di persone comuni, colte nella quotidianità, le situazioni proposte mostrano le macerie umane, affettive, psicologiche, economiche e sociali provocate dalla sete di potere, dalle inefficienze personali e collettive degli appartenenti alle istituzioni, dagli egoismi individuali e sociali, dalle disuguaglianze in continuo aumento, dalle prevaricazioni dei capi, sia politici, che militari. Per non parlare della cultura individualista diffusa dagli apparati economici per scopi commerciali e da quelli politici per attrarre consenso.
Mi ha colpito la coincidenza che quattro film, due del 2017 e due del 2016, sono usciti in Italia tra marzo e aprile di quest’anno, mentre gli altri due sono usciti uno in gennaio di quest'anno e l' altro a dicembre dello scorso anno.
I registi sono coetanei, nati tra il 1960 e il 1964, tranne uno settantenne; quattro sono europei nati in Russia, Croazia, Scozia, Germani, uno  è israeliano  e uno coreano.
Hanno vinto tutti vari premi in festival e mostre internazionali.

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La divisione sessuale del lavoro plasma la soggettività di donne e uomini PDF Stampa E-mail
Lunedì 22 Gennaio 2018 18:23

di Adriana Perrotta Rabissi

Sexual division of labour determines the sexuo-economical exchange between women and men, thus giving a form to their relationship  which is at the root of our civilization.
La divisione sessuale del lavoro determina lo scambio sessuo-economico tra donne e uomini, dando forma alla relazione  che è alla base della nostra civiltà.

La divisione sessuale del lavoro è la struttura portante delle relazioni tra uomini e donne su cui si fonda il patriarcato. Essa infatti determina lo scambio sessuo-economico che ha dato forma alla nostra civiltà. Nei secoli si è instaurato un ordine simbolico che costringe le donne e gli uomini a adeguarsi a modelli di genere percepiti come naturali, mentre sono  costruiti sulla base di attitudini, abilità, funzioni e compiti attribuiti alle immagini di maschile e femminile a cui dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini in carne e ossa.

Sono ammesse modernizzazioni, limitate commistioni e combinazioni anche ardite dei due modelli,  purché non sia intaccato il principio regolatore per il quale l'area di pertinenza delle donne è la sfera del corpo, del sesso, della riproduzione in tutti i suoi aspetti biologici, affettivi, sociali, familiari, quella degli uomini l’area della vita pubblica, della politica della guerra.

I rapporti tra donne e uomini sono modulati da qualche millennio dentro  questa realtà che definisce regole di comportamento, induce aspettative, valori, paure, desideri, metafore e costruzioni simboliche, immaginari che  tutti e tutte conoscono, perché vengono educati/e a questi dalla nascita .Per questa struttura di potere è stato indispensabile mantenere la distinzione tra donne addette alla cura di persone e ambienti e ai compiti familiari, cioè le donne per bene, e altre destinate alla soddisfazione erotico-sessuale degli uomini, le donne per male.                                                  

Nella seconda metà del Novecento il patriarcato è stato smascherato dalla riflessione di donne in tutti i campi del sapere e del sociale: non si tratta di una struttura naturale e quindi immutabile ma di una costruzione storico sociale che ha gerarchizzato maschile e femminile.
Non sempre e non tutti e tutte vi si sono adeguati/e, la storia è piena di esempi in tal senso, ma chi non si adegua deve sempre pagare un prezzo di esclusione, emarginazione, stigma sociale.
Se oggi, dopo decenni di sottovalutazione irrisione e sarcasmi verso chi continua a portare avanti le analisi sul patriarcato, anche gli uomini sono costretti a prendere la parola in merito alla relazione donne uomini e costretti ad abbandonare la maschera dei difensori delle  donne deboli e vittime, vuol dire che  si è imbroccata la strada giusta. Nemmeno le donne a loro volta possono più nascondersi dietro la maschera di vittime.

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La prima infanzia di Cosma tra memoria e storia PDF Stampa E-mail
Sabato 27 Gennaio 2018 16:52

di Paolo Rabissi

Un recupero di memorie e un tuffo dentro la complessa realtà storica di Trieste tra '40 e '45 in un racconto che mette  a nudo la violenza del 'fascismo di frontiera'

Cosma ha pochi ma vivissimi ricordi dei primi anni di vita a Trieste, se li è portati con sé, sottraendoli più o meno consapevolmente all’oblio. Risalgono tutti a un periodo compreso tra la fine del ’43 e i mesi successivi al 25 aprile 1945 che non è per Trieste la vera data della Liberazione essendosi i nazisti dell’ Adriatisches Küstenland, il Litorale Adriatico, arresi alle truppe alleate solo il 2 maggio, come a Berlino.

Nato nel settembre del 1940, tre mesi dopo l’inizio dell’entrata in guerra dell’Italia accanto alla Germania, forse già dal luglio ’43 ma sicuramente dal ’44 in avanti, Cosma ha abitato con madre e padre in un appartamento di un caseggiato piccolo borghese. I due si erano sposati nel luglio del ’43, quasi tre anni dopo la nascita di Cosma e qualche settimana prima della destituzione di Mussolini e la nominadel maresciallo Badoglio a capo del nuovo governo. L’evento del matrimonio era stato sin dall’inizio condiviso ma su quanto avvenuto prima e fino a tutto il 1945, Cosma, direttamente dai suoi, finì col sapere poco o niente, omissioni e reticenze erano poi diventate tanto più numerose col passare degli anni. Col tempo alcune certezze avevano trovato però conferme definitive. Diventato adulto e morti i suoi a Cosma non era rimasto che raccogliere qualche notizia tornando a Trieste a interrogare qualche parente. Fu in fondo l’occasione per conoscere meglio le sorti della sua città natale in quegli anni. Parenti più o meno lontani a parte, gli furono d’aiuto i libri di storia interrogati che gli hanno restituito della sua città un’immagine dolorosa e di grande complessità dovuta alla sua storia di città di frontiera tra italiani, austriaci e le popolazioni slave. Ma in particolare ha finito con l’aggiornarsi sul volto violento e razzista del fascismo che sin dalla sua nascita aveva trovato nella città un’accoglienza convinta e diffusa. L’adesione dei suoi genitori, appassionata o rituale che fosse, rimase argomento di qualche conversazione con Cosma solo finché lui non cominciò a fare domande che li metteva in imbarazzo e che manifestavano uno spirito troppo critico.

Ingravidata la madre di Cosma, il padre si era dato alla fuga ed era stato riacciuffato a Roma in una caserma da due dei suoi futuri cognati. Ne era seguito il matrimonio riparatore. Di suo, la madre aveva messo maledizioni verso l’uomo e lacrime disperate verso quella gravidanza indesiderata, mal sopportata, impossibilitata a liberarsene come avrebbe voluto.

 

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La grande stagione del cinema italiano tra divismo americano e didatticismo ideologico delle sinistre PDF Stampa E-mail
Domenica 04 Febbraio 2018 11:11

di Gianni Trimarchi



Il contesto del neorealismo

Nel dopoguerra italiano si erano riaperte le sale da ballo e i cinema, con grande partecipazione delle masse popolari che, dopo anni di austerità, ritrovavano il piacere di divertirsi. Se nelle sale imperavano le nuove danze americane, gli spettacoli cinematografici erano costituiti da pellicole americane, che importavano un nuovo modello di vita. I risultati furono imponenti: a Napoli 6.000 persone parteciparono alla prima de Il grande dittatore di Chaplin. A Firenze quasi 60.000 persone si recarono a vedere lo stesso film. Mentre prima del confitto si vendevano 138 milioni di biglietti all’anno, nel 1946, la vendita salì a 417 milioni.[1]

Si trattava però di un cinema di evasione, di origine hollywoodiana, destinato a mettere in atto l’adorazione dei divi e insieme del consumismo, facilmente riportabili all’American Way of Life. Questa trovava consensi nelle masse, che riconoscevano nel modello americano qualcosa di più evoluto rispetto al modo di vivere diffuso in Italia. Anche la classe dirigente era peraltro incline ad approvare questo modello, se non altro per i suoi contenuti a carattere implicitamente maccartista, che risultavano utili nella gestione del potere. Vedremo tuttavia che anche la sinistra storica ebbe curiose ambivalenze e sordità nei confronti della politica mediatica di quegli anni.

Una nuova definizione del cinema

In un contesto di grande fruizione cinematografica, c’era in Italia chi si poneva il problema di produrre, anche se le condizioni di lavoro erano difficili. Cinecittà era diventata un rifugio per gli sfollati e comunque i teatri di posa erano poco agibili, a causa della scarsità di energia elettrica che caratterizzò il dopoguerra. Diventava quindi una necessità il fatto di girare i film per le strade. Alcuni intellettuali italiani sentivano tuttavia la necessità di avere una poetica che giustificasse questa scelta, riscattando la dimensione spettacolare da un giudizio totalmente svalutativo, assai diffuso nell’Italia degli anni cinquanta.

Questo giudizio partiva da una definizione della mente molto vicina a quella dell’intelletto matematico, ignara del fatto che già in Kant l’immaginazione “schematizza senza concetto”, in Freud si parla di dinamica della regressione e in Vygotskij di catarsi. Varie elaborazioni in senso contrario erano tuttavia già state fatte sia in Francia che in Russia. Già un’ironica frase, scritta da Ejzenstejn negli anni trenta, sembra fare il punto sulla questione.

“Il contatto con l’arte porta lo spettatore a un regresso culturale. Infatti il meccanismo dell’arte si definisce come mezzo per distogliere la gente dalla logica razionale […] Fu Vygotskij a dissuadermi dal proposito di abbandonare questa “vergognosa” attività.”[2]

Certo non stupisce il fatto che Vygotskij, fenomenologo e fondatore, insieme a Lurija, della società psicoanalitica moscovita, conoscesse gli aspetti positivi della regressione e vedesse proprio nell’arte una loro applicazione significativa. I neorealisti fecero tesoro di questa lezione: il problema che si poneva loro era infatti quello di creare un cinema capace di dare un contributo alla vita sociale del paese svolgendo un’azione critica e non di evasione. Alla base delle loro riflessioni si trovava un sostrato culturale molto ricco, riferibile al naturalismo e al realismo francese, al verismo di Verga e al realismo socialista, da cui emergono spunti significativi. Vanno qui ricordati anche il saggio di Benjamin sull’opera d’arte che ne definisce le nuove funzioni e infine il realismo di Bazin.

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Sciopero internazionale delle donne PDF Stampa E-mail
Martedì 07 Febbraio 2017 14:31

Sciopero generale : un giorno senza donne

General strike: a day without woman

 

La chiamata allo sciopero internazionale delle donne – 8 marzo 2017 di Ni una Menos ci sembra che possa diventare un fatto epocale per estensione della mobilitazione e radicalità dei contenuti.

Fino allo scorso Ottobre gli scioperi di donne che sono stati proclamati sono state  iniziative confinate nei loro paesi, poco conosciute, perché i mezzi di comunicazione di massa le hanno trascurate. Dallo sciopero delle donne in Polonia contro la legge che voleva cancellare la possibilità di abortire a quello dello stesso mese in Argentina, contro le violenze degli uomini sulle donne, lo strumento dello sciopero di tutte le attività di produzione e riproduzione svolte dalle donne è entrato nell'agenda dei movimenti di oltre trenta Stati, grazie anche alla tempestività e alla puntualità delle notizie circolanti nella rete e grazie ai contatti sperimentati in gennaio per organizzare la Women's March.

In molte aree del mondo si stanno svolgendo assemblee e incontri preparatori comuni tra donne dei diversi paesi, impegnate nell'organizzazione dello sciopero globale delle donne l'8 Marzo, sulla base della piattaforma  formulata dal Manifesto di proclamazione dello sciopero proposto dalle donne argentine, che qui sotto presentiamo.

Ai nostri occhi la caratura politica di questo documento è destinata a promuovere altre riflessioni e pratiche di movimento al di là della riuscita dello sciopero, che in ogni caso comincia col rompere la tradizionale ritualità a base di fiori e concerti nelle piazze dell'otto marzo ,che servono solo a depotenziare la critica, In particolare  la nostra attenzione è attirata da due punti:

1) l'identità tra lotta femminista e lotta anticapitalistica. Non è certo la prima volta che abbiamo documenti del genere però, a parte che il documento viene dall'America latina e questo fa rilfettere, nell'analisi vengono messe in rilievo condizioni effettive di lotta ugualmente maschili e femminili anche dovute alle trasformazioni tecnologiche più recenti (lavoro di cura, lavoro digitale, lavoro gratuito ecc.). Contro l’attuale attacco generalizzato alla qualità di vita di donne e uomini condotto dalle istituzioni politiche e sociali patriarcali e neoliberiste, sia nei paesi arricchiti che in quelli impoveriti, ci sembra che lo sciopero globale  possa tornare ad essere uno strumento di lotta politica efficace.

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Superare i “confini” della scrittura. Corrispondenze femminili e rapporti coniugali in alcuni epistolari contadini della Grande Guerra PDF Stampa E-mail
Lunedì 13 Maggio 2019 12:49

Proponiamo, tratto da  DEP. Deportate, esuli, profughe rivista telematica di studi sulla memoria femminile, numero 38 del novembre 2018, il contributo di Augusta Molinari "Superare i confini della scrittura. Corrispondenze femminili e rapporti coniugali in alcuni epistolari contadini della Grande Guerra". Presentazione di Paolo Rabissi e nota finale di Adriana Perrotta Rabissi

Augusta Molinari, insegna storia contemporanea all’Università di Genova. Si è occupata di storia delle migrazioni storiche italiane, di storia del lavoro, di storia delle donne. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Donne e ruoli femminili nell’Italia della Grande Guerra, Selene, Milano 2008; Les migrations italiennes au début du XXe Siécle. Le voyage transocéanique antre évenèment et récit, L’Harmattan, Paris 2014; Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra, Il Mulino, Bologna 2014. E' tra i fondatori dell’Archivio ligure della scrittura popolare.

Il saggio si propone di cogliere il ruolo che ha avuto la Grande Guerra in Italia nel ridefinire le relazioni di genere e le gerarchie patriarcali nel mondo contadino. La familiarità con la pratica della scrittura acquisita durante la guerra da parte di donne scarsamente alfabetizzate riuscì a superare la staticità dei ruoli sessuali e incrinò il dominio patriarcale.

Presentazione

di Paolo Rabissi

Nulla come la guerra capovolge i ruoli sociali tra uomo e donna, nulla come la guerra svela come falsa la presunta ‘naturalità’ della divisione dei ruoli. Quella che ospitiamo qui è una corrispondenza tra coniugi contadini durante la prima guerra mondiale e occorre subito dire che la corrispondenza femminile solo da poco è stata valutata di interesse come fonte storica (anche grazie all’opera dell’autrice). Questo scambio epistolare ci offre anzitutto l’immagine di donne che in assenza dell’uomo assumono con ‘naturale’ facilità compiti e responsabilità fin lì di pertinenza dell’uomo: amministrazione dei semi, dei raccolti, delle vendite al mercato, ecc. nonché la cura di tutte le relazioni sociali legate a queste attività. Ma paradossalmente oltre ai segni di una ‘mascolinizzazione’ dei modi di fare della donna, troviamo anche quelli di una ‘femminilizzazione’ dell’uomo che, piegato dalla quotidianità della guerra e spesso dal sentimento della prossima fine, apre la sua scrittura a manifestazioni di affetto e di amore la cui mancanza effettiva gli fa rimpiangere il calore del corpo e della sessualità della moglie. Sentimento nel quale anche lei viene coinvolta con una tensione sentimentale e appassionata che trasuda dalle righe di queste lettere. La parziale messa in crisi dei ruoli patriarcali, pronti ad essere recuperati alla fine della guerra, lascerà qualche segno nel futuro. Sia nel caso dell’uomo che della donna lo sforzo di comunicare tra loro con la scrittura li ha costretti a una ricerca febbricitante di espressioni di senso che dessero corpo ai loro sentimenti d’amore verso la propria unione, verso la vita e il proprio destino umano. Per tutte le coppie prese in esame, ma anche per quelle non presenti, un percorso quasi di autocoscienza e di liberazione di pensiero critico che non potrà non lasciare segni nella loro vita futura, se ci sarà stata. Ma non sarà certo il fascismo, fedele interprete delle strutture millenarie del patriarcato e di quelle rapinose del capitalismo, a raccogliere di lì a poco questi aneliti di libertà dai ruoli.

***

La fatica della scrittura

In una lettera del 4 ottobre 1916, Angela Gottero una contadina della Val Pellice, scrive al marito Luigi: “Io ti desidero gia inmezzo a noi per poterti parlare, son stuffia di scriverti che non finisca ancora questa benedetta da guerra di finire tutti di tanto soffrire, noi a casa e peggio voi su quei monti spersi”1. Il marito non riceverà la lettera, perché muore proprio in quei giorni, nell’offensiva lanciata da Cadorna nel Carso2. Angela è “stuffia” di scrivere perché nelle lettere che riceve dal marito c’è un progressivo distacco emotivo dalla famiglia e la rassegnazione a un destino di morte. Pochi giorni prima di morire, Luigi chiede alla moglie di mandargli una fotografia che la ritragga con figlio e cosi conclude la lettera: “Per me sarà l’ultima sodisfazione a vedervi e poi passiensa se mi tocca se mi tocca morire”3.

In questo caso, viene meno fa funzione terapeutica che la corrispondenza “da casa” svolge per i “fanti combattenti”. I traumi dell’esperienza di guerra vissuti da Lugi Gottero, annientano la forza dei legami (affettivi, familiari, esistenziali) che la moglie, attraverso la scrittura, ha cercato di mantenere.Gerolamo Induno, La filatrice (1863; olio su tela, 65,5 x 52,2 cm; Genova, Galleria d’Arte Moderna)

L’epistolografia contadina di guerra è stata studiata, prevalentemente, per approfondire l’esperienza dei combattenti4. Sebbene queste fonti siano tra le poche disponibili per documentare aspetti di storia di genere del mondo contadino, solo raramente sono state utilizzate a partire da questa prospettiva di ricerca5. Per un approccio a queste fonti che ne valorizzi l’importanza per lo studio delle dinamiche di genere attivate dalla guerra nelle campagne italiane, sono stati presi in esame alcuni epistolari coniugali conservati nell’Archivio ligure della scrittura popolare6. Attraverso questa corrispondenza si è cercato, in particolare, di documentare come le nuove responsabilità che assumono le donne nel corso della guerra ridefiniscano i rapporti coniugali e, di conseguenza, le gerarchie patriarcali. Quasi all’improvviso, donne abituate alla sottomissione coniugale al genere maschile, si trovarono a vivere una condizione di “donne sole” che ne ridefiniva i ruoli sia nel privato che nella dimensione pubblica.

Tra gli epistolari contadini di guerra dell’Archivio ligure della scrittura popolare ne sono scelti cinque perché in questi, più che in altri, è stato possibile trovare corrispondenza femminile. Il che non succede spesso. Sebbene l’interesse della storiografia per le “scritture popolari” della Grande Guerra abbia permesso il recupero di materiali di questo tipo e ne abbia favorito la conservazione7, nella maggior parte dei casi gli epistolari contadini sono raccolte di lettere di soldati. Pur dando per scontata la dispersione a cui era soggetta la corrispondenza al “fronte”, occorre osservare che è stato determinate per la conservazione il carattere pubblico che è stato attributo a queste scritture. Sebbene fossero scritture di “illetterati” quelle dei “fanti contadini” appartenevano alla guerra. La corrispondenza delle donne contadine, invece, sono di recente è stata considerata di interesse come fonte storica. Si è ritenuto, a lungo, che donne appena alfabetizzate poco potessero capire e scrivere della guerra. Nell’Archivio ligure della scrittura popolare sono raccolti cento epistolari della Grande Guerra provenienti da tutto il territorio nazionale, 85% di famiglie contadine, per un totale di 15.000 unità di corrispondenza, quelle femminili sono circa lo 0,5% (150)8. Gli epistolari scelti sono di scriventi che hanno in comune l’appartenenza al mondo contadino, pur avendo diverse collocazioni occupazionali (tre sono famiglie di piccoli proprietari di terra, una di braccianti che alternano lavori agricoli ad altre occupazioni, in un caso si tratta di un artigiano meridionale che mantiene però anche mansioni nell’agricoltura). Si tratta di soggetti con un livello minimo di istruzione, appena alfabetizzati.

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L'intreccio patriarcato-capitalismo libero dai marxismi. PDF Stampa E-mail
Mercoledì 27 Marzo 2019 10:50

di Franco Romanò

Questo saggio è stato ampiamente discusso nella redazione ed è solo la prima parte di una riflessione più ampia che seguirà. Una rinnovata critica radicale al sistema capitalistico non può prescindere dai suoi intrecci con il patriarcato: è questo il nodo che i marxismi novecenteschi in tutte le loro declinazioni, non hanno saputo o potuto affrontare. Nel pensiero più vitale e meno determinista di Marx, liberato dalle tradizioni novecentesche, ci sono tuttavia spunti che riteniamo dense di futuro. A partire da questa considerazione e dalla pratica di resistenza dei movimenti contemporanei, il saggio si propone di offrire riflessioni e idee in divenire per una nuova soggettività antagonista.

Este ensayo fue muy discutido en la redacción y es la primera parte de una reflexión más amplia que aún continua. Una crítica renovada y radical al sistema capitalista no puede aislar sus lazos con el patriarcado: este es el nudo que los marxistas del novecientos, en todas sus declinaciones, no han sabido afrontar. En el pensamiento de Marx liberado de las tradiciones del siglo XX, más vital y menos determinista, surgen sin embrago, palabras claves y reflexiones que retenemos llenas de futuro. A partir de esta consideración y de la práctica de resistencia de los movimientos contemporáneos, el ensayo se propone ofrecer esbozos e ideas en devenir para una nueva subjetividad antagonista.


This essay has been largely discussed by the editorial board of Overleft and it is just the first issue of a reflection that will continue.A reiterate and radical criticism to the capitalistic system cannot be regardless to its interaction with patriarchy: this is the node that twentieth century marxisms in all their declinations were not able to face up to or couldn't to. In Marx’s most vital and less deterministic thought, freed from twentieth century traditions, there are nevertheless cues that we consider dense of future. Starting form this point of view  and from the practice of resistance by contemporaries social movements, this essay intends to offer reflections and ideas in progress for a new antagonist subjectivity.

Introduzione

Continuiamo a rileggere Karl Marx. Un po’ per lasciarci alle spalle tutti i ‘marxismi’, un po’ perché nel Marx giovane continuiamo a trovare sorprese sulle quali ci sembra molto opportuno riflettere; ma su Overleft abbiamo anche lo sguardo puntato sul presente, soprattutto su ogni movimento che definisca la propria lotta dentro una critica radicale al capitalismo e al suo intreccio col patriarcato, un presupposto quest’ultimo per noi irrinunciabile che proviene dalle analisi e lotte di buona parte del femminismo. Il sistema patriarcale e capitalistico continua a produrre i propri antagonisti come accadeva nei due secoli precedenti (La storia non è finita con buona pace di Fukuyama e di chi è succube del Tina, There Is No Alternative, l’espressione varata da Margarteh Thatcher). Il capitalismo reale, seguito alla caduta del socialismo reale che nell’immaginario era la causa di tutti mali, ha prodotto decine di guerre nel giro di trent’anni, un impoverimento vertiginoso delle classi salariate e dei ceti medi, lo smantellamento del welfare, l’aumento vertiginoso di costi ambientali che rischiano di diventare irreversibili, riciclato tutti i modelli di oppressione a cominciare da quella di genere, modulandola in modo diverso nei diversi contesti. Tuttavia, sono nate del in questi anni ribellioni e movimenti, a volte più strutturate altre volte più caotiche, che hanno comunque prodotto lotte sociali e forme di resistenza che si collocano all’esterno e spesso contro le formazioni politiche e sindacali del marxismo novecentesco. Queste lotte rappresentano ormai un patrimonio variegato e non episodico di esperienze e di pratiche su cui ragionare. Dalla seconda e terza ondata dei movimenti femministi, a livello mondiale, alle lotte territoriali come quelle italiane dei No Tav oppure in Francia di Notre dames des Landes, o gli Zad, alle esperienze argentine delle fabbriche recuperate e occupate, di cui abbiamo anche qualche esempio in Italia con l’esperienza della Rimaflow, per esempio; ma si può continuare con i movimenti territoriali degli indigeni dell’America latina e più recentemente i Gilet jaunes in Francia, la mobilitazione degli studenti e delle studentesse sulle questioni climatiche e ambientali che hanno indetto una mobilitazione permanente con blocco delle attività scolastiche un giorno alla settimana e a tempo indeterminato e che oggi viene raccolta anche dagli universitari di tutta Europa, infine la riproposizione dello sciopero internazionale indetto dalle reti femministe.

A noi sembra che tutte queste lotte diffuse pongano il problema di una nuova soggettività antagonista. Gli scioperi nel settore strategico della logistica hanno forti caratteristiche di autonomia rispetto ai paradigmi novecenteschi, anche perché spesso i protagonisti sono lavoratori e lavoratrici migranti senza diritti civili e umani e la loro capacità di lottare insieme, pur appartenendo a etnie e culture diverse, dimostra fra l’altro che se si mette al primo posto la condizione materiale di vita è possibile lavorare anche sulle diverse culture senza che prevalgano sentimenti identitari astratti che sono l’altra faccia della medaglia del razzismo dilagante: non bisogna mai dimenticare, infatti, che il razzismo non è altro che un sottoprodotto dell’oppressione reale e che si è razzisti prima di tutto, anche se non esclusivamente, nei confronti dei poveri. Le lotte dei lavoratori della logistica hanno coinvolto varie aziende del settore situate tra Piacenza e Bologna, tra cui anche diverse multinazionali, come Tnt, Dhl, Gls, Ikea, Granarolo, Leroy Merlin. Una forza lavoro per lo più proveniente da vari Paesi del Nord Africa (in particolare, Marocco, Tunisia ed Egitto) su cui era stata applicata fino a quel momento una strategia di divisione etnica da parte aziendale, che si è ribellata, proprio facendo affidamento sulle reti sociali di solidarietà presenti nelle varie comunità migranti.

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La violenza strutturale della società capitalistico-patriarcale PDF Stampa E-mail
Sabato 17 Novembre 2018 14:03

di Adriana Perrotta Rabissi

La violenza strutturale della società è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza degli uomini sulle donne

Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso conclusosi sotto l'egida della Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, che si moltiplicano gli inviti alla valorizzazione delle donne oltre che nella sfera del privato familiare anche in quella del pubblico, nel mondo del lavoro e nei settori  della finanza e del management, come risorsa per riequilibrare il progressivo sconvolgimento del sistema neocapitalistico, mettendo a frutto le qualità naturali che oggi definiremmo attitudine alla cura di persone e cose, alla collaborazione e alla mediazione piuttosto che alla lotta, all'empatia verso colleghe e colleghi, al conforto di chi soffre, oltre a una buona dose di senso pratico nel risolvere problemi.

Arriva in soccorso di queste considerazioni la trappola della compassione, la felice definizione che una sociologa statunitense ha dato della funzione patriarcale attribuita alle donne nella divisione sessuale del lavoro, vale a dire il compito di porsi in mezzo agli uomini per moderarne la naturale barbarie, ingentilire i costumi, riparare ambienti, cose e persone ferite fisicamente e psichicamente, mediare nei conflitti nel privato familiare e/o nel pubblico/sociale, grazie alle doti naturali femminili.

Il che serve a mantenere la pace di genere tra uomini e donne all'insegna della complementarità.
D'altra parte millenni di esercizio di competenze e capacità plasmano la psiche umana, trasformando in seconda natura caratteristiche storicamente determinate, per le donne come per gli uomini.
La trappola offre alle donne uno strumento di riconoscimento di insostituibilità nelle reti sociali e familiari, alimentando  in loro il massimo di potenza immaginaria che nasconde il  massimo di insignificanza reale.
Per questo molte donne non intendono rinunciare ai vantaggi che l'immagine salvifica e consolatrice dei mali procura loro nelle vite singole e concrete, dimensione nella quale trovano conforto individuale.
Il sistema capitalistico oggi dominante, nella sua opera incessante di assorbimento e rielaborazione di costumi, tradizioni e culture finalizzata all'incremento del profitto, esalta e/o smorza di volta in volta tratti propri di questa immagine  a seconda dei momenti e dei luoghi nei quali agisce.
In caso di guerra sono spazzati via  ogni riguardo e/o ossequio formale verso il  ruolo salvifico delle donne, esse da un lato sono chiamate a curare persone e ambienti distrutti, e a sopperire nel lavoro alla mancanza temporanea degli uomini, dall'alto sono aggredite come proprietà dei nemici,
E' difficile per molte e molti cogliere la violenza strutturale sottesa all' esaltazione della funzione salvifica delle donne, smascherata puntualmente dalle guerre collettive e individuali condotte dagli uomini, prima di tutto contro le donne che non si omologano alle aspettative di  genere  e poi contro gli altri uomini.
La violenza strutturale della società è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza degli uomini sulle donne, in parte largamente accettati socialmente come normali, e, nei casi di maggiore gravità,  attribuiti a responsabilità del singolo. Add a comment
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Il libro contro la morte PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Maggio 2018 17:03

di Franco Romanò.

Il libro contro la morte è un atto di resistenza contro la facilità con cui si dà per scontata la sua natura. Secondo Canetti sarà così quando solo quando le cause non naturali della morte saranno eliminate, prima di tutto la guerra.

The book against death is an act of resistance against the easiness of considering it as a matter of fact.   According to Canetti this will be possibile only when all unnatural causes of death are eliminated, first of all war.

El libro “Contra la muerte” es un acto de resistencia contra la facilidad con que se da por descontada su naturaleza. Según Canetti, esto será así hasta que las causas no naturales de la muerte no sean eliminadas, antes de nada, la guerra.

L'ultimo libro di Elias Canetti pubblicato in Italia ha un titolo ovvio se si pensa a gran parte della sua opera: un incessante lavorio attraverso miti, aforismi, sentenze fulminanti, narrazioni, tutti rivolti a una non accettazione della morte. Questo tema è presente anche nei momenti più apparentemente leggeri dell'Autobiografia. Ciò non toglie che di fronte a tale perentorietà non si rimanga ugualmente sconcertati e la critica, forse per imbarazzo, ha trovato diversi modi per aggirare il problema o tenerlo sullo sfondo senza renderlo troppo minaccioso. Il merito dell’edizione italiana, curata da Ada Vigliani, è invece proprio quello di prendere il toro per le corna. Il saggio di Pater von Matt, postfazione al testo, colma una lacuna e apre nuove prospettive alla critica canettiana. Il suo merito sta nel prendere l’autore sul serio e alla lettera, accettando il confronto con questo apparente assurdo che è il proposito di non cedere alla morte, di non accettarla, anzi di avanzare l'utopia di un'umanità che prima o poi riuscirà a liberarsene. Matt evita di parlare di metafora, parola che ormai serve spesso come passpartout quando si vuole scansare un argomento spinoso. Canetti, peraltro, è impregnato di cultura ebraica, pur essendo critico di molti suoi aspetti; in quella cultura il ruolo della metafora non ha la preminenza che ha in altre. La predilezine di Canetti per l’aforisma, la sentenza breve che ha alle volte anche forti connotati narrativi, pesca a piene mani proprio in quella tradizione: dalla storiella più o meno comica, alla parabola. Se mai a volte compare la similitudine.Elias Canetti

L’idea di un libro dedicato interamente a questa tematica, peraltro, accompagnò Canetti per l’intera vita. Peter von Matt scrive di taccuini pieni di appunti e centinaia di matite consumate, tanto che l'inedito di Canetti sembra assumere le dimensioni del famoso baule di Pessoa dal quale continuano a uscire scritti, come peraltro conferma la figlia Johanna in una recente intervista dove parla del rapporto del padre con la religione:«Elias Canetti non era credente, ma dedicò alla religione molte delle sue riflessioni, circa 1.500 pagine. Nel 2019 verrà pubblicato un libro con le più importanti». Ma a quante pagine ammontano in totale gli appunti canettiani mai pubblicati? «Tra le dodici e le quindicimila»

In realtà, poi, Canetti lo ha lasciato incompiuto il suo libro sulla morte, probabilmente volutamente e anche in questo paradosso occorre andare a leggere.

Il saggio di von Matt cerca di collocare l’opera e l’intento di Canetti accennando ad altre imprese letterarie altrettanto ardue, ma a un certo punto della sua disamina, consiglia il lettore di non seguire oltre un certo limite lo scrittore nel suo proposito e di dedicarsi piuttosto alla ricchezza del testo. Si tratta di un consiglio ragionevole, ma solo in ultima istanza perché la curiosità rimane per quello che sembra un vero e proprio enigma. Una domanda ovvia si pone: perché un progetto così radicale e apparentemente irricevibile nella sua concretezza fattuale? Siamo di fronte alla reincarnazione di un Orfeo impazzito che vuole sbarrare le porte dell’Ade e farli ritornare tutti in vita? Oppure Canetti pensa forse alla scienza (non dimentichiamoci che fu pur sempre un chimico mancato), oppure bisogna cambiare radicalmente il tipo di domanda se si vuole tentare di capire? Von Matt stesso dice che forse occorre allontanarsi dal perché ed è quello che ho tentato di fare, abbandonando io stesso la domanda che mi sono posto per prima.

Una grande scrittura contiene sempre in sé anche la scelta felice di un punto di vista particolare sul mondo o su di sé o su qualsivoglia cosa, cioè un luogo da cui lo scrittore parla e scrive  e che in qualche caso è stato addirittura il primo a scoprire.

Mi è venuto in mente, allora, un gioco molto semplice: proviamo a pensare a qualche grande autore, per esempio i primi che sono venuti in mente a me, ma ognuno può metterci quelli che crede. Da dove parla e scrive Baudelaire? Facile dirlo: dalle viscere di Parigi, da una città notturna o raramente albeggiante, dalle sue strade più malfamate o dal camerino dove scrive al lume di una lampada a petrolio, più o meno in compagnia dell’oppio. Insomma se abbiamo bisogno di dialogare con lui, perderemmo un po’ di tempo ma sapremmo dove trovarlo ed è stato il primo a scoprire la poeticità della grande città tentacolare. Quanto a Jane Austen non può che essere nel salotto di casa o in quello di un'amica con cui si intrattiene bevendo il te. Per non parlare di Hegel: anche quando dorme non può che essere alla sua scrivania, oppure in strada, lungo le poche centinaia di metri che lo separano dall'aula universitaria.

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Il cinema italiano degli anni cinquanta: nuovi spunti da un vecchio dibattito PDF Stampa E-mail
Lunedì 22 Gennaio 2018 09:21

di Adriano Voltolin

Cinema e realismo



In un dibattito ormai di molti anni fa, era il 1977, Nanni Moretti, allora ventiquattrenne, accusava Mario Monicelli di fare film per il pubblico, per la cassetta e di non tenere conto invece della necessità di esplorare nuovi confini lasciandosi alle spalle il filone della commedia all’italiana. Monicelli replicava che anche Moretti, senza riconoscerlo, si rifaceva alla commedia all’italiana, genere che faceva parte di un grande filone cinematografico del dopoguerra iniziato con il neorealismo, dopo la Liberazione fino all’inizio del nuovo decennio e poi proseguito, nella prima metà degli anni cinquanta, con una serie di film nei quali erano ben individuabili elementi specifici del neorealismo, quali le storie ambientate nel mondo delle classi popolari e la scelta, per molti personaggi, di attori non professionisti. Come dirà Monicelli, la caratteristica che rende la commedia all’italiana un genere particolare, è il fatto di trattare in maniera umoristica e comica argomenti che, in quanto parlano della dura condizione di vita delle classi popolari sono di per sé tragici. Il genere riprende allora elementi sostanziali del neorealismo, ma li presenta in un modo più attento al paradosso e all’ironia popolare.

Moretti curiosamente, con l’immodestia che gli è peculiare, argomentava contro Monicelli ed i suoi film, con argomenti che pensava probabilmente nuovi e moderni, ma che purtroppo non erano affatto tali. La critica in effetti degli intellettuali che si occupavano di cinema negli anni cinquanta e che si poneva in linea con quella che era la critica militante del tempo, accusava il cinema dei primi anni cinquanta di aver abbandonato i temi forti del neorealismo a favore della popolarità e degli incassi. L’idea della critica militante, penso qui a Guido Aristarco e alla rivista Cinema nuovo, era quella per la quale il cinema progressista doveva trattare di temi che percorrevano la società contemporanea favorendo – era in fondo un’idea pedagogica dell’arte cinematografica – una riflessione che cogliesse le questioni più incandescenti del tempo; da qui l’ammirazione di Aristarco per Visconti e per Antognoni, ammirazione assolutamente condivisibile per la capacità dei due registi di porre la loro attenzione sia su temi che cominciavano ad apparire importanti all’affacciarsi degli anni sessanta del novecento, sia sulla capacità, di Visconti, di rileggere in modo critico alcuni snodi della storia italiana ed europea otto e nocentesca. La critica militante aveva un’idea del progresso storico e del proletariato monocorde e, insieme, ingenua e trionfalistica: l’arte cinematografica doveva rispecchiare quest’idea e questo processo: come faceva notare un tempo a chi scrive Mario Spinella, l’idea del proletariato e del suo riscatto che aveva il PCI negli anni successivi alla lotta di Liberazione, non era troppo dissimile da quella che ne aveva il realismo socialista e che può ben essere rappresentata dal celebre quadro di Pelizza da Volpedo. Aristarco fu in effetti un ammiratore del cinema di Giuseppe De Santis, regista che ci diede due mirabili lavori neorealisti, come Riso amaro nel 1947 e Roma ore undici nel 1952, senza peraltro mai raggiungere la capacità trasfigurativa e simbolica di Rossellini o De Sica, ma che fu anche l’autore di Italiani brava gente un film del 1965 sulla campagna di Russia delle truppe italiane; questa pellicola mantiene, nella tradizione neorealistica, l’ambientazione tra i popolani che costituivano il grosso delle truppe italiane di fanteria, ma ci propone una visione dell’Unione Sovietica e del socialismo reale che forse avrebbe imbarazzato un po’ anche Stalin.

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Cameriere, casalinghe e fotoromanzi PDF Stampa E-mail
Venerdì 26 Gennaio 2018 16:33

di Franco Romanò



Lo scritto di Adriano Voltolin è un invito a fare i conti di nuovo con il sentire comune e la cultura di massa e ha stimolato in me molti ricordi assopiti che hanno a che fare non solo con il cinema.

Subito dopo la caduta del muro di Berlino, quando iniziò anche nel PCI l'operazione trasparenza che raggiunse il suo culmine con Occhetto, si seppe che nel partito c'erano delle cosiddette coperte, cioè iscritti che per il ruolo che svolgevano era bene tenere riservate. Il pensiero in questi casi corre naturalmente a uomini inseriti nell'apparato dello stato per cui la sorpresa fu grande quando si seppe che fra le tessere coperte c'erano quelle di Aldo Biscardi (proprio lui il decano dei giornalisti sportivi con il suo italiano fantasmagorico, recentemente scomparso) e un ex direttore della rivista Grand Hotel. Naturalmente fu Biscardi ad attirare su di sé le attenzioni e tutte le ironie del caso: si disse che erano tessere coperte per la vergogna di farlo sapere ecc. ecc. A ben vedere però la vera notizia è l'altra e cioè che ci fosse un direttore di Grand Hotel, l'antesignano di tutti i fotoromanzi e delle riviste più o meno dedicate ad amori improbabili; scampoli di quella cultura di massa generalmente catalogata con un certo disprezzo come stampa d’evasione, in particolare dagli intellettuali di sinistra, ma che merita invece maggiore attenzione.

Questo l’episodio relativamente recente, ma esso ha alle spalle una lunga storia e cioè l’origine del fotoromanzo come genere. Esso nacque nell’immediato dopoguerra proprio in Italia e da qui si diffuse in tutto il mondo. Un libro recente di Anna Bravo ricostruisce puntualmente la storia di questo prodotto made in Italy, niente affatto minore per impatto, ad altri ritenuti più paludati e degni d’attenzione:  Il fotoromanzo 174 pag., Euro 12.00 - Edizioni il Mulino (L'identità italiana n.22) ISBN.
Il libro di Anna Bravo ricorda le riunioni semiclandestine della casa editrice Universo (che con L'intrepido aveva già avvicinato il pubblico femminile al fumetto) e l'uscita - nel giugno del 1946 – proprio di Grand Hotel. Il libro di Bravo è uno strumento ricco e documentato per chi voglia ricostruire la storia di questa vicenda dal dopoguerra in poi.
Per quello che riguarda questo mio intervento, ciò che maggiormente mi interessa mettere in evidenza, è l’atteggiamento schizofrenico del Pci e anche di riflesso della Dc, in parte, rispetto allo strepitoso successo di pubblico di Grand Hotel e al boom di imitazioni che furono immediate.

La prima fase. La diffusione del fotoromanzo si scontra con la doppia opposizione piuttosto accesa sia da parte cattolica sia comunista, con motivazione desolatamente ovvie: traviare i giovani spingendoli verso condotte di vita immorali, instupidire il proletariato distogliendolo dalla lotta di classe.

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Alla ricerca degli intrecci tra capitalismo e patriarcato PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Novembre 2016 13:33

a cura della redazione

La nostra attenzione continua ad approfondire, anche nel solco di un postumanesimo, le radici materiali e simboliche del dominio patriarcale-capitalista, a partire dalla divisione sessuale del lavoro e dalla concezione neoliberista dell’individuo maschile, inteso come universale, come soggetto autosufficiente.

Our attention, also in the furrow of post humanism, continues to deepen both the material and symbolic roots of the patriarchal/capitalistic dominion, starting from the sexual division of labor and an illuministic view of the human beings (male in particolar) as self-sufficient monads.


Negli ultimi due numeri di OverLeft ci siamo soffermati su alcune questioni cruciali per la vita di donne e uomini nella fase socio-politica attuale, caratterizzata dalla progressiva espansione del sistema economico - e implicita cultura - neoliberista sia nei paesi arricchiti che in quelli impoveriti del mondo, espansione che genera guerre, distruzioni di risorse essenziali per la vita umana, movimenti migratori, impoverimento di fasce di popolazione sempre più ampie.https://simonasforza.wordpress.com/tag/capitalismo/

Da più parti si levano allarmi sugli effetti collaterali dei processi messi in moto dal neoliberismo, rischiosamente distruttivi per persone, relazioni, qualità di vita anche nell’Occidente.

Molti economisti/e, politologi/ghe, e opinionisti/e prospettano soluzioni di breve e medio termine per mitigarne gli effetti più negativi di ordine sociale e ambientale, la cui efficacia spesso appare incerta.

Ben vengano politiche che aumentino il benessere e la vita di molte donne, e molti uomini, che permettano una più equa distribuzione di risorse e ricchezze, correggendo le ingiustizie macroscopiche e insopportabili, ma è chiaro che non cambiano il sistema nel quale viviamo, semmai lo modernizzano e migliorano i suoi effetti più deleteri.
Noi pensiamo che accanto al sostegno a tutte le lotte condotte dalle persone oppresse e sfruttate nei luoghi di lavoro, nei luoghi di vita, nei luoghi del disagio più accentuato, volte a migliorare le condizioni materiali e simboliche di donne e uomini, sia anche importante approfondire le analisi e le teorie volte a cambiare il paradigma patriarcale-capitalistico alla base del sistema con un nuovo paradigma, che smantelli l‘originaria divisione sessuale del lavoro e tenga insieme nella teoria e nella pratica il lavoro produttivo e riproduttivo nell'organizzazione sociale e politica.

La nostra ipotesi è che se non si va alla radice dell’organizzazione materiale e simbolica del sistema patriarcale-capitalistico non se ne esce, se va bene lo si migliora, ma non lo si abolisce.

Il movimento femminista degli ultimi cinquant’anni ha tematizzato e criticato i presupposti fondamentali, a partire dalla divisione sessuale del lavoro,  probabilmente creata dal patriarcato, che assegna funzioni, ruoli, compiti specifici agli uomini e alle donne, una divisione sulla quale sono stati costruiti la nostra civiltà, la storia, i saperi, i linguaggi disciplinari e l’organizzazione materiale della nostra vita. Senza voler trovare universalità generalizzanti, ma tenendo conto delle ricerche antropologiche diacroniche e sincroniche degli ultimi anni, registriamo possibili costanti, in particolare il fatto che l’uso degli strumenti stessi della produzione è stato in generale negato o controllato per le donne, con vari mezzi, più o meno violenti, 1 con l’alibi di proteggerle, difenderle nella loro funzione essenziale, naturalizzata, della riproduzione sessuale, biologica, affettiva, psicologica, funzione legata ai due ruoli fondamentali di madre e donna seduttiva (amante, prostituta, moglie provvisoria, a seconda dell’organizzazione sociale della collettività in cui si trova). Il paradosso è che proprio la tecnologia dell’homo sapiens, che ha dato inizio alla civiltà che conosciamo, è stata messa a punto dalle donne (tessitura, raccolta di frutti e semi, costruzione di cesti per la raccolta….) in regime pre-patriarcale.

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